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Non tutti i secoli durano 100 anni
di Vilma Torselli
pubblicato il 25/07/2009
"La Storia non ha nessun senso. Siamo noi che le diamo un senso". (Karl Popper)

Il ‘900 non è stato un secolo come tutti gli altri, sono avvenute molte più cose di quante ne siano successe in una decina di secoli precedenti, comprese ben due guerre mondiali e vari olocausti di minoranze etniche, è il secolo dell’industrializzazione, dell’inurbamento, dell’alfabetizzazione, del consumismo, dell’esplosione demografica, quello in cui sono state fatte come mai prima importanti scoperte scientifiche, in cui la maggioranza dell’umanità evoluta ha smesso di coltivare campi e allevare animali per impadronirsi delle novità tecnologiche, in cui in occidente il femminismo ha emancipato le donne, in cui quasi tutti hanno avuto accesso al voto, all’amministrazione della giustizia, all’istruzione, molte monarchie europee si sono drasticamente ristrutturate in senso democratico, si sono tracciate le premesse dello stato sociale……..
Un ‘secolo breve’, per usare parole di Eric J. Hobsbawn ("Il secolo breve ", 1995), in cui si sono condensate tragedie e conquiste ed il tempo pare aver accelerato la sua corsa imprimendo alla storia una esasperata velocità ed alla vita degli uomini imprevisti e traumatici cambiamenti.

La durata del ‘900 si contrae, per Hobsbawn , tra il 1914, anno della prima grande guerra, e il 1991, che segna la fine della guerra fredda, periodo che egli definisce “L'epoca più violenta della storia dell'umanità”. La guerra, infatti, con la sua cieca violenza, è la metafora più espressiva di un conflitto prima di tutto ideologico tra grandi sistemi (capitalismo, comunismo, fascismo), al di là di ogni altro quadro interpretativo possibile.

Il ‘900 è “un secolo, che a differenza di quelli precedenti, appare all’immaginario collettivo un coacervo di eventi alla cui intelligenza mancano punti focali forti in grado di fungere non solo da selettori delle rilevanze, ma anche da centri di irradiazione di senso” (Alberto De Bernardi, "Il Secolo Delle Masse"), un secolo pieno di contraddizioni, dilaniato da due forze opposte, una centrifuga che lo sospinge verso un ignoto futuro tutto da costruire infrangendo ogni regola precedente, una centripeta che lo risucchia verso un rassicurante passato.

Ciò ha caratterizzato profondamente il corso dell’arte figurativa, specie in Italia, dove accanto a movimenti restaurativi come Novecento, Realismo Magico, Strapaese, Valori Plastici, tendenti al ripristino dei legami di continuità con la tradizione classica, al ritorno all'ordine ed all'armonia compositiva del passato, si formano correnti rivoluzionarie come il Gruppo Forma 1, Fronte nuovo, il Gruppo degli 8 e, a livello europeo, l’Informale materico, il gruppo Cobra, Phases e molti altri.
Il giudizio storico su questo secolo anomalo si può quindi desumere da opposti punti di vista, spesso, inspiegabilmente, con la prevalenza di una lettura ‘responsabilistica’, secondo una storiografia orientata alla ricerca di ‘un responsabile’, che dribbla quindi ogni doveroso sforzo di sintesi.

Se nel campo dell’arte visiva pare che il passato, per quanto traumatico, sia stato metabolizzato conciliando in una complessiva visione storica l’ambito cronologico con quello concettuale, in architettura ciò non è accaduto: a distanza di quasi un secolo, continua la colpevolizzazione del razionalismo e la ricerca di “eventuali responsabili” (“Dietro il Modernismo: alcune verità nascoste”, di Ettore Maria Mazzola) per un movimento che ha avuto il suo spazio anche nella contemporanea arte visiva (Neoplasticismo, Costruttivismo, Purismo, Abstraction-Création), nella quale si configura tuttavia come uno dei tanti momenti di crescita, un passaggio obbligato, un’esigenza che ha le sue motivazioni nel complessivo momento storico in cui si manifesta, perché non esiste una storia dell’architettura, una dell’arte, una della musica ecc., esiste la storia dell’uomo, artista, architetto, musicista, esseità complessa e non divisibile in singoli frammenti, una storia che va letta nel suoi insieme.

Dopo l’irruzione del ‘900, non sarà più possibile che “città, cresciute su sé stesse per duemila anni nel rispetto del delicato rapporto città-campagna” si sviluppino ancora secondo un illuminato spontaneismo, ed ecco entrare in scena Le Corbusier, “figura di vero monarca assoluto” a metà tra Superman e Rasputin, che impone le sue individuali convinzioni, i “dettami di un'unica persona mascherati da un presunto pubblico consenso”. Se ciò è vero e se ciò accade è perché la situazione economica, culturale e sociale di quel momento glielo permette, anzi glielo richiede, ed egli agisce con l’intenzione e la consapevolezza non di fondare un grande movimento popolare, ma di esprimere la volontà di un gruppo elitario di addetti ai lavori, come è accaduto dopo per il New Urbanism e come accadeva tutte le volte che in passato si è messa in atto una pianificazione urbanistica progettata: Ippodamo da Mileto progetta secondo una precisa maglia viaria a dimensione modulare le città-stato dell’antica Grecia, Mileto, Piene, Rodi, Olinto e probabilmente Agrigento, Pompei, Paestum, gli urbanisti dell’antica Roma costruiscono le città dell’impero impostando una griglia ortogonale a due assi principali, cardo e decumano, il Rinascimento progetta addirittura la sua città ideale, la Sforzinda del Filerete, e anche Pienza, Castrocaro, l'addizione estense o Borso d'Este della città di Ferrara, dove Biagio Rossetti firma un piano urbanistico che triplica la superficie di Ferrara, attuando il primo esempio di felice connessione tra città storica e nuova espansione, intervento che l'UNESCO ha dichiarato Patrimonio Mondiale dell'Umanità in quanto "...mirabile esempio di città progettata nel Rinascimento che conserva il suo centro storico intatto."

Insomma, sembra che Le Corbusier abbia avuto numerosi predecessori e che fin dall’antichità ci sia stato chi inseguiva “il sogno di rendere funzionale e ordinata la città” con un approccio razionale, se non razionalista, alla sua progettazione.

L’epoca in cui egli agì non poteva giovarsi di alcun paragone con il passato: nasceva ex-novo la grande industria, migliaia di metricubi altamente inquinanti che le città storiche “cresciute su sé stesse per duemila anni” non potevano certo assimilare nel loro tessuto, lo zoning era necessario, migliaia di lavoratori, le nuove masse operaie, si riversavano nei dintorni dei posti di lavoro creando un’enorme richiesta abitativa, il verticalismo degli edifici pareva/poteva essere il modo di salvaguardare spazi collettivi liberi e verdi al suolo, ‘separare le funzioni’, ‘aumentare le distanze’, ‘ragionare per griglie urbane’, ‘dimensionare tutto su degli standard numerici’ (cito puntualmente dal post di Ettore Maria Mazzola) fu una scelta dettata da una situazione di emergenza, che richiedeva soluzioni di emergenza. Mi sembra un’ipotesi quantomeno fanta-urbanistica sostenere che Le Corbusier riuscì da solo a “sottomettere l’intera popolazione mondiale al suo ideale di città e di architettura”, imponendo “la sua egemonia a livello planetario”, egemonia che ancora dura nel tempo, più probabile può essere che l’onda lunga delle sue teorie ci tocchi ancora perché la modernità è un fenomeno ancora aperto e forse dal '900 abbiamo ereditato il difficile compito della ricerca dell’impossibile equilibrio tra spinte innovative e le loro ricadute devastanti e distruttive che spazzano via natura, luoghi, intere organizzazioni sociali, cercando di stare dentro la contraddizione e limitarne i danni (è ciò che auspica Marshall Barman, "L' esperienza della modernità", 1999).

Scrive Rosa Tamborrino, docente di Storia dell'architettura al Politecnico di Torino curatrice di un’antologia di scritti di Le Corbusier per le edizioni Einaudi (2004):
Io non credo che le brutte periferie odierne possano essere fatte risalire ai progetti di Le Corbusier. Inoltre vorrei spendere una parola in più su alcuni dei quartieri di periferia che oggi è tanto di moda attaccare [.........] Quegli edifici hanno una loro storia, una loro ragione d'essere, e se non hanno raggiunto il risultato sperato da Le Corbusier è perché non sono stati correttamente forniti di servizi, perché sono privi di efficaci infrastrutture di collegamento con il centro delle città. Forse questi progetti oggi ci appaiono datati perché datate sono le idee che li hanno generati, ma almeno quelle erano idee! E sarebbe bello se oggi si ritornasse a costruire seguendo un'idea”.

vai alla seconda parte, di Pietro Pagliardini

 

link:
Le Corbusier
Arte italiana tra le due guerre
Arte alla fine della seconda guerra mondiale
Arte nell'Europa post-bellica
Tutta un'altra storia .....

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NEL BLOG DE ARCHITETTURA UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO IN UN POST DI PIETRO PAGLIARDINI "LE CORBUSIER E LO STORICISMO"




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