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Tutta un’altra storia …..
di Vilma Torselli
pubblicato il 1/12/2008
"La storia non la fanno gli uomini, la fanno gli storici che la scrivono e, con i loro racconti, umanizzano il tempo dilatandolo oltre i confini del presente sino alle sue zone estreme nelle quali si cela il segreto delle origini. Per questo la storiografia dei secoli XV-XX è una manifestazione originale ed esclusiva del pensiero mitico: un racconto delle origini nel quale l’uomo non è un oggetto della creazione, ma il soggetto di continui processi creativi del tempo e del suo stesso tempo." (Roberto Moro, "Storia, storici, identità", 2004)

Il vocabolo 'storia' deriva dal greco 'istoréo', che significa in origine fare un rendiconto, e poi esplorare, indagare, interrogare e quindi venire a sapere, raccontare, esporre, attività esercitata da un 'istor', termine probabilmente di derivazione indoeuropea (radice vid, da cui vedere), il testimone oculare dei fatti, colui che sa, che conosce e che è quindi idoneo a narrare ciò che ha visto.
Con la nascita della scrittura si attribuisce al messaggio comunicativo, prima affidato all’oralità del racconto, una vita autonoma, sottraendolo al contesto culturale dell'autore, conferendogli un carattere universale al di là delle limitazioni spazio-temporali, rendendolo accessibile anche a chi non appartenga al contesto culturale di origine.
Nasce così la narrazione storica, riguardante eventi del passato che meritano di essere tramandati perché la loro conoscenza è ritenuta utile per la specie, sia a livello pratico che puramente speculativo, ed è dalla storia che l’umanità attinge quel sapere cumulativo collettivo che costituisce la sua cultura.
Questo, perlomeno, è quello che noi occidentali intendiamo per storia, concetto di origine greca che non ha necessariamente un corrispettivo nelle altre culture. Per noi la storia scorre verso il futuro, ogni evento che accade è nuovo rispetto al passato e la storia è direzionalmente orientata secondo la freccia del tempo verso una meta finale, il che permette di darle un ‘senso’ ed un ‘verso’, implicitamente confidando nel futuro indefinitamente progressista dell’occidente.

Ovviamente il problema principale in siffatto orientamento è quello di discernere tra le notizie e tra le fonti che le contengono quelle che sia utile tramandare, vere ed autentiche, da quelle non attendibili, senza che questo sia tuttavia garanzia di veridicità della storia.
Perché la soggettività del testimone, dello storico che scrive il racconto dei fatti sui quali vuole inevitabilmente dire la sua, è un elemento inquinante e deformante della loro realtà ("Io non voglio raccontare la storia che mi hanno tramandato, ma come è parsa a me", scrive Georges Duby, celebre storico del medioevo) ed è ancora più rilevante la mistificazione indotta dalla casualità del reperimento e dell’accesso alle fonti, dalla loro unilateralità e dalla censura sui loro contenuti, oltre che, naturalmente, dalle alterazioni e dai deterioramenti causati dal tempo.

Noi raccontiamo la storia delle Guerre del Peloponneso perché costui ha scritto un'opera che la racconta, però vorremo avere anche il racconto di un altro, di tutt'altra città, di tutt'altra provenienza. Non abbiamo nessuno storico spartano, per esempio, che ci dica i fatti di quella guerra. Lui era ateniese, era un uomo di grande equilibrio probabilmente, almeno lo dice di se stesso. Noi gli dobbiamo credere. Però non ci basta. E' come se della Seconda Guerra Mondiale noi avessimo soltanto le Memorie di Churchill, per esempio, che fu un grande statista, un grande scrittore. Però accanto a quelle memorie c'è una miriade di documenti che le mettono in crisi” (Luciano Canfora, A che serve la storia?, 1998)
In realtà la storia andrebbe continuamente riscritta alla luce delle nuove acquisizioni di documenti o testimonianze, avendo presente che forse gli eventi di importanza maggiore magari non sono neanche documentati e che i risultati della ricerca storica sono sempre provvisori e possono in ogni momento venir revisionati e cambiati.

La nostra storia dell’architettura è stata fino ad ora per eccellenza una narrazione lineare e ciclica, sviluppantesi per cicli temporali in cui si sono affermati e succeduti i diversi stili, partendo dalle caverne e arrivando ai grattacieli attraverso un percorso ascendente sia riguardo alle conquiste tecnologiche sia alla qualità progettuale, nell’ipotesi che l’evoluzione della specie sia paradigma di quella dell’architettura (e degli architetti).

Paradossalmente, nel momento in cui rispetto a solo pochi decenni fa disponiamo di sbalorditivi mezzi di comunicazione e la documentazione sulla storia contemporanea è vasta come non mai, si impone la necessità di doverla selezionare drasticamente, eventualmente, come suggerisce Henry Kissinger in un suo libro, anche a costo di bruciare gran parte dei documenti: una battuta di spirito che tuttavia bene esemplifica la difficoltà dello storico, alle prese con la scarsità delle fonti se si parla di storia antica, ma oggi con documenti in esubero tra i quali può essere arduo scegliere quelli realmente importanti per tramandare ai posteri la storia dell’architettura contemporanea.

Che è molto documentata.
Troppo.

La storia non è una scienza esatta, a volte è bugiarda, a volte solo reticente, è camaleontica, si adatta ai tempi, si sottomette ai padroni del momento, è condizionata dal potere, serve per celebrarlo, per mitizzarlo, per occultare verità con le quali non si vuole confrontare, per aggiungere menzogne che lo rafforzino.
Sono sempre coesistiti tre poteri: quello religioso […….] quello militare [………] quello mercantile [……]. Ognuno di questi poteri amministra il tempo, controllando gli strumenti per la sua misurazione: osservatori astronomici, clessidre, orologi marcatempo [.……]. A turno, ciascuno dei tre poteri dominanti (religioso, militare e mercantile) ha controllato le ricchezze. Si può allora raccontare la storia dell'umanità come la successione di tre grandi ordini politici […..] “(Jacques Attali ‘Breve storia del futuro’ 2008), sono questi i poteri che tengono in ostaggio ed orientano la storia e tutte le manifestazioni che concorrono a costruirla, compresa l’architettura.

Se il potere religioso non avesse avuto tanta forza, la storia dell’architettura occidentale non sarebbe quel racconto di cattedrali e chiese che è diventata nei secoli, celebrando con una tipologia architettonica nuova un potere nuovo, quello del cristianesimo, così come oggi l’architettura dell’elite mediatica che gestisce il grande circo dell’archi-business celebra un potere deideologizzato, quello economico, che per essere senza identità specifica percorre trasversalmente ogni situazione culturale e sociale, perfettamente adattabile ad un mondo globalizzato a morfologia mutante, in continuo cambiamento: "La società in cui ci muoviamo, il mondo globalizzato, effimero ed incerto, che si popola di uomini costantemente alla ricerca di qualcosa d'altro, investiti dalla velocità di cambiamento [……..] il mondo del transitorio, delle città alienanti, dei legami fragili e mutevoli, dell'inquietudine, dell'esasperata ricerca della felicità, del conformismo, del liberismo selvaggio, del consumismo ossessivo, dell'individualismo, della disgregazione dell'azione collettiva, di una politica di vita egocentrica e della tragica crisi dei valori: l'unico imperativo è la flessibilità, l'instabilità, la precarietà e l'avvicinarsi all'istantaneità assoluta". E' una società che sfugge, in continuo cambiamento, "liquida". “(Zygmunt Bauman, Vita liquida, 2006), una società che, coerentemente, ha scelto di esprimersi in un’architettura “liquida”, dove corpo e mente, tecnologia e biologia e tutte le esperienze psico-sensoriali possibili si concentrano e si compenetrano, un’architettura ipermediale, trans-disciplinare, trans-territoriale, quella che Marcos Novak definisce “trans-architettura” (del resto si autodefinisce un trans-architetto, lasciando qualche spazio ad un facile umorismo).
Questa fiducia estrema e totale nelle potenzialità del progresso tecnologico non è scevra da rischi: “Le tecnologie della comunicazione pretendono di abolire ogni distinzione, di ingannare gli ostacoli del tempo e dello spazio, di dissolvere le oscurità del linguaggio, il mistero delle parole, le difficoltà delle relazioni, le incertezze dell'identità o le esitazioni del pensiero. Le evidenze dell'immagine, ritrasmesse da schermi molteplici, hanno forza di legge e instaurano la tirannia del presente" (Marc Augé, "Narrazione, viaggio, alterità"): è così che il concetto futurologico di progresso lineare e ciclico della storia è entrato in crisi.

E la storia dell’architettura non può che diventare una storia di superficie, né lineare né ciclica, bidimensionale, priva di profondità, il racconto in presa diretta di un tempo accelerato e precario che non ha ‘tempo’ di sedimentare come storia.
Sempre Marc Augé scrive: “Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (le vie di Kabul o di Beirut), e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto” (Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, 2004).
In una recente intervista dichiara inoltre: “Viviamo in un' epoca di tempo veloce, tutto si è accelerato. La scienza è diventata troppo rapida per poterla conoscere adeguatamente e per prevedere applicazioni e conseguenze. Che cosa ci darà fra trent' anni? Non riusciamo a immaginare il futuro, siamo vittime di un presente che ci sommerge, ci virtualizza. La storia sembra sia diventata un fatto mediatico”.

Bisogna “reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia" e capire che l’architettura di un presente senza passato è destinata ad essere anche senza futuro.

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