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Quale identità?
di Vilma Torselli
pubblicato il 8/03/2009
"Caminante, no hay camino, se hace camino al andar."
(Antonio Machado)

Tra i punti fermi, oggi in crisi, di una cultura umanistica che pareva consolidata nelle sue linee essenziali secondo un percorso univoco c’è quello di identità, un concetto che la moderna antropologia ha rivisto criticamente, leggendo l’idea di ‘etnia’ come pretesto per rivendicazioni in realtà generiche e campanilistiche (il territorio o le fonti di risorse, per ragioni di pura sopravvivenza) contro i non appartenenti, gli ‘altri’, gli estranei che facilmente diventano nemici e che, proprio grazie alla loro alterità, contribuiscono ad alimentare la coscienza dell’identità.
Accade, infatti, anche oggi che per contrastare lo strapotere economico di altri paesi e quindi per ragioni di convenienza, l’Europa cerchi faticosamente di costruirsi una identità transregionale e sovranazionale, inventandosi una improbabile identità europea per tutelare interessi che nulla hanno a che fare con le radici etniche.

Rispetto ad altre discipline a componente visiva quale ad esempio l’architettura, l’arte ha sempre avuto una sostanziale ampiezza di vedute che l’ha portata a concepire l’identità come un rapporto aperto, sempre in fieri, costruito nel divenire delle relazioni, delle esperienze, dei rapporti, non fissato una volta per tutte e refrattario alle classificazioni di genere o di area geografica.
Le suddivisioni tra correnti e tendenze dell’arte moderna hanno infatti il valore di un metodo di classificazione finalizzato a conoscere e studiare in modo organico il fenomeno culturale più vistoso di tutta la storia dell’uomo, non corrispondendo sempre, nella realtà, a indirizzi distinti gli uni dagli altri e tanto meno a prese di coscienza e rivendicazioni rigidamente identitarie.

Al di là di una minoranza di movimenti con precostituite e dichiarate tendenze restaurative e nazionalistiche (Novecento, Valori Plastici, Realismo Magico, Strapaese, Anacronismo tanto per restare in ambito italiano), l'arte moderna, e soprattutto quella contemporanea, è in realtà leggibile come un'avventura intellettuale e creativa senza soluzione di continuità che si regge non tanto sul concetto di identità quanto su quello di consapevolezza delle differenze.
L’arte, infatti, ha la capacità di assimilare e integrare il nuovo e il diverso con una continua mediazione culturale, in un discorso interculturale allargato dove la pertinenza territoriale ha confini aperti e permeabili: l’America si apre all’arte europea e ne deriva i suoi movimento più importanti, l’Espressionismo astratto e la Pop Art, mentre Astrattismo, Surrealismo, Informale percorrono trasversalmente l’arte visiva di tutto l’occidente e Happening, Arte Relazionale, Fluxus, Ecart, Concettualismo professano non regole, ma atteggiamenti di vita espressi attraverso ibridazioni e scambi che fanno dell’arte il fedele paradigma in tempo reale di una società globale in cui l’identità culturale non coincide più con l’identità nazionale.

Nello scorso ‘900 la società e l'arte hanno scoperto progressivamente il concetto di alterità, confrontandosi con l’irriducibilità e l’inevitabilità dell’altro, e l’arte, più che in passato interessata ai temi legati al corpo, alla morte, alla sessualità e all'universo delle interelazioni umane, si interroga oggi non più sulle identità razziali, ma sull'identità psichica e culturale, cedendo talvolta alla retorica del multiculturalismo, ma contemporaneamente perfezionando un concetto di cultura universale, patrimonio collettivo dinamico continuamente aggiornabile e negoziabile.
Mettendo in atto, ancora una volta un escamotage che le permetta di ricreare la propria ragione di esistere, come già accaduto all’inizio del secolo scorso quando, soppiantata dalle nuove tecniche, ha coraggiosamente abbandonato il realismo ed il naturalismo trovando nella psiche umana il suo soggetto di analisi, ora l’arte compie un salto di scala e adotta un linguaggio sovraidentitario che non ha bisogno di decodificazioni specifiche, senza tuttavia rinunciare alla dimensione propriamente individuale, che rimane appannaggio del singolo artista.

Il tema dell’identità è affrontato in architettura assai più rigidamente probabilmente a causa delle sue implicazioni sugli aspetti politici, economici e giuridici, o anche perché l’architettura ha a che fare in modo diretto e concreto con il genius loci, con il potere, che fonda sulla consapevolezza della diversità dagli altri la sua autorevolezza, con la religione, portatrice di valori apparentemente universali in realtà fondati sulla rivendicazione della propria specificità, il che ha finito per limitare in un dato puramente anagrafico un’idea di identità acquisita per nascita, inalienabile e immodificabile.

Nel tentativo di superare l’empasse, l’architettura moderna è oggi diventata un assemblage di linguaggi personali e soggettivi articolati da un ristretto gruppo di solisti della progettazione: se è vero infatti che si possono/devono superare i limiti di identità ormai troppo riduttivi, è anche vero che bisogna instaurare nuovi modi di comunicazione che sostituiscano efficacemente quelli rinnegati.
Pare comunque che il salto di scala con il quale la società moderna cerca di passare dal concetto di identità ristretta a quello di identità allargata sia, quand'anche necessario, tutt’altro che chiaro nelle sue fattive modalità: per l’arte si è verificato un allontanamento tra produttore (unico) e fruitore (globale) che rende talvolta impossibile ogni dialogo, per l’architettura, volta ad una progressiva ‘artisticizzazione’, la strada intrapresa pare sia lo stesso vicolo cieco di quel concettualismo che qualche anno fa l’arte ha imboccato con esiti infausti, con il risultato di produrre architetture-feticcio in interventi episodici.

Ma forse l’arte può ancora una volta tracciare una via, la stessa che Luigi Pareyson assegna al fare artistico, un “fare critico, intellettualmente attivo, che si interroga lungo il suo procedere” ('Estetica: Teoria della formatività' 1996) , per un’arte, e perché no?, un’architettura, che mentre “fa” inventa il modo di “fare”, perché il cammino si fa camminando.

Che sia il ritorno dell’homo faber?

link:
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