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Carlo Carrà, "La Galleria di Milano"
di Vilma Torselli
pubblicato il 12/05/2007
Equilibrata sintesi tra esigenza di dinamismo e necessità di ordinata strutturazione nella rappresentazione della realtà fatta da un artista aperto agli influssi europei.
Carlo Carrà ( 1881- 1966) riassume nel suo iter artistico le correnti fondamentali del suo periodo storico, dal Futurismo alla pittura metafica alle tendenze novecentiste, identificandosi come uno dei più significativi artisti dei primi decenni del '900 in Italia. Artista impegnato, attivo, di straordinaria vivacità culturale e creativa, con contatti nell'ambiente intellettuale italiano e parigino, con sconfinamenti nel Divisionismo e nel Cubismo, Carrà si definisce per un suo personale stile espressivo di forte solidità plastica, nel solco della grande pittura italiana (pubblicò "Parlata su Giotto" e "Paolo Uccello costruttore", analisi formale di notevole profondità sulla valenza tattile della pittura), riconoscendo nella tradizione, con chiara adesione ai valori di Novecento, le radici del suo linguaggio di severa volumetricità, solidamente tridimensionale, che assumerà accenti chiaramente metafisici, con qualche sfumatura di enfaticità, dopo l'incontro con Giorgio De Chirico e Savinio.
L'ampiezza degli interessi e le puntate più o meno occasionali in ambiti culturali anche molto diversificati implica in Carrà una qualche incertezza formale, almeno nella prima fase della sua attività, incertezza che verrà definitivamente superata in quello che sarà lo stile più personale dell'artista, nel filone di un realismo magico che recupera le origini culturali della tradizione pittorica italiana, soprattutto trecentesca, rivisitata attraverso la ricerca di un intrinseco ordine strutturale nella realtà, di tipo architettonico (nel 1922 egli dice di aver deciso "di non accompagnarmi più ad altri, di essere soltanto me stesso").

"La Galleria di Milano", 1912, olio su tela, 91x51,5 cm (Milano, Collezione Mattioli), appartiene al periodo di tendenza cubista, in concomitanza con un soggiorno parigino (nel 1911 e nel 1912 fu a Parigi, dove conobbe Picasso, Modigliani, Braque, Matisse), che lo stesso Carrà riconosce come un momento culminante dello sviluppo della sua poetica.

Rappresenta la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, cuore commerciale della città, con locali pubblici, negozi, caffè, che Carrà raffigura secondo un'accentuata frammentazione della forma, con evidente modalità cubista, in una contenuta gamma cromatica, anche questa sulla scia del monocromatismo che caratterizza il primo Cubismo di Picasso e Braque.
L'immagine scomposta nei suoi piani e ricostruita secondo una nuova esigenza spaziale, che la proponga simultaneamente da più punti di vista, identifica il luogo attraverso poche citazioni, la scritta Biffi, il nome di un celebre caffè, e l'accenno alla forma ottagonale della cupola all'incrocio dei due bracci della Galleria, mentre il senso della vitalità e del movimento, reso dal vivace contrasto luministico che introduce un accentuato gioco di luci ed ombre attuando un "concetto dinamico assunto quale elemento fondamentale", si riallaccia alla ricerca del Futurismo, dal quale Carrà uscirà polemicamente tre anni più tardi (vi aveva aderito nel 1910 sottoscrivendone il Manifesto).
La composizione è pervasa da una tensione dinamica sconosciuta al cubismo picassiano, con il quale Carrà rivendica consapevoli differenze: "I cubisti per essere oggettivi si limitavano a considerare le cose girandovi intorno ....... Noi futuristi invece ci volevamo immedesimare nel centro delle cose, in modo che il nostro io formasse colla loro unicità un solo complesso.Così noi davamo ai piani plastici una espansione sferica nello spazio, ottenendo quel senso di perpetuamente mobile che è proprio di tutto ciò che vive".

Forse, con "Ritmi d'oggetti", la più significativa opera futurista di Carrà, questo quadro sintetizza le due diverse declinazioni del suo linguaggio, da una parte una forte esigenza di dinamismo, dall'altra un'irrinunciabile necessità di strutturazione ordinata nella quale, anche in presenza di una percezione metafisica del reale, non viene mai meno un sostanziale figurativismo e una lettura in chiave naturalistica dell'opera, equilibrato connubio nel quale risiede l'originalità del linguaggio di questo artista.


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