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Giorgio De Chirico, "Le Muse inquietanti"
di Vilma Torselli
pubblicato il 12/04/2007
Assenza di vita e sospensione del tempo nella pittura metafisica di un precursore del Surrealismo.
"Nulla sine tragoedia gloria". (Giorgio De Chirico)

Il dipinto è particolarmente significativo della "pittura metafisica" di questo artista dalla personalità complessa, contraddittoria e misteriosa che fu pittore, scultore, scrittore, inventore e ricercatore di tecniche pittoriche che restano sue particolari.
Abile come nessun altro a creare volontariamente effetti sorprendenti e sconvolgenti, ironico osservatore della realtà che non coincide con la verità ma serve a mascherarla dietro la perifrasi della dissimilitudine, questo pictor optimus pone all'osservatore inquietanti interrogativi sull'arte e sulla vita.
Per queste sue caratteristiche, Giorgio De Chirico (1888-1978) venne riconosciuto dai pittori del Surrealismo un fondamentale riferimento ed un geniale anticipatore della loro poetica, basata proprio sull'accostamento insolito di oggetti quotidiani incongrui rispetto a contesti non conformi, per le sue raffigurazioni di interni claustrofobici colmi di oggetti stravaganti, mappe, telai, manichini talvolta monumentali sullo sfondo di vedute ferraresi (come nel "Grande metafisico" del 1917).

E' Apollinaire a coniare per la pittura di De Chirico sulla rivista "L'intransigeant" il termine "metafisico", mentre, attorno al 1918, sulla rivista "Valori Plastici" si comincia a parlare di "pittura metafisica".
"Le muse inquietanti", un dipinto del 1917 nel quale già si colgono molto chiaramente i caratteri di quello che sarà il mondo figurativo "metafisico", "al di là delle cose sensibili" di tutta la pittura seguente, rappresenta il tentativo di cogliere un mistero celato nel mondo fenomenico, al di là dell'apparenza, personale elaborazione dell'artista di contatti e frequentazioni con l'irrazionalismo tedesco e le teorie filosofiche di Schopenhauer, Nietzsche, Weininger.
Le teorie di Nietzche, filosofo molto amato da De Chirico, rivivono nel rigore dei canoni compositivi tradizionali, negli spazi rarefatti e deserti, nelle architetture stilizzate dall'ordinata geometria e dalla prospettiva deformata, nel ricorrente tema del manichino, metamorfosi misteriosa ed indecifrabile della figura umana, che, non essendo umana, si presta egregiamente ad esprimere quell’assenza di vita che caratterizza la pittura metafisica. Ne deriva una satira lucida dell'aspetto comune delle cose in cui la matrice classica dell'origine greca viene annullata e superata in un processo dove si rintracciano concetti postmoderni, dando forma ad una lettura anomala dello spazio e della prospettiva che, devitalizzando la realtà, pone sotto una nuova luce la stessa identità umana.

Il tema dominante è quello di un'eternità immobile e misteriosa, che prevarica l’apparenza delle cose ed induce ad interrogarsi sul loro significato ultimo, sul perchè della loro esistenza, in un'atmosfera magica da visione onirica.
La piazza, scena del quadro, pavimentata di assi, somiglia ad un palcoscenico che ha come sfondale il castello di Ferrara ed una fabbrica con ciminiere, metafora della bipolarità antico-moderno, presente-passato, strutture vuote ed inutilizzate, in un complesso scenario panoramico rappresentato da due punti di vista diversi, uno in alto per la parte inferiore, uno in basso per la parte superiore, chiara citazione della pittura fiamminga del '400.
Protagoniste della scena sono le Muse, che l'artista definisce inquietanti perchè delega loro il dialogo con il mistero, con la verità al di là dell'apparenza, con una realtà svincolata dal tempo e dallo spazio, in polemica con un concetto di modernità che nega i valori del passato, trasformandole in manichini: quello in primo piano, grazie alle pieghe verticali della veste, pare sul punto di metamorfizzarsi in colonna ionica, mentre l’altro, in secondo piano, seduto, ha la testa smontata ed appoggiata a terra, simile ad una maschera che allude al negrismo caro a Pablo Picasso e all’ambiente parigino del suo tempo, in riferimento polemico con il Cubismo e tutte le correnti avanguardiste che De Chirico ha sempre rifiutato.
I colori sono caldi, giocati sui toni del rosso-marrone, corposi, privi di vibrazioni, la luce è bassa, le ombre lunghe, nette e definite, la prospettiva converge verso il fondo del palco ligneo a definire uno spazio vasto ed irreale, innaturalmente deserto e statico, un luogo allucinante dove tutto è cristallizzato in una sospesa realtà atemporale e la vita umana è preclusa, sostitiuita da quella puramente figurativa dei manichini.

link:
Ordinè - n° 2 Novembre 2008 (e-book)

pag 102 - Cinque esperienze matafisiche dello spazio. Adriano, Leopardi, Capra, De Chirico, Rothko


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