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Henri Matisse - "La desserte"
di Vilma Torselli
pubblicato il 11/04/2007
La provocazione fauve e le radici del movimento moderno in un pittore dal linguaggio vivacemente cromatico eppure raffinatamente controllato.

Henri Matisse (1869-1954) con Derain e de Vlaminck, che egli conobbe alla retrospettiva di Van Gogh tenutasi alla Bernheim-Jeune nell'estate del 1901, costituisce la triade più importante del gruppo di pittori soprannominati dai critici contemporanei dispregiativamente "Fauves", bestie selvagge, che esordirono nel 1905 con una mostra al parigino Salon d'Automne suscitando interesse e scandalo.
Il dipinto presentato, datato 1908, intitolato "La desserte" (la credenza) definito dall'autore "Armonia in rosso" e conosciuto in Russia con il titolo "Stanza rossa", ha una storia piuttosto singolare.
Inizialmente nasce dalla fantasia del suo artefice come "Armonia in azzurro", prendendo spunto da un tessuto decorato con motivi arabescati in quel colore, che avrebbe ispirato all'artista altre opere ("Natura morta con tovaglia azzurra"), in seguito viene rimaneggiato più volte, infine diventa ciò che appare nella versione attuale, della quale lo stesso artista si dichiara soddisfatto in una lettera indirizzata ad un mercante russo al quale il quadro viene proposto per la vendita.

La natura intima ed ingenua dello spunto tematico, la familiarità della scena rappresentata, che per certi versi richiama la pittura d'interni fiamminga, denunciano una certa tendenza alla semplificazione del tema, così come la voluta innaturalezza del colore e del segno, quest'ultimo di netta definizione come si conviene ad un abile incisore, esprime un sostanziale disinteresse per la rappresentazione realistica degli oggetti, secondo il concetto che il colore possa servire non tanto per esprimere la realtà quanto lo stato d'animo soggettivo evocato: è, questo, un elemento che rappresenta da una parte un netto richiamo al movimento simbolista ed agli studi di Matisse presso Gustave Moreau, dall'altra una significativa anticipazione della poetica dell' Espressionismo, pervasa di emotività.

"Non dipingo cose - afferma lo stesso Matisse - dipingo le differenze fra le cose".
Chiama la sua opera "armonia in rosso", rammentando Whistler, autore di un suggestivo "Capriccio in porpora e oro", e trasforma l'impressione visiva in ornamento, con la capacità di semplificazione decorativa e di stilizzazione formale che gli deriva dallo studio dei motivi cromatici dei tappeti orientali e dei tessuti di arredamento: gli elementi della scena, la figura umana, gli oggetti sulla tavola, il panorama fuori dalla finestra, tutto concorre come elemento indispensabile al senso generale della composizione, dominata dallo sfondo sontuosamente lavorato, anche la figura umana, la donna, e la natura, gli alberi, si deformano secondo precisi ritmi curvilinei per assecondare il proprio inserimento nel motivo decorativo della tappezzeria.

Lungi dall'essere un'opera di spirito naif, "La desserte" è pervasa da una raffinatezza concettuale di tipo intellettualistico, espressa da un ricercato accostamento di colori smaglianti , da una semplicità segnica accuratamente meditata e da una decisa forza espressiva nell'uso dei colori, vivi e netti, con chiare analogie con Gauguin e Van Gogh, pur senza la violenza liberatoria di quest'ultimo.

Tutto ciò fa di Matisse un fauve di straordinaria raffinatezza, che, pur senza rinunciare mai alla forza espressiva del colore, fu capace di una visione delicata della realtà, di quieti accenti intimisti, di un progressivo alleggerimento dei toni linguistici, specie verso la fine della sua vita, segno di una componente contemplativa e spirituale, accentuata probabilmente dai suoi interessi verso l'arte orientale soprattutto persiana, che rendono la sua opera originale e riconoscibile

La particolare predilezione di Matisse per i motivi decorativi dei tappeti e dei tessuti d'arredamento esotici, orientali ed africani, (nel 1906 esegue un dipinto che, sintomaticamente, intitola "I tappeti rossi (natura morta con tappeto rosso)") si lega alla sua tendenza alla rappresentazione bidimensionale, raffinatamente cromatica, nella quale la stilizzazione delle forme gli permette di raggiungere quella semplificazione segnica che lo distingue dagli altri artisti fauve.
Egli stesso scrive: “I viaggi in Marocco mi hanno aiutato ad effettuare il necessario cambiamento, e mi hanno riportato a più stretto contatto con la natura. Questo è più di quanto mi fosse consentito dall’applicazione di una teoria viva, come quella del Fauvismo”, denunciando la consapevolezza dell'origine della sua componente decorativistica nell'arte e nell'artigianato di quei popoli lontani.




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