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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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Chaim Soutine, "Le Groom"
di Vilma Torselli
pubblicato il 30/04/2007
L'uso del colore come mezzo prioritario per esprimere il sentire soggettivo e per stabilire un contatto a livello emotivo con la realtà esterna.
Volendo classificare Chaim Soutine (1893-1943) in una corrente artistica, si dovrebbe scegliere l'Espressionismo, anche se, in realtà, come Modigliani o Viani, Soutine fu sostanzialmente un indipendente, un solitario, impermeabile ad influenze esterne, fuori da ogni movimento organizzato, fedele solo a sè stesso.
Soutine, ebreo russo, giunge a Parigi, dicasettenne, nel 1911 dalla natia Lituania e si trova al centro di un mondo in grande fermento culturale, dove l'Impressionismo ha cambiato le regole del fare arte, dove ogni avventura intellettuale appare possibile e realizzabile, dove la frequentazione di un gruppo di pittori ebrei, accomunati non solo da affini ideali artistici, ma anche da una coscienza di esiliati venata di malinconia, lo conforta e lo indirizza nella sua attività artistica: con Modigliani, Chaim Soutine rappresenterà in seguito l'espressione più tipica della cosiddetta "Scuola di Parigi".

Determinante si rivela l'incontro con il conterraneo Marc Chagall e il suo mondo magico e fantastico, dove sfumano i parametri spazio-temporali e i colori si dispiegano liberamente ed arbitrariamente secondo la logica soggettiva di un artista affabulatore dotato di straordinaria capacità immaginativa. La stessa che Soutine, nel quale prevale invece una visione del mondo intensamente drammatica, riversa impetuosamente in allucinati paesaggi, tragiche figure, cupe nature morte con carcasse di animali squartati.
Di Chagall, Soutine coglie la vivace e violenta versione cromatica e la capacità di esternare la propria interiorità emotiva in modo assolutamente disinibito, personale ed autonomo, definendo poi ed affinando il suo linguaggio formale anche attraverso lo studio delle opere di Van Gogh, nel quale si identifica per una peculiare poetica dell'angoscia: Soutine fu infatti personalità difficile, asociale, introversa, incline alla depressione, spesso sull'orlo del suicidio, definito dai suoi amici un selvaggio poco avvezzo all'uso delle posate ed alla pulizia personale.

Il violento pathos espressionista che si sprigiona dalle opere di Vincent, l'esplosività dei colori, l'angoscia, il tormento dell'animo che quelle tele trasudano fungono da catalizzatore e spingono Soutine a strutturare in modo sempre più libero un linguaggio artistico fatto di linee tese e contorte, colori guizzanti in inaspettate accensioni e violenti contrasti di luce, schemi compositivi di grande dinamismo, seppure nei termini di immagini sostanzialmente raffinate, talvolta ossessivamente ripetute nella forma e nel tema (anche il groom ebbe più versioni).
Cosicché la distorsione della forma, ben evidente nel quadro presentato, che risente anche dello studio appassionato della pittura di El Greco, di Rembrand, di Toulouse-Lautrec, nulla toglie alla sostanziale figuratività delle opere di Soutine, poichè, come afferma De Kooning, egli distorce la figura, ma non la persona.

In questo enigmatico "Ragazzo dell'ascensore"("Le Groom", 1927, cm 98x80cm, la scelta del particolare soggetto rimane oscura), ciò che più acutamente colpisce non è il tema, per quanto originale, nè l'insolito aspetto del soggetto rappresentato, ma la modalità dell'esecuzione, l'utilizzo che l'artista fa della pittura, del colore, della pennellata nervosa e contorta per comunicare la propria angoscia, la bruciante tensione interiore, l'esasperata soggettività del sentire, che sarà il tema dominante di tutta la pittura seguente all'Espressionismo.

Se paragoniamo questo dipinto a "La desserte" di Matisse , che pure fu il rappresentante più celebre dei Fauves, le bestie selvagge, vediamo facilmente come la violenza del colore, in entrambi i casi il rosso, ottenga risultati profondamente diversi, mancando del tutto, nella composta calma edonistica del dipinto di Matisse, la forza emotiva che, con tanta prepotenza, promana dall'opera di Soutine, che qui porta alle conseguenze estreme l'uso del colore come mezzo per esprimere il sentire soggettivo e stabilire così un contatto a livello emotivo con il mondo esterno.

* articolo aggiornato il 12/04/2013


DE ARCHITECTURA
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