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L'Orientalismo
di Vilma Torselli
pubblicato il 22/01/2007
Orientalismo, uno stile pittorico dei primi decenni dell'‘800 caratterizzato da elementi grafici e tematici legati alle culture esotiche di paesi lontani.
l’Africa, la Persia, l’Arabia... località che prima di allora erano collocate soprattutto nell’immaginario collettivo attraverso i racconti di viaggiatori avventurosi, all'inizio dell'800 diventano più accessibili e reali, almeno nel pensiero, grazie anche al diffondersi, in alcuni stati europei, della politica colonialistica e grazie alle spedizioni archeologiche che, con i loro ritrovamenti, rendono possibile la concreta conoscenza, attraverso i reperti, delle storia e degli usi e costumi di civiltà non più così lontane.

Inaugurato in Francia dall’opera di Delacroix - sua la celebre 'Morte di Sardanapalo' del 1827 – e divenuto subito un movimento transnazionale, in Italia l’Orientalismo trova terreno fertile nella preesistente cultura romantica, già di per sé pervasa di suggestioni fantastiche e sensibile al fascino dell’insolito, dell’ignoto e del pittoresco, affermandosi al punto che la seconda metà dell’ ‘800 vede il fiorire di una stirpe di artisti-viaggiatori – accanto a scrittori da viaggio, poiché il fenomeno interessa una contemporanea, vasta produzione letteraria europea - che ricavano dai loro ricordi di viaggio opere orientaleggianti popolate da odalische, danzatrici, berberi: Raffaele Carelli, Ippolito Caffi, Fausto Zonato, Antonio Fontanesi, Pietro Bellò, che andrà addirittura a vivere a Costantinopoli, sono alcuni degli artisti viaggiatori che nella prima metà dell’ ‘800 compiono il loro “Voyage en Orient” , muovendosi verso la Grecia, la Turchia, l’Egitto, l’India e tornandone irrimediabilmente contagiati da un inguaribile “mal d’oriente”.
Tuttavia la maggior parte degli orientalisti è costituita da artisti che non visitarono mai i luoghi delle loro ambientazioni, dandone nei loro dipinti una versione personale, fantastica e spesso falsata da un’idea dell’Oriente creata dall’immaginazione degli Orientalisti.

Nasce così un universo iconografico fatto di riferimenti etnografici non proprio scientifici, di harem immaginari, di improbabili sultani e schiavi, impiantato su reali ideali coloniali che, in qualche modo, ne costituiscono la base storica e ne giustificano il racconto.

Ben presto l’Orientalismo, nella sua accezione più generica di Esotismo, assume coloriture prettamente simboliste, divenendo pretesto per una pittura d’evasione mollemente estetizzante, sensuale ed erotizzante, talvolta onirica quando non decisamente folcloristica. E forse proprio per la sua carica fantastica e perciò atemporale e universale, per il fascino ambiguo emanato da tutto ciò che è sconosciuto, l’Orientalismo non cessa di interessare l’arte europea anche nella seconda metà dell’ ‘800, in pieno clima positivista, prolungandosi nel ‘900 avanguardista, restando poi sempre presente (ancora oggi!) nella cultura occidentale.

Gaetano Previati (1852-1920) dipinge nel 1887 “Le fumatrici di hashish” ambientando la scena in un interno fumoso e ovattato da tappeti policromi morbidamente ammucchiati sul pavimento, dove l’atmosfera orientaleggiante si lega all’idea della trasgressione e del peccato, dando così l’interpretazione più tipica di ciò che l’occidente di allora intende per Orientalismo.

A cavallo del nuovo secolo, Anselmo Bucci, Felice Casorati, Alberto Savinio, Melchiorre Melis, Giuseppe Biasi, Enrico Prampolini, Achille Funi eseguono opere orientaliste, proiettandovi le prime ricerche metafisiche e surrealiste, individuando nell’Orientalismo un luogo della mente, il luogo di una realtà inesistente, non osservata e riprodotta, ma vagheggiata ed immaginata, un luogo in cui ciascuno di noi, almeno qualche volta, ha sognato di entrare.


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