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André Derain, "Bagnanti"
di Vilma Torselli
pubblicato il 22/05/2007
"La couleur est la matérialisation de la lumière. C'est donc une matérialisation de l'esprit. La couleur fixe la lumière. Où il y a lumière il y a esprit. L'éternité des jours est la durée d'une lumière. ..." (André Derain)
André Derain (1880-1954), affascinato da Van Ghog dopo averne visitato una mostra, con l'amico Matisse, nel 1901 alla galleria Bernheim, amico di Picasso, George Braque e de Vlaminck, oltre ad essere un importante fondatore del movimento fauve, partecipante alla famosa collettiva del Salon d'Automne di Parigi nel 1905, ricopre un ruolo centrale nella definizione della poetica cubista, alla quale perviene partendo dall'analisi strutturale della pittura di Cezanne.
Con Picasso condivide la passione per l'arte etnica africana dalla quale giunge al primitivismo, corrente affermatasi attorno al 1935, che compie una sintesi di surrealismo, pittura metafisica e ritorno al realismo: da una elaborazione del tutto personale Derain ne deriva il “réalisme magique", distante dal naturalismo quanto lo sarà l’astrattismo, e per questo magico, appunto (“la vertu de l'objet, au sens ancien du mot”).

Infatti percorrendo il lunghissimo iter artistico di Derain, che fu molto prolifico e fu addirittura accusato di eccesso di produzione per le ben 2300 opere realizzate, si possono individuare almeno quattro importanti momenti : il fauvismo, il più noto, il primo cubismo analitico, il neo-classicismo e il primitivismo, passi di un percorso di scoperta in cui Derain procede a volte all'indietro, con momenti di rottura e balzi improvvisi.
Personaggio non privo di contraddizioni spesso stroncato dalla critica contemporanea, Derain fu molto amato, per la sua straordinaria modernità, da un gran numero di giovani artisti di talento quali Carrà, Duchamp, Giacometti et Balthus.

Le bagnanti”, 1907, olio su tela ora al MOMA di New York, soggetto particolarmente significativo e ricorrente nella tradizione pittorica di tutti i tempi, rappresenta una equilibrata commistione delle principali linee creative dell’opera di Derain: il gruppo di nudi femminili, che nello schema compositivo rimanda a celebri realizzazioni di Picasso, denuncia in una certa composta solennità un recupero delle origini della tradizione classica europea, esitando in un linguaggio manierista di ritorno al naturalismo, particolarmente riferito al Rinascimento italiano, rivisitando stili ed artisti diversi, da Rubens ed i suoi nudi di volumetrica opulenza, a Giorgione, Tiziano e Michelangelo, nell'aspirazione ad essere, come Derain stesso dice, un artista di tutti i tempi, perché "....l’uomo che coglie nelle forme i loro elementi eterni diviene lui stesso eterno".

Decisi e contrastanti i colori, che Derain definisce "des cartouches de dynamité ", secondo la tavolozza fauve, solidamente plastica la forma che si immette in uno spazio prospettico di taglio estremamente moderno e quasi cinematografico nel quale la profondità è assicurata dalle dimensioni digradanti delle figure, una centrale, in primo piano, le due laterali simmetricamente posizionate in arretramento. Nell’ultima fase della sua attività pittorica, Derain, che anticipa in opere come questa il suo più congeniale filone ispirativo, sceglierà definitivamente di ripiegarsi sull'elaborazione di un passato dichiaratamente classicista.

In realtà la spinta verso questa soluzione stilistica parte, in un artista come lui precorritore dei tempi, dalla coscienza della crisi della rivoluzione avanguardista, la stessa crisi da cui scaturirà in Italia la poetica novecentista e la produzione di artisti da lui influenzati ed a lui legati da una sottile trama di rimandi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Achille Funi, Giorgio Morandi ed altri italiani, forse per retaggio culturale più propensi a riconoscersi nel suo suggestivo ritorno al passato.


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