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Henri Matisse, "La danse"
di Elettra Cecilia e Vilma Torselli
pubblicato il 27/07/2007
Una pittura che nasce dall'emozione filtrata dallo studio e dal controllo.

L'idea che attraversa "La danse", dipinto nel 1910. un grande olio su tela di cm 260 x 391 oggi conservato al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, risale al precedente "La joie de vivre", del 1905 (Barnes Foundation, a Merion) con il girotondo di corpi che si vede sullo sfondo. Nel 1906 appare il rilievo in legno "La dance" (Muséé Matisse, Nizza) con la rappresentazione di corpi estatici delle ninfe che danzano.
Lo stesso motivo si trova anche nella decorazione dei vasi dell'artista.
Nel 1909 Matisse lavora alla prima versione de "La danse" e il collezionista russo S. I. Sukin commissiona per la sua villa di Mosca un altro pannello con le stesse misure, ma con delle caratteristiche stilistiche più dinamiche dei corpi danzanti.

Terminato il monumentale pannello per Sukin, Matisse abbandona per molto tempo il tema della danza.

La danza, nella visione di Matisse, porta con sè il significato di movimento ed azione incarnati nel corpo delle sei danzatrici che compaiono per la prima volta sul fondo de "La Joie de vivre".
Riprendendo dunque il tema già affrontato, l'artista elimina una figura dal gruppo e realizza la composizione regolare del dipinto "La danse", scegliendo di conferire al quadro caratteristiche innovative: la più significativa è costituita dall'uso di colori molto accesi, rosso, verde e blu, secondo l'impostazione fauve.
Il colore è impiegato in grandi stesure bidimensionali delimitate da linee sinuose e arabescate su un fondo dicromo, dove viene accennato un arcuato piano di terra e l'orizzonte di un cielo cupo.
I corpi delle danzatrici si uniscono in forma circolare liberamente articolata a definire un'allegra danza rituale a piedi nudi che si ispira a quelle viste tante volte da Matisse a Collioure o a Parigi al Moulin Rouge o al Moulin de la Galette.
Le figure, che vogliono rappresentare una mitica età dell'oro, sono ridotte all'essenziale e trasmettono allo spettatore energia, tensione dinamica nella posa arcuata e gioia di vivere come metafora della danza stessa. Lo spazio in cui avviene l'azione è irreale e privo di profondità, anch'esso liberamente impostato secondo le esigenze creative dell'artista e non secondo le leggi prospettiche.
Con un significativo cambio di rotta, Matisse abbandona qui sfondo ed ambientazione paesaggistica per esaltare il valore puramente decorativistico della forma, che non necessita di contesto in quanto pura astrazione segnica: la linea di contorno definisce l'immagine e la campitura del colore che la costruisce, rifuggendo da ogni effetto volumetrico ed esaltando la piattezza antinaturalistica del corpi, con interessanti analogie con la Scuola di Pont-Aven.

Matisse riprenderà il tema della danza in un altro dipinto nel 1933, realizzando un pannello commissionatogli dal dottor Barnes, grande collezionista statunitense, per decorare la parte in ombra del soffitto della nella grande sala della Fondazione Barnes a Merion dove già si trovavano bellissime tele di Cézanne, Seurat e altri.
Matisse realizza un dipinto in cui compaiono otto figure femminili stilizzate sullo sfondo di squarci di cielo, dee dalle carni grigie come i muri della sala del Merion davanti ad un cielo blu cobalto e rosa brillante.
Le otto danzatrici che ballano, seguendo movimenti sciolti ed istintivi, a piedi nudi, che fanno pensare alla danza libera della celebre Isadora Duncan, sono molto sinuose ed eleganti e trasmettono l'emozione della gioia di vivere sintetizzata nel corpo che danza.

La pittura di Matisse nasce dall'emozione, come lui stesso diceva, unita allo studio e al controllo, secondo un concetto di pittura solo apparentemente semplice o semplificato, in realtà concettuale ed intellettualistico che, con raro equilibrio, coniuga sentimento e razionalità, organizzazione e spontaneità, cuore e cervello.




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