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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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Il ritratto
di Vilma Torselli
pubblicato il 9/04/2007
La fisiognomica, perfezionata e codificata dagli studi di Leonardo da Vinci, mezzo per indagare i moti dell’animo a partire dai tratti del volto.
"Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile".
(Leonardo da Vinci)
Ritratto di Cecilia Gallerani
(donna con ermellino)
Da una lettera di Van Gogh al fratello Theo: "Vorrei fare il ritratto di un amico artista........... Quest’uomo sarà biondo. Vorrei mettere nel quadro la mia stima, l’amore che ho per lui. Anzitutto lo dipingerò tale e quale con la maggiore fedeltà possibile. Ma il quadro non sarà finito cosí. Per finirlo divento adesso un colorista arbitrario. Esagero il biondo della capigliatura, arrivo ai toni aranciati, ai cromo, al giallo limone pallido. Dietro la sua testa, invece di dipingere il muro banale di un appartamento meschino, faccio un semplice fondo del blu piú intenso che posso trovare e con questo semplice accorgimento la testa bionda rischiarata sul fondo blu raggiunge un effetto misterioso come una stella nel profondo azzurro........."

Il ritratto è uno dei più antichi generi pittorici che la storia dell'arte ci abbia tramandato, a testimoniare che da sempre l'uomo è animato da un profondo, fondamentale desiderio: affidare la propria immagine ad un dipinto per opporsi all'avanzare del tempo con la preservazione della memoria, costruire un altro sé dotato di vita propria, realizzare il sogno faustiano dell'immortalità, un inganno a metà tra verità ed illusione dal fascino sottile e vagamente inquietante.

In realtà il ritratto non è solo un genere pittorico, ma una rappresentazione della percezione che gli artisti di ogni epoca ebbero di sé e dell’uomo più in generale, ciascuno secondo il proprio tempo, la propria cultura e la propria storia.

Il ritratto ha inizialmente un compito documentale, vuole rappresentare l'aspetto reale di una persona, è vincolato al valore riconoscitivo basato sulle fattezze individuali, così come l'arte è delegata al ruolo della rappresentazione del mondo, solo nell'Umanesimo rinascimentale, quando la visione antropocentrica sostituisce quella teocentrica e l'uomo, padrone del suo destino, acquista una nuova coscienza della percezione dell'io, il ritratto diventa un mezzo per esprimere il vissuto interiore del soggetto rappresentato: in questo viaggio alla rovescia, che l'uomo occidentale intraprende verso l'interno di sé, assume particolare importanza la corrispondenza tra interiorità ed aspetto esteriore, che viene indagata soprattutto per opera di Leonardo da Vinci.

Si deve alla sua intelligenza multiforme e alla sua mentalità scientifica e speculativa un vero e proprio "Trattato di Fisiognomica", dove viene codificata questa branchia delle scienze umanistiche, in verità nota sin dai tempi di Aristotele, ma mai affrontata prima in termini scientifici, che si prefigge di giudicare l’indole di un uomo partendo dal suo aspetto esteriore, i moti dell’animo a partire dai tratti del volto.

Dal '500, attraverso l'opera dei molti ritrattisti rinascimentali, gli interessanti studi di Giovan Battista Pozzo ed i suoi sillogismi con il mondo animale, le rappresentazioni metafisiche dei quadri di Giorgione, l'indagine del '600 in chiave naturalistica del volto umano, l'opera del pittore William Hogarth, autore di un "The treaties of beauty" e di studi di fondamentale interesse sulla fisiognomica nella scia dell'interpretazione leonardesca, si giunge agli studi antropologici ed evoluzionistici di Darwin, nel clima positivista dell' '800, e alle teorie di Cesare Lombroso, psichiatra, che fissa precise relazioni tra fisionognomica e criminologia.

Nell' '800 il volto, di cui l'Impressionismo sfalda i contorni in una luminescenza indistinta dove la forma dilaga, è ritratto in modo tradizionalmente borghese, con accenti intimisti incentrati sul virtuosismo degli effetti cromatici, in schemi sostanzialmente tradizionali (basti pensare a Renoir), oppure nelle forme eleganti e lineari dell'Art Nouveau e nella stilizzazione naturalistica del Liberty: sarà l'Espressionismo, con l'esasperata deformazione lineare dei volti di Munch, le "devastazioni fisiognomiche" di Van Gogh, profondo conoscitore della materia, le figure di Kirchner, di Gauguin, di Beckmann, a tradurre nel modo più drammatico e definitivo la sofferenza interiore di un mondo sull'orlo di un baratro, la prima guerra mondiale, in ritratti di esasperata soggettività che preludono al progressivo spostarsi dell’attenzione dal ritratto all’autoritratto, dove soggetto ed oggetto coincidono in unione empatica.

Nel '900 , quando Freud dà alle stampe "L’interpretazione dei sogni" e "Psicoanalisi dell'Arte e della Letteratura", si capisce che la fisiognomica convergerà inevitabilmente nella psicologia, che non sarà più possibile guardare un volto senza leggervi l'interiorità ( "il volto è lo specchio dell'anima").
La psicologia entra di prepotenza nell'arte e diventa una fondamentale chiave di lettura per l'analisi della rappresentazione ed anche, è sempre Freud ad insegnarcelo, dell'interiorità dell'artista artefice dell'opera: per dirla molto sinteticamente, ogni ritratto è anche un autoritratto e, simmetricamente, ogni autoritratto è un ritratto, il volto dell'altro è lo stagno di Narciso in cui l'artista cerca sé stesso, affacciandosi sul proprio inconscio.

Nella seconda parte del '900, a seguito della rivoluzione avanguardista e dell'opera dirompente di alcune straordinarie personalità artistiche, l’inquietudine e l'emotività travolgono ogni canone espressivo, la pittura comincia a erodere la morfologia del volto umano mentre viene abbandonata ogni pretesa di naturalismo a favore di una rappresentazione fortemente soggettiva ed emotiva.
L'irrompere della tecnica fotografica cambierà ancora una volta le carte in tavola e il ritratto fotografico inaugurerà, per l'artista, un nuovo modo di rapportarsi con un soggetto guardato attraverso l'obiettivo di una macchina.

Richard Avedon, fotografo con una sensibilità a 360°, nella prefazione del suo "In the American West" scrive: "Per portare a compimento l’immagine un fotografo ritrattista dipende da un’altra persona. Il soggetto immaginato, che in un certo senso sono io, deve essere svelato in qualcun altro, disposto a partecipare a una finzione di cui probabilmente non è a conoscenza. Le mie preoccupazioni non sono le sue. Relativamente all’immagine, abbiamo ambizioni distinte. Probabilmente la sua esigenza di difendere la propria causa è forte quanto la mia, tuttavia sono io ad avere il controllo.", mirabilmente sintetizzando il concetto focale che la parola ritratto sottende: una interazione, un confronto, uno scambio, un'azione da parte del ritrattista che "implica manipolazioni, sottomissioni. Si arriva all’arroganza, e si agisce in base a ciò che raramente rimarrebbe impunito nella vita ordinaria": in questo corpo a corpo intellettuale, il fotografo svela se stesso in un altro "disposto a partecipare a una finzione".

La possibilità di conoscere il carattere ed indagare la psiche attraverso lo studio del corpo, appaga la necessità di ricondurre una realtà non visibile a schemi noti e perciò rassicuranti: può essere questa una delle motivazioni per cui l'arte moderna ha affrontato ed interpretato in mille modi il tema del ritratto, secondo una linea evolutiva che passa dalla fisiognomica alla psicologia e alla psicanalisi, fino a non poter più distinguere percorsi autonomi e delineando proprio nel rapporto fra arte e psicologia l'asse portante su cui si fonda la cultura occidentale, non solo visiva, il che ne fa un caso unico nella storia dell'umanità.

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L'autoritratto

* articolo aggiornato il 25/04/2014


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