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Backstage
di Vilma Torselli
pubblicato il 21/02/2014
La magia del backstage, un'occhiata dietro le quinte per vedere come nasce la creazione.

Uno sguardo furtivo su momenti rubati, la verità dietro la finzione, il lavoro prosaico dietro la poesia di un’immagine, le esitazioni, le incertezze, la stanchezza, la tensione, gli errori, l’umanità del fotografo, degli assistenti, dei personaggi in attesa dello scatto: disordinato mix di spontaneità e professionalità, il backstage racchiude una gamma infinita di scatti possibili, ciò che non vedremo mai e che tuttavia resta come una sorta di memoria subliminale nell’immagine, traccia invisibile eppure presente del retroscena, del dietro-le-quinte, che può intrigare, sorprendere, stupire e catturare l’interesse più della foto finale.
Fase preparatoria in cui il fotografo osserva, prova, sperimenta, assorbe l’atmosfera in attesa del ‘momento della verità’, il backstage è un crocevia di emozioni in libertà dove ognuno è se stesso prima di diventare personaggio, dove ognuno si concentra sul proprio ruolo, provando e ridefinendo gli strumenti tecnici e le proprie emozioni.
Il servizio di  backstage  ferma una situazione spontanea e fuori controllo, essenzialmente documentativa e racconta un processo di creazione in fieri visto dall’occhio del fotografo che costruisce un proprio racconto visivo, sovrapposto e separato, nell’unica occasione in cui viene casualmente sorpreso intento al lavoro, svelando la persona in carne ed ossa dentro il deus ex machina solitamente invisibile seppure indispensabile.

"In the American West", monumentale opera fotografica on the road di Richard  Avedon, è frutto di un lavoro lungo e complesso del quale Avedon dice: ”La struttura del progetto mi fu chiara quasi sin dall’inizio”. Scatterà 17.000 negativi in bianco e nero a 752 soggetti sparsi in 17 stati e 189 città.
Fotografo il mio soggetto su uno sfondo di carta bianca, largo circa 2,70 metri e alto 2,10, fissato a una parete, a un edificio, a volte sul fianco di un rimorchio. Lavoro all’ombra perché la luce diretta crea sulla superficie ombre, intensità luminose e accenti che sembrano volerti dire dove guardare. Voglio che la sorgente di luce sia invisibile, così da neutralizzarne il ruolo nell’apparenza delle cose.
Uso una fotocamera panoramica formato 8 x 10 pollici su cavalletto [……]. Rimango in piedi accanto alla fotocamera [……]. Mentre lavoro devo immaginare le fotografie che scatto perché, non guardando attraverso l’obiettivo, non vedo mai con esattezza ciò che la pellicola registra fino alla realizzazione della stampa. Sono abbastanza vicino da toccare il soggetto e nulla è tra noi, tranne quanto accade mentre ci osserviamo l’un l’altro, nel corso della messa in opera del ritratto. Questo scambio implica manipolazioni, sottomissioni. Si arriva all’arroganza, e si agisce in base a ciò che raramente rimarrebbe impunito nella vita ordinaria
.”

Il risultato è un grande racconto epico che porta all’onore della ribalta vagabondi, ladruncoli, braccianti, minatori, operai, casalinghe, stazioni di servizio, recinti per il bestiame, uno straordinario affresco popolare narrato da un fotografo sofisticato ed intellettuale come pochi.
La scelta dello sfondo bianco e l’esclusione di ogni contesto affidano tutto a quei volti che ci guardano, che guardiamo e che rappresentano “il tentativo di realizzare un’illusione: che quanto rappresentato nella fotografia è accaduto in modo semplice, che la persona nel ritratto è sempre stata lì”: mentre in realtà non c’è niente di semplice o improvvisato, nulla è lasciato al caso, l’istantanea non esiste, i personaggi devono restare in posa pazientemente e a lungo, come in uno studio fotografico.

Magnifico e perfetto Avedon.

Ma viene da pensare che il vero American West lo troviamo nel libro che, nel 2003, Laura Wilson  gli dedica, “Avedon at Work in the American West”, una testimonianza diretta e puntuale dei molti  backstage di quella grande ed entusiasmante avventura consumata durante sei estati trascorse in improvvisati bivacchi sotto il cielo aperto, su terreni accidentati, tra casolari fatiscenti.

Sfogliandolo, si capisce quanto la foto di backstage  possa efficacemente integrare il messaggio della fotografia ‘ufficiale’, proponendoci la scena da un punto di vista allargato nel quale confluiscono le suggestioni del contesto, le diversità del microcosmo umano che ci lavora, il chiacchiericcio confuso che fa da prodromo alla sinfonia.
Lo spettacolo comincia quando il rumore di fondo tace, il maestro sale sul podio, il campo visivo si stringe sul protagonista escludendo l’intorno e cambiando così il senso dell’immagine che viene consegnata alla storia.
Nel backstage c’è invece la cronaca, c'è l’America  vera percorsa in quel lungo viaggio, l’America di Edward Hopper, i paesaggi rurali della provincia, le sue vedute en plein air, gli spazi sconfinati, gli orizzonti lontani, il suo sguardo contemporaneo su una realtà immobile nel tempo, destinata all’oblio.

La convergenza tra la sensibilità visiva di Avedon e quella   fotografica di Hopper si rivela nella presenza silenziosa del mondo che sta fuori dalla cornice del quadro o dal filetto nero che contorna la foto, come se l’immagine fosse in realtà la scena minore, riflesso di un evento naturale grandioso che non ci è dato vedere ma che, comunque, in qualche modo, intuiamo stia avvenendo lì attorno, da qualche parte, negli spazi della solitudine e della libertà.

E capiamo che l’American West di Avedon è prima di tutto uno stato della mente, un altrove dove la dimensione dello spazio dilaga in quella del tempo al di là delle frontiere, delle misure, dei confini, e può essere molto vicina all’eternità.

link:
Richard Avedon "In the American West"
Laura Wilson "Avedon at Work in the American West"
la discussione sul blog di Efrem Raimondi
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