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Edvard Munch - "Il grido"
di Vilma Torselli
pubblicato il 11/04/2007
Il quadro più emblematico della sofferta poetica di Munch, ispiratore del movimento espressionista europeo.
"Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura".

Così scriveva Edvard Munch nel 1892, raccontando nel suo diario, con uno spunto decisamente autobiografico, una sofferta esperienza privata, egli stesso dicendo :'Dipingo non quello che vedo ma quello che ho visto'.
Munch, norvegese, con un vissuto personale di particolare tragicità (dirà:"Le malattie, la pazzia e la morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall'infanzia") dà l'avvio a quella poetica dell'angoscia che percorre tutta l'arte di quel paese in quel periodo, da lui espressa in un linguaggio spesso affannosamente ansioso tanto da risultare incompleto e per certi versi impenetrabile all'analisi dei critici contemporanei, anche se Christian Krohg, pittore naturalista amico e sostenitore di Munch dice delle sue opere : "Oh, si! Sono complete. Uscite dalla sua mano. L'arte è completa quando l' artista ha detto tutto quello che doveve dire veramente; e questo è il vantaggio che Munch ha su generazioni di pittori, ha l' abilità unica di mostrarci cosa ha provato e cosa lo tormentava, facendo sembrare tutto il resto senza importanza."

"Il grido", eseguito nel 1885, il più celebre quadro di Munch ed uno dei più drammatici di tutta l'arte moderna, di chiara lettura figurativa seppure assolutamente antinaturalistico, si presta ad una interpretazione psicologica che coincide con il contenuto rappresentato, un uomo fisicamente stravolto nelle sembianze da un terrore cieco che lo sconvolge interiormente, ed esprime, attraverso chiari riferimenti simbolici, la solitudine individuale (la figura isolata in primo piano), la difficoltà di vivere e la paura del futuro (il ponte da attraversare), la vanità e la superficialità dei rapporti umani (le due figure sullo sfondo, amici incuranti che continuano a camminare), dilatando l'esperienza individuale fino a compenetrarla nel dramma collettivo dell'umanità e cosmico della natura.
L'artista ferma sulla tela un suo momento disperato dipingendo "Il grido" (o "L'urlo"), del quale negli anni seguenti realizza altre versioni: il dipinto faceva parte di una complessa narrazione ciclica, "Il fregio della vita" (1893/1918), un gruppo di opere, ciascuna peraltro autosufficiente, sul tema del ciclo vita, morte e amore ("Il grido", "Il bacio", "Gli occhi negli occhi", "Vampiro", "Danza della vita").

Con quel grido Munch vuol dare voce alla disperazione del suo animo e del suo tempo, raffigurando con gelida spietatezza la condizione esistenziale del '900 in uno stile pittorico crudo e inquietante.
La rappresentazione pone in primo piano l’uomo che urla, l'artista stesso, un corpo lontano da ogni naturalismo, con la testa completamente calva come un teschio, gli occhi-orbite dallo sguardo allucinato e terrorizzato, il naso appena accennato nelle narici, la cavità della bocca aperta, vero centro compositivo dell'opera, dalla quale si dipartono le onde sonore del grido, una serie di pennellate sinuose che innestano in tutto il quadro un movimento concentrico, come cerchi nell'acqua, che contagia la natura circostante, il paesaggio, il cielo, trascinandoli in un gorgo di irresisitbile potenza dove tutto si annichilisce.
La spinta dinamica del movimento ad onda domina l'insieme, incombendo sulla figura, sulla natura, definendo con tratti concitati la tipica deformazione espressionista che, premendo sulla forma, vuol farne sgorgare e liberare l'angoscia interiore, fecendola esplodere con un grido liberatorio.
La figura in primo piano è tagliata in diagonale dalla linea del parapetto del ponte, di scorcio sulla sinistra, sul quale si allontanano le figure di sfondo, mentre sulla destra è raffigurato un paesaggio irreale e desolato, un gorgo d'acqua sopra il quale un cielo innaturalmente striato di rosso riprende lo stesso andamento ondulato.

In antitesi con la contemporanea corrente impressionista, di lirico naturalismo e gioioso cromatismo, l'opera di Munch, al contrario, non si proietta verso il mondo esterno, verso la natura, ma si rivolge all'inconscio, ripiegandosi su un'interiorità della quale scopre tutta la incontrollabile violenza emotiva.
Nella rappresentazione che Munch fa della scena non c’è alcun elemento che induca a credere alla funzione liberatoria e consolatoria dell'urlo, che resta solo un grido muto, inavvertito dagli altri, dolore pietrificato che vorrebbe uscire dal profondo dell'animo, senza mai riuscirci.
I temi dominanti, il dolore, la sofferenza di vivere, l'angoscia di guardarsi dentro, la disperazione dell'uomo e della natura, sono aspetti che definiranno da lì a poco la poetica dell'Espressionismo tedesco ed austriaco ed anticipano anche ciò che essi mutueranno dal Simbolismo.
Infatti Munch, che con questo quadro ottenne subito uno straordinario successo di pubblico, fu anche molto apprezzato, con la stima che si deve ad un riconosciuto precursore, da un gruppo di giovani artisti tedeschi , Ludwig Kirchner, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluf che nel 1902 videro la sua personale di Berlino e tre anni dopo costituirono Die Brücke (Il ponte), consacrando Munch vero fondatore di tutte le correnti di ispirazione espressionista che, a partire dalle avanguardie storiche di inizio secolo, hanno attraversato l'arte moderna fino ai nostri giorni.




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