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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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Parigi, al Musée National Picasso-Paris "Picasso, Obstinément Méditerranéen", il Mediterraneo nella vita e nelle opere di Pablo Picasso. Fino al 6 ottobre 2019.

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La Performance
di Alessandro Tempi e Vilma Torselli
pubblicato il 9/04/2007
La Performance Art, definizione "open-ended" che designa tutta una serie di operazioni artistiche coinvolgenti elementi relativi alla danza, al cinema, al teatro, al video, alla poesia ed effettuate davanti ad un pubblico.
La Performance è una forma d'arte di non facile definizione (si può forse chiamare "arte che si esplicita mediante l’azione"), che cercheremo di conoscere meglio grazie all'aiuto di un esperto, Alessandro Tempi, come è già avvenuto in altre occasioni per alcuni argomenti di lettura particolarmente difficile.

Scrive Alessandro Tempi:

"Come dice Robert Atkins nella sua bibbia dell'arte contemporanea, "ArtSpeak, a Guide to Contemporary Ideas, Movements and Buzzwords", Abbeville Press Publ. New York, 1990 ) il termine Performance Art è quanto mai "open-ended" e designa tutta una serie di operazioni artistiche prodotte attraverso l'utilizzo di elementi relativi alla danza, al cinema, al teatro, al video, alla poesia ed effettuate davanti ad un pubblico.
Il termine compare negli anni Settanta, ma con tale significato può applicarsi retrospettivamente anche ad eventi e/o operazioni precedenti (fine anni Sessanta) come quelle che fanno capo al gruppo Fluxus, gli happenings, le "azioni" (tipo quelle del Wiener Aktionismus per l'appunto) e quindi anche della Body Art (che propriamente implica l'automanipolazione del proprio corpo da parte dell'artista (vedi Chris Burden, Gina Pane, Marina Abramovic, Vito Acconci etc.).
Nella Body Art il medium artistico è dunque il corpo (Gina Pane si tagliuzzava il corpo con una lametta, Chrtis Burden si sparava, Vito Acconci si masturbava etc.).

I precedenti storici della Body sono i gesti dada (il taglio di capelli di Duchamp, le "azioni" di Yves Klein e Piero Manzoni negli anni Sessanta, ad esempio) e può essere letta anche come reazione viscerale di alcuni artisti alla freddezza, all'indifferenza ed alla cerebralità del Minimalismo.

Del resto, anche per la Performance si può parlare di un'ascendenza dada attraverso non Duchamp, ma John Cage, che diffuse il termine "performance" nel secondo dopoguerra.
Ma anche il dripping painting di Pollock può essere letto, in un certo senso, come performance, anche se, a rigore, vi manca l'elemento del pubblico e del contesto "live".
Nei tardi anni Settanta, tuttavia, una seconda generazione di Performance Artists ha rigettato il rigore e la severità della prima Performance Art (che era frutto delle poetiche anti-società di massa sviluppatesi nell'alveo dell'Arte Concettuale) per offrire operazioni più "cross-over" (in italiano, approssimativamente, più trasversali, che mischiano elementi di culture e approcci diversi).
E' il caso dell'attore e performer Andy Kaufman (la cui breve vita è ricostruita nel film "Man on the Moon" di Milos Forman), dell'autore ed attore Eric Bogosian (vedi "Talk Radio" di Olver Stone), del regista ed autore teatrale Robert Wilson - perfino Whoopi Goldberg si dice abbia cominciato come performance artist - ma soprattutto della cantante Laurie Anderson.
Che cosa accomuna questi ultimi? Semplicemente il fatto di aver portato la Performace Art fuori dalle gallerie e dai luoghi deputati dell'arte ed averla inscenata in altri luoghi - clubs, teatri, televisione, locali alternativi o di tendenza.
In questo senso, però, il primo grande performance artist di seconda generazione ed anello di congiunzione con la Body Art è sicuramente il cantante Jim Morrison dei Doors."

Come si evince da quanto scritto da Alessandro Tempi, performance vuol dire interdisciplinarità, coinvolgimento dello spettatore, vuol dire una forma d'arte che non mira a produrre oggetti artistici, ma sensazioni, inquietudini, impressioni, emozioni dal vivo grazie all'azione del performer, figura che Patrice Pavis, professore di teatro all'Università di Parigi, definisce "un autobiografo scenico che possiede un rapporto diretto con gli oggetti e con la situazione enunciativa”, un attore che recita sè stesso, che parla e agisce a titolo personale, in rapporto diretto col pubblico.
Si vede anche che la performance origina da lontano, che è già presente, come ci spiega Alessandro Tempi, nelle trovate provocatorie di Duchamp, nelle "azioni" di Yves Klein, Piero Manzoni, Jackson Pollock, accomunati, seppure in luoghi, tempi e modi diversi, in una ricerca sperimentale multidisciplinare che pone l'accento sull'immediatezza della relazione artista-pubblico per creare un evento artistico che, non prevedibile nelle sue specifiche modalità esecutive, non è riproducibile, non è una delle tante versioni o interpretazioni di un'opera, ma resta unico ed irripetibile.
Per usufruirne bisogna "esserci", farne parte, contribuire a crearlo.

Jeff Nuttall, critico e scrittore, dice che "l’arte performativa, a ben vedere, non vuol dire nulla", mancando un assunto teorico, essa si può descrivere ma non definire, ma forse è giusta una "non definizione" per un'arte che punta sulla relazione pragmatica con la vita e la realtà e che quindi, come loro, è imprevedibile e sempre diversa, indefinibile, appunto.


DE ARCHITECTURA
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