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Silvio Tomasoni, “Uovo di poeta”
di Vilma Torselli
pubblicato il 4/10/2018
"Io non sono né surrealista, né barocco, né cubista e neanche altre cose di questo genere. Io col mio nuovo vengo da qualcosa che è molto antico." (Constantin Brancusi)

Uovo di poeta” in alabastro su taccuino moleskine rosso, un uovo bianco, perfettamente levigato con cura paziente, la forma più semplice in natura, quella che, a parità di superficie esterna, racchiude il massimo del volume, uovo cosmogonico da cui tutto discende, archetipo del ciclo vitale di nascita e morte.

Frutto di una scelta rigorosa e precisa che non permette variazioni sul tema, la composizione si inserisce nel filone minimalista-concettuale nel quale Silvio Tomasoni ama talvolta rifugiarsi, che rappresenta forse necessari momenti di pausa e riflessione in cui placare le tensioni interiori e porsi “all’esterno di quel campo di battaglia che - come riconosce lucidamente - è il mio modo istintivo di creare, di inseguire ombre su una superficie o cercare la purezza nella materia.”

Sculture, disegni, scritti, numerose raccolte poetiche, vasta e varia la produzione di Tomasoni, come costante inderogabile la ricerca di sintesi e rigore, specie quando scolpisce o scrive, dichiarando egli stesso: “La pulizia della forma ovale la associo un po’ allo sforzo di togliere il superfluo dai testi poetici.  Scolpire le parole accarezzandole.  E non c’è altro modo per scolpire un uovo che non sia l’accarezzarlo.”

Accarezzarlo per mettersi in contatto con la concretezza confortante della materia “perché - dice Tomasoni - entrando in gioco anche il tatto si percepisce una “rassicurante” realtà . Ma lo è davvero?”.   
Forse non lo è, il dubbio resta ad alimentare i fantasmi della mente, fugato, almeno temporaneamente, dall'esperienza appagante e concreta di sentire il peso della materia raccolta nella mano, vedere il marmo che prende forma lentamente, gesto dopo gesto, le superfici che si accendono di bagliori, la forma che viene lentamente alla luce grazie ad un paziente lavoro di maieutica che discerne il superfluo dall’essenziale.
 
L’opera che ne deriva, giocata sul contrasto tra la durezza del materiale e la morbidezza della forma, tra il candore del marmo e il rosso squillante del supporto, è assolutamente descrittiva e naturalistica e al tempo stesso raffinatamente astratta, emblematica del rigoroso lavoro di sottrazione che percorre tutta la scultura di Tomasoni, via attraverso la quale “si arriva alla semplicità malgrado se stessi avvicinandosi al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa, ti devi nutrire della sua essenza per comprenderne il valore.”, così scrive Constantin Brancusi.

Scardinando il rapporto gerarchico tra l’opera scultorea ed il suo basamento, da sempre espediente per ‘innalzare’ l’opera sia metaforicamente che concretamente, Tomasoni sceglie come appoggio un supporto incongruo, apparentemente casuale, destituendo l’oggetto 'scultura' della sua sacralità artistica e riconducendolo ad oggetto quotidiano che si può toccare, manipolare, spostare relazionandolo in modo insolito e sempre nuovo con lo spazio circostante (forse Duchamp avrebbe apprezzato questa decontestualizzazione!)

L’arte non fa che ricominciare”, dice Brancusi, ricominciare innumerevoli volte nelle mani di innumerevoli artisti, sempre nuova anche se antica come l'origine del mondo.

© Copyright Silvio Tomasoni
link:
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