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Untitled ...... perché non ci sono parole
di Vilma Torselli
pubblicato il 25/10/2012

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” (articolo 9 della Costituzione Italiana)

Ricordo che quando la Tate Gallery ancora non esisteva e il maggior museo di Londra era la National Gallery of British Art in Trafalgar Square, rimasi stupita entrando in una stanza particolarmente affollata di visitatori ordinatamente in fila davanti ad un grande olio su tavola: era “La vergine delle rocce”, di tale Leonardo di ser Piero da Vinci, italiano di epoca rinascimentale, dipinto uscito dall’Italia nel 1785 ed approdato avventurosamente, attraverso mani e commerci vari, alla National Gallery nel 1880 previo acquisto per duecentocinquantamila franchi.
Stessa folla, stessa postazione d’onore, stesso autore e stessa provenienza per un altro olio su tavola, “Monna Lisa”, fiore all’occhiello del Louvre parigino, gelosamente difeso da sofisticati sistemi protettivi e negato ad ogni possibilità di prestito ad altri musei.
Sono solo due esempi di quello che, a livello mondiale, significa l’arte italiana, al di là di ogni pretestuosa divisione tra arte moderna, contemporanea, antica ecc., perché l’arte è arte e basta e se il nostro paese ha avuto l’avventura, l’opportunità, la fortuna di stratificare nei secoli un patrimonio artistico così straordinario da non aver eguali al mondo, quello deve offrire a chi cerca l’arte in Italia perché quello cerca chi viene in Italia per l’arte.

L’idea stessa del Maxxi è sbagliata fin dalla base, quando si sceglie di costituire una struttura che, anziché evidenziare ed esporre le eccellenze della nostra arte, anche moderna, puntando su una continuità culturale eminentemente ed orgogliosamente italiana, si adegua alla generalizzata deriva qualunquista dell’arte e dell’architettura contemporanee impegnando ingenti risorse pubbliche in modo evidentemente avventato, a giudicare dal recente commissariamento a pochi mesi dall’inaugurazione.
Appare quindi quantomeno autolesiva la dichiarazione di Giovanna Melandri che si proclama orgogliosamente ‘madre‘ di tanto sfacelo e quindi automaticamente autorizzata ad accudire l’infanzia della sua creatura.
Oggi penso che il Maxxi abbia bisogno di tutto il mio impegno per poter diventare la nuova Tate Modern italiana ………" dichiara Melandri.
Che sia una minaccia?
Perché mai una nazione antica e fortemente identitaria come la nostra dovrebbe misurarsi con realtà straniere del tutto fuori contesto e mettersi in competizione su un terreno che non le appartiene?
Chi vuole vedere la Tate (o le clamorose provocazioni di un guitto come Damien Hirst) vada a Londra, chi vuole vedere il Rinascimento venga in Italia, non c’è un altro posto al mondo in cui sia accaduto ciò che è accaduto da noi nel ‘500.

L’alibi dei vari ‘genitori’ del Maxxi passa anche per un’idea di business-museum che, dall’America, ci è stata rimbalzata assieme agli hamburger di Mc Donald’s, le lattine della Coca Cola, il principio commerciale della business-art , fenomeno più o meno culturale del passato ‘900 americano.
In quest’ottica, Mario Resca, ex amministratore delegato di Mc Donald's Italia, consigliere per le politiche museali dell’allora Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, dichiarava in un'intervista del marzo del 2009,
Abbiamo iniziato un dialogo con vari paesi. Sono stato negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia e abbiamo contatti anche col Giappone e la Cina. Una delle nostre strategie e' l'internazionalizzazione, cioe' creare contatti piu' istituzionalizzati nei vari paesi per favorire il turismo. Dobbiamo fare piu' incoming, quindi comunicare di piu', capire di piu' come trarre vantaggio dagli scambi di opere d'arte tra musei. […..] L'esempio da seguire e' quello del Louvre e del Guggenheim che hanno gia' stretto accordi con gli Emirati arabi per concedere capolavori in prestito e per lo sfruttamento del proprio marchio” snocciolando una sfilza di numeri e statistiche dalla quale si sarebbe dovuto evincere il potenziale economico della commercializzazione di quella che egli chiamava “la nostra cultura”.
Ecco trovata la formula per trasformare il sapere in danaro, operazione difficile quanto l’alchimia senza la pietra filosofale.
Ma la verifica di una struttura museale va fatta in base alla sua capacità di fare marketing e profitti o di produrre cultura e consapevolezza?
Con l’evidente obiettivo di imitare i musei d’arte moderna stranieri, Melandri promette di attivarsi per trovare finanziamenti pubblici e privati, con un occhio al modello anglosassone del museo autosostenibile, autofinanziato con introiti propri, esempio emblematico il Guggenheim, una griffe come Prada e Armani, un marchio diffuso nel mondo, a New York a Bilbao a Venezia a Berlino (dove è in joint-venture con Deutsche Bank), una vera e propria multinazionale dell’arte che gestisce la totalità delle opere del ‘900, a suo tempo accaparrate dalla potente famiglia, dal Surrealismo al Cubismo all'Astrattismo alla Pop Art e parallelamente un enorme bilancio per l’indotto commerciale (cataloghi, riproduzioni, gadget firmati, shop museum, guggenheim store, café museum, prestiti, mostre itineranti ecc).
Ma, osserva Salvatore Settis ("Battaglie senza eroi, I beni culturali tra istituzioni e profitto", 2005 ), i musei italiani sono ben altra cosa, sono ontologicamente diversi specie dal punto di vista istituzionale, loro compito è preservare e valorizzare un patrimonio collettivo simbolo della nostra storia e della nostra cultura, patrimonio oggetto di tutela da parte di un articolo della Costituzione della Repubblica e al tempo stesso mezzo per tutelare la Repubblica attraverso i suoi simboli.
Mentre “i musei americani non hanno alcun legame storico con il luogo in cui sorgono, a differenza dell'Italia dove formano invece un tutt'uno con la città, il villaggio, il paese. Gli Uffizi appartengono a Firenze così come Firenze è rappresentata dagli Uffizi. Il Metropolitan, il Getty sono delle "astronavi" che potrebbero vivere ovunque negli Stati Uniti …. ” (Salvatore Settis "La Repubblica" ott. 2003") prodotti dall’iniziativa di singoli individui ai quali la comunità non ha delegato alcun compito rappresentativo.

l’Italia si è dotata di una ‘legislazione dei beni culturali’, disciplina giuridica che ha come oggetto lo studio delle norme relative alla valorizzazione, conservazione, tutela e fruizione dei beni culturali , dizione che si è nel tempo definita ed ampliata secondo una evoluzione normativa sempre più precisa sul concetto di "bene culturale" : in questo ambito siamo oggi la nazione meglio regolamentata al mondo, coerentemente con il fatto che siamo anche la nazione forse più ricca al mondo di beni culturali, tanto da rendere impossibile che, come accade con il Getty Museum, il Whitney Museum, il Metropolitan ed i vari Guggenheim, una famiglia ricca e potente, mettendo a frutto le proprie opere private, gestisca autonomamente una catena di musei indipendenti da finanziamenti statali proponendo una sua libera offerta culturale.
Oggi però, soprattutto nel nostro paese, l`istituzione-museo vive una crisi sempre più evidente anche in ragione del fatto che "separando dal tessuto della città quanto è degno di esser "museificato" il museo lo innalza su un piedistallo artificiale, ma lo chiude in uno spazio specializzato, diverso" e da qui nasce "il divorzio tra chi intende il museo come luogo massimo dell`identità e della trasmissione culturale da una generazione all`altra, e chi lo vede come un fastidioso salvadanaio pieno di tesori, ma perpetuamente in passivo". (idem)
Forse un museo può essere tutte e due le cose o forse il massimo di cui ci si può accontentare è un accettabile compromesso, tenendo però presente che la cultura può essere non solo inadeguata a produrre profitto, ma addirittura onerosa e pur tuttavia obbligatoria.

Aggregatore di sapere, diffusore di una cultura di massa, aperto ai cambiamenti sociali sempre più dinamici, il museo auspicato da Settis dovrebbe rappresentare una sorta di tessuto connettivo che assecondi la distribuzione delle funzioni sul territorio fino a divenire "proiezione della città, la distillazione e la vetrina della sedimentazione storica e della memoria collettiva".

E non si capisce come ciò possa accadere, visto che l’astronave di Zaha Hadid atterrata a Roma, via Guido Reni n.4, tutto può sembrare agli italiani fuorché una proiezione della città custode della memoria collettiva.

Nonostante gli sforzi della madre Melandri, il figlio è degenere.
Succede anche nelle migliori famiglie.

link:
Parmigiano e Coca Cola

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Senza titolo
La via di mezzo
La nuova identità antropocentrica dello spazio museale



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