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Architettura d'autore
di Vilma Torselli
pubblicato il 7/11/2008
Un luogo occorre, perché qualcosa abbia luogo”, e quel luogo è, da sempre, l’architettura.
Nell’architettura, adesso più di prima, viaggiamo attraverso immagini evocative, immagini ingannevoli che dovrebbero rappresentare luoghi reali, costruzioni nuove e sconosciute, dando una percezione della realtà che è fuori fase e falsa. Ciò è inevitabile. Il nostro mondo è cresciuto; non possiamo andare a vedere tutto quello che è stato fatto dovunque. Le cose, i luoghi sono conosciuti attraverso le immagini; sono loro a circolare. Sempre di più produciamo immagini illusorie virtuali vicine alla realtà, ma che mostrano palazzi che non esistono, o che non esistono ancora. In effetti, è solo quando ci troviamo fisicamente nel luogo che possiamo avere esperienza della verità del luogo……. “ (Christian de Portzamparc)

Se la possibilità di riprodurre facilmente e fedelmente in immagini la realtà è stata la rivoluzione più radicale che abbia sconvolto la cultura del ‘900, se la nostra società, dopo l’invenzione della fotografia e con l’avvento di internet, si è gradualmente ed inevitabilmente connotata come la ‘società dell’immagine’, non era tuttavia prevedibile che anche l’architettura imboccasse questa strada impadronendosi di una strategia che sembrava appannaggio della sola arte visiva.
Un mare di immagini che chiedono attenzione ed invadono i nostri occhi e le nostre menti senza chiedere alcun sforzo di decifrazione, pretende ed ottiene di raccontaci una realtà inevitabilmente parziale, manipolata, interpretata, scelta per noi, senza darci alcuna possibilità di dibattito, perché , come dice ancora Christian de Portzamparc, “Non possiamo discutere con un’immagine. Non possiamo ragionarci.”.

L’utilizzo dell'immagine attiene alla struttura stessa dell'esercizio di ogni potere e non rappresenta un fatto accessorio o occasionale, il potere ha bisogno dell’immagine per comunicare una precisa ‘immagine’ di sè, così l’immagine dell’architettura di oggi tutela l’immagine di un potere di recente affermazione in rapida crescita: quello dell’archistar.
Proprio il primato dell’immagine, infatti, assieme ad una sempre più diffusa interdisciplinarità che determina inevitabili contaminazioni e reciproche influenze tra architettura, arte, design, moda, pubblicità e media ha reso possibile la nascita della figura dell’archistar, un personaggio a metà tra l’artista e l’architetto, tra l’intellettuale e il manager, tra il progettista e l’uomo di spettacolo, un protagonista dello showbusiness al quale si è indecisi se assegnare il Pritzker Prize o il premio Oscar.
L’archistar infatti usa gli stessi linguaggi comunicativi e gli stessi espedienti spettacolari del cinema, non a caso Frank Gehry affida alla macchina da presa nientemeno che di Sydney Pollack la produzione di un raffinato spot pubblicitario che lo riprende al lavoro: ''Frank Gehry: Creatore di Sogni''.

Il fatto che oggi il mondo, per l’affermarsi di una aristocrazia anziché di una democrazia globale, sia politicamente ed economicamente organizzato (o globalizzato) in modo che relativamente pochi centri di potere, in relativamente poche città del mondo, possano determinarne il destino, ha parallelamente favorito il diffondersi di un’architettura dal significato totemico concretizzata in un linguaggio che per essere di valenza universale deve anche essere inevitabilmente generico.
E’ quella che Marc Augé definisce architettura della “singolarità intesa come produzione di opere uniche, ma anche in quanto lavori firmati da artisti-architetti. Una singolarità che si pone come estranea al contesto locale e che genera un fenomeno turistico planetario in cui le persone si muovono non verso le città, per una loro specificità, ma verso la singolarità dell'operato di artisti-architetti”, le archistar, appunto, che progettano in ambiti non specifici la loro architettura autoreferenziale e decontestuale, vivente di vita autonoma.

Per quanto si tratti di un fenomeno legato alla surmodernité, per la verità ci sono già state altre isolate ed autorevoli archistar, Oscar Neymaier, che ancora adesso fa notizia con le sue clamorose esternazioni, Frank Lloyd Wright, grande comunicatore, prolifico autore di numerosissime opere (pare circa mille progetti) e di una marea di scritti al limite della logorrea, o l’insospettabile Le Corbusier che al suo arrivo in America si dispiacque parecchio per la scarsa presenza di giornalisti ad accoglierlo, tuttavia erano tempi in cui l’architetto diventava famoso per il risultato prodotto, che importava assai più del suo artefice: non era ancora nata l’architettura d’autore.

La quale trae dalla rappresentazione per immagini (fotografiche o da sofisticati processi di rendering) il massimo vantaggio perché è, prima di tutto, un’architettura da guardare, un’architettura narcisistica ed autorappresentativa che riflette sé stessa, un’architettura spesso vuotamente estetizzante che dirige il suo potenziale comunicativo inter e sovra-culturale a “cittadini del mondo”, anche di quello più geograficamente lontano, nei quali produce emozioni che non hanno nulla a che vedere con quelle degli abitanti locali, non condividendone il contesto e la storia.

Tutto ciò ha dato vita a un’estetica della distanza, un’estetica capace di restituirci un’immagine nuova del mondo. Infatti, la costruzione di grattacieli e la possibilità di scattare delle foto satellitari, per esempio, ci hanno permesso di osservare il mondo da lontano …..” (Elisa Paltrinieri su Cultframe, “Marc Augé, L’immaginario della città, dalla storia alla globalizzazione”).

Viviamo infatti. in un mondo in cui, grazie alla tecnologia, è radicalmente cambiato il modo di rappresentare lo spazio costruito ed abbiamo la possibilità di vedere l’architettura, o meglio la sua immagine, come mai l’abbiamo vista e come mai la vedrebbe chi la abita, la usa, la occupa, la fruisce, un mondo in cui come osserva Augé, “…. emerge un'abitudine crescente a guardare alle cose dall'alto o dalla distanza, il che spesso falsa la percezione di ciò che sta nell'immagine, per cui anche cose molto brutte possono apparire belle…...”
Oggi l’altrove è sempre meno distante, luoghi, città, eventi e uomini, catturati in tempo reale dal monitor del computer, dallo schermo cinematografico, dal display dei cellulari, si fanno prossimi e familiari, mentre il tempo e lo spazio della lontananza si azzerano grazie alla magia dell’immagine.
C’è una sostanziale differenza tra architettura ed immagine dell’architettura, un irrisolto conflitto, per parafrasare Jacques Herzog/Jeff Wall, tra immagini d’architettura e architettura d’immagini, tuttavia ciò che pare certo è che l’architettura rischia di diventare l’interfaccia tra vita reale e vita virtuale, anziché fungere da tramite tra mondo naturale e mondo antropico, ruolo che la storia le assegna da sempre.

Abitanti involontari di uno scintillante Truman Show, ci stiamo dimenticando che l’architettura ha memoria e vissuto, ma anche corpo, suono, colore, odore, durezza, trasparenza, fisicità: " ..... è solo quando ci troviamo fisicamente nel luogo che possiamo avere esperienza della verità del luogo……." , una verità sperimentata e toccata con mano, che l'immagine non saprà darci mai.


link:
Uno spettro si aggira per l'Europa......
Architettura da amare



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