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Articoli e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica di architettura.
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Parmigiano e Coca Cola
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/07/2010

Perché il parmigiano reggiano è diverso dalla Coca Cola

E’ relativamente facile grobalizzare* ciò che è povero di contenuti, mentre i fenomeni complessi e peculiari possono essere troppo legati a un posto specifico per essere estrapolati, e la loro complessa peculiarità può rendere difficile un radicamento in altri posti. Il parmigiano reggiano è un formaggio molto caratteristico di una regione dell’Italia e, pur essendo presente in tutto il mondo, per lo meno in misura limitata, il suo potenziale commerciale fuori dall’Italia, in zone dominate da altre cucine, è limitato. […..] Invece la Coca-Cola, e più in generale le “cole” di tutte le marche e anche quelle senza nome, è stata facilmente separata dalla sue radici americane, si è adattata pressoché ad ogni cucina [……] e quindi è stata esportata con successo in tutto il mondo”. (‘La globalizzazione del nulla’, di George Ritzer,  2005)

* “Il concetto di grobalization [……] riguarda le ambizioni imperialistiche di nazioni, multinazionali, organizzazioni e così via e la loro volontà, o meglio necessità di imporsi in varie aree geografiche. Il loro principale interesse è la crescita (growth, da cui grobalization) del proprio potere, influenza e in qualche caso profitti, in tutto il mondo.”  (idem)

Mettiamo di trasferire questa colorita metafora nel campo dell’architettura  e prendiamo in considerazione alcuni edifici moderni scelti a caso: per esempio, per restare in Italia,  la torre Velasca, dello studio BBPR, e il grattacielo Pirelli, di Gio Ponti, a Milano, e il MAXXI di Zaha Hadid, a Roma (ma si potrebbe anche optare per il Guggenheim a Bilbao di Gerhy o il polo fieristico a Pero, di Fuksas).
I primi due  potrebbero essere due bei pezzi di parmigiano, distinguibili, identificabili, solidamente radicati in una tradizione locale che accoglie il nuovo filtrandolo attraverso la sua passata esperienza, ricca di sostanza e di contenuti, fatta di esemplari unici, legati al posto in cui sono sorti e difficilmente estrapolabili, proprio come  il parmigiano reggiano viene prodotto in una precisa e limitata zona geografica d’origine e in nessun altro posto.
Il Maxxi di Roma è invece una scintillante, accattivante e frizzante lattina di Coca Cola, universalmente adattabile a contesti diversi e, con l’apporto di minime varianti, prodotta con ingredienti standard ovunque ed ovunque smerciabile.

E come la Coca Cola, privata delle imbarazzanti seppur minime dosi di cocaina (1) contenute inizialmente, ha potuto conquistare un mercato mondiale ben oltre le frontiere americane, così il museo di Hadid, mancando di ogni carattere peculiare che lo leghi all’Italia e men che meno a Roma, è un tipo di prodotto generico inseribile asetticamente in ogni realtà urbanistica e, al pari delle celebri lattine, commercializzabile tale e quale in tutto il mondo.

Sempre sulla falsariga delle teorie di Ritzer, i due casi rappresentano un efficace paradigma delle implicazioni indotte da ciò che, anche in architettura, vuol dire ‘qualcosa’ rispetto al ‘nulla’: assecondando una domanda globale che, per una serie di ragioni indagabili più pertinentemente da sociologi ed economisti, è orientata decisamente verso il nulla anziché verso le molteplici forme di qualcosa che ancora allignano nelle culture locali o glocali, il progetto di Hadid, al pari di ogni produzione seriale, si può trasportare preconfezionato anche a grandi distanze senza subire variazioni, essendo privo di caratteri contingenti, si può conservare a lungo, non essendo legato a tempi e luoghi, non irrita i tradizionalisti non sovrapponendosi alla cultura autoctona, che viene ignorata, né i modernisti essendo privo di connotate e quindi discutibili rilevanze stilistiche, il tutto a costi e profitti testati, noti e collaudati.

Contemporary Arts Centre di Cincinnati, Middle East Centre del St Anthony’s College a Oxfor, Library and Learning Center per la University of Economics & Business di Vienna, Eli & Edythe Broad Art Museum  della Michigan State University…….  difficile distinguere senza le didascalie dove si trovano queste opere di Hadid ed in quale realtà culturale si collochino.
Per la verità, per non farsi mancare nulla, Hadid alterna alla versione ‘spigolosa’ dei suoi edifici (parlo dell’impatto esterno, eminentemente urbanistico)  anche quella curvilinea, non essendo tuttavia chiaro cosa orienti la scelta.

Per il Maxxi l’architetto è decisamente soddisfatta: "È stato un lavoro impegnativo e abbastanza lungo, ma ho sempre pensato che sarebbe finita bene", ha infatti dichiarato: e meno male, per un’opera costata 150 milioni di euro e terminata  dopo un cantiere durato dieci anni, ci mancava pure che finisse male!
Non so se ci sia, né se ci dovrebbe essere, ed in tal caso se da esso risulti la sua ‘eticità’,  un rapporto tra il costo di un museo e quello delle opere in esso ospitate, non a caso nel novembre 2009 il Maxxi viene inaugurato vuoto, colossale monumento/museo di e a sé stesso.
Ora, da pieno, credo che sia, al mondo, il museo con il più alto indice del rapporto al mq costo-museo/costo-opere, il che, forse, inorgoglisce il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che all’inaugurazione dichiara: “Con il Maxxi Roma si pone tra le città più impegnate nell’arte contemporanea. Nasce uno dei più grandi musei del mondo di arte contemporanea firmato da un architetto internazionale come Zaha Hadid. Ecco perché oggi è una giornata importante per Roma e per il nostro Paese”.

Con ciò il nostro paese si allinea a quella politica della diffusione del nulla dove la qualità di un prodotto pare debba risiedere nella grandezza della dimensione e nell’internazionalità dell’autore, una politica della quantità anziché della qualità dalla quale fino ad oggi l’Italia pareva indenne.

Si aggiunge inoltre, in barba alle teorie di Ritzer, il danno alla beffa: mentre in ogni campo delle umane discipline la diffusione del nulla è incentivata anche dal suo minor costo, poiché è intuitivamente meno oneroso produrre in serie e distribuire il vuoto del nulla che il pieno del qualcosa, più adatto ad una produzione limitata e specialistica e quindi più cara, in questo caso il nulla si rivela esorbitatamente costoso, paradossalmente più costoso del qualcosa.

Come dire che ci hanno venduto una lattina di Coca Cola facendocela pagare come una bottiglia di Veuve Clicquot.

(1) Le foglie della qualità Eritroxylum novogranatense, coltivate legalmente in Perù, sono poi esportate in New Jersey, dove la Stephan Chemical Company, sotto l'egida della DEA, l'ente antinarcotici statunitense, provvede a ottenere l'estratto aromatico decocainizzato, la cui produzione è interamente acquistata dalla The Coca-Cola Company.(da Wikipedia. alla voce Coca-Cola)


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