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L'Espressionismo tedesco è genetico?
di Vilma Torselli
pubblicato il 27/03/2007

Espressionismo, da ex-premere, spingere fuori, l'interiorità psicologica più profonda che chiede di venire alla luce.

Il tema dell'autoritratto compare, nel Rinascimento, in concomitanza all'affermarsi di una diversa concezione del mondo che si traduce, per ciò che riguarda gli artisti dell'epoca, in una modifica della percezione dell'IO: l'artista acquisisce coscienza del proprio potere creativo e dell'autonomia del suo operare.
Si tratta di un tema particolarmente stimolante nelle mani di una generazione di artisti chiamati ad interpretare le istanze antropocentriche di un periodo destinato a segnare un discrimine nella storia dell'umanità, specialmente occidentale.

Non a caso Albrecht Dürer (1471-1528), padre storico della cultura visiva tedesca, molto attivo in vari campi dell'arte avendo prodotto, con differenti e numerose tecniche esecutive, dipinti, acqueforti, xilografie, trattati teorici su vari argomenti, trova proprio nel ritratto e nell'autoritratto il mezzo per eccellenza attraverso il quale, in forma allegorica, unendo a una visionarietà espressiva un minuzioso realismo grandemente innovativo per la cultura dell'epoca, attingere ad un messaggio di carattere universale, che prevarica l'uomo e supera il sè.
Artista, poeta, matematico, letterato, curioso ed aperto (come un Leonardo da Vinci) a tutti gli aspetti e i problemi della vita e della natura, Dürer racconta la lotta fra l'uomo del Medioevo e l'uomo del suo tempo, fra tradizione gotica e umanesimo latino, rivelando proprio in questa sua posizione di contrasto e di sintesi la sua grandezza e la sua modernità.

Furono Sigmund Freud ed i suoi allievi ad introdurre lo studio psicoanalitico dell'arte, e più precisamente a spostare l'attenzione dall'opera d'arte creata all'artista creatore, ipotizzando e dimostrando che, a partire dall'opera compiuta, si potevano decifrare sia i problemi e le istanze di carattere psicologico dell'autore, sia i processi inconsci che quell'opera avevano generato.
Poichè l'esperienza di noi stessi ha bisogno di rispecchiarsi nello sguardo di un altro, ecco che attraverso l'autoritratto si attua un processo non solo cognitivo, ma anche emozionale e relazionale: infatti la triangolazione occhio-specchio-tela, necessaria per realizzare qualunque autoritratto, produce un fisiologico sdoppiamento tra la parte che osserva e quella osservata, per cui assume grande importanza il punto di vista esterno di osservazione di sè stessi, la parte dell'io spettatore nei confronti dell'oggetto-soggetto della rappresentazione.
Ciò avviene non solo nella situazione eccezionale della creazione artistica, ma anche nella quotidianità e nell'esperienza di tutti noi quando, nella messa in scena dei sogni o nei ricordi della prima infanzia, a volte - irrealisticamente, ma assai significativamente - è come se ci guardassimo da fuori, arrivando a conoscere meglio noi stessi proprio mentre ci vediamo come estranei davanti ad estranei.

Questo aspetto della poetica di Dürer, la tendenza a calarsi nella propria interiorità attraverso la concreta osservazione di sè stesso nell'autoritratto, denuncia ante litteram un atteggiamento a carattere soggettivo che sarà la base del movimento espressionista tedesco, seppure affrontato e manifestato in modi diversi da artisti diversi, a conferma che la tradizione espressionistica in Germania parte da lontano, costituendo una costante che da Dürer giunge fino alla pittura contemporanea.

Molti artisti dell'Espressionismo "storico" hanno fatto ricorso, come Dürer, al tema dell'autoritratto: basti pensare ai numerosi autoritratti di Vincent Van Gogh, l "Autoritratto con modella", l"Autoritratto in veste di soldato" di Ernest Ludwig Kirchner, l "Autoritratto con le dita aperte" e tutta la quasi ossessiva serie di autoritratti di Egon Schiele, tutte opere nelle quali l'interesse di tipo ottico-realistico viene sostituito dall'attenzione per tutto ciò che accade nella sfera dell'interiorità del "soggetto senziente", in rapporto violentemente empatico con tutto ciò che percepisce, in questo caso "l'oggetto sentito", travolto da una soggettività esasperata che lo altera profondamente.

Si può a buona ragione parlare, quindi, di un Espressionismo "sovrastorico", inaugurato dall'opera di Dürer, non necessariamente legato a date e luoghi, ma inteso come categoria del pensiero e della mente che attraversa tutta l'arte tedesca a partire dal Rinascimento fino ad oggi.

Etimologicamente derivato dal latino ex-premere, spingere fuori, il termine Espressionismo viene coniato ufficialmente solo ai primi del '900 dal critico francese Vauxcelles che lo adopera per definire la pittura di Matisse, fauve come Derain, de Vlamink, Van Dongen, prima di venire esteso a quella pittura tedesca che storicamente verrà poi identificata come espressionista.

In realtà, parlare di Espressionismo tedesco può essere estremamante riduttivo, poiché l'Espressionismo coinvolge tutte le culture e tutti gli individui, rappresentando l'aspetto dell'interiorità psicologica più profonda che chiede di venire alla luce liberando il suo 'grido d'angoscia' - "un solo grido d'angoscia sale dal nostro tempo. Anche l'arte urla nelle tenebre, chiama soccorso, invoca lo spirito: è l'Espressionismo……" così scrive Hermann Bahr all'inizio del '900 - 'es-pressione' (è il caso di dirlo) di un sentire universale che contamina trasversalmente tutta la cultura occidentale.


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