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Egon Schiele, "Cardinale e suora"
di Vilma Torselli
pubblicato il 15/04/2007
Il paragone con la composta raffinatezza di Klimt per meglio capire il linguaggio tragico di un artista "maledetto" .
Un paragone tra il dipinto di Gustav Klimt (1862-1918), "Il bacio", e il dipinto di Egon Schiele (1890 - 1918) "Cardinale e suora (Abbraccio)", 1912, olio su tela, 69,8x80,1 cm, può rendere più di tante parole le contraddizioni del periodo storico in cui le due opere si collocano, l'inizio del '900, sospeso tra i fasti di una cultura mitteleuropea ormai irrimediabilmente avviata ad una decadenza definitiva, e l'incalzare dei nuovi movimenti espressionisti, già prepotentemente introdotti in tutta la loro dirompente drammaticità dall'opera di precursori quali Munch e Van Gogh.
Schiele fu allievo di Klimt e suo grande ammiratore, il che non gli impedì di prendere da lui le distanze per guardare alla sua opera con la disincantata lucidità di uno spirito libero e ribelle, che con furore espressionista caricaturizza la repressiva morale dell'epoca, ambiguamente aggirata da Klimt con il suo linguaggio estetizzante, prezioso e raffinato, sottilmente allusivo ma sostanzialmente rassicurante circa la funzione dell'arte come mezzo per sublimare la realtà ed esorcizzare la paura della fine.

Fondamentale, tra i due, è la differenza nell'uso del colore, che in Klimt è subordinato alla forza del segno che lo contorna, mentre in Schiele costruisce esso stesso la figura, con masse cromatiche pesanti e decise, rossi corposi e neri densi, accordi audaci e contrastati, a sottolineare la dialettica degli atteggiamenti opposti dei due protagonisti ed a introdurre nella composizione una tensione formale, ma soprattutto erotica, esistenziale, morale, psicologica.
L'uso di materiali molto densi e del pennello piuttosto asciutto rendono la superficie del dipinto ruvida e scabra, molto lontana dalla levigatezza di Klimt, mentre le linee di contorno che si spezzano in forme angolose sembrano cancellare definitivamente la flessuosità liberty del disegno a favore di una impostazione più vicina all'Espressionismo, che Schiele interpretò liberamente in maniera originale e personale, con tratto grafico e pittorico assolutamente singolare, un segno forte ed essenziale, un colore intenso e materico.

Nello stesso periodo in cui opera Schiele, Freud è a Vienna e diffonde le sue teorie psicanalitiche, Schonberg sconvolge il mondo musicale con l'introduzione della musica dodecafonica, Wittgenstein porta avanti le sue ricerche sul linguaggio e molti altri intellettuali (Schnitzler, Zweig, Musil, Berg, Webern, Weininger, Loos) rendono incandescente il clima culturale, come non mai ricco di nuovi fermenti, nel quale Schiele inserisce il suo messaggio di critica sociale contro l'ipocrisia di una morale borghese e mostra senza falsi pudori, in preda ad una sorta di impeto sacrilego, un erotismo scevro di moralismi, ma anche senza gioia, lucidamente consapevole della aleatorietà dei rapporti umani, espresso in corpi contratti e deformati in pose impossibili, in esibizioni al limite della sgradevolezza (dice "..... è un delitto porre dei vincoli ad un artista, significa uccidere una vita nascente......" )

Il paragone mette in risalto sia la composta eleganza astrattizzante di Klimt che la spregiudicata e nevrotica tragicità di Schiele, ponendo a confronto due diverse visioni del mondo: ciò che va sicuramente riconosciuto a Egon Schiele è la sincerità disarmante e autodistruttiva con cui propone, attraverso i suoi personaggi, sé stesso e la sua interiorità, senza orpelli, senza inutili sovrapposizioni, nudo nell'anima come i corpi delle sue modelle macilente, livide, "brutte", raffigurando una realtà che può sconvolgere, scandalizzare, sconfinare nell'eccesso, ma che è sincera espressione di un artista che, parafrasando Hermann Hesse,"affonda le sue radici nei sensi", come ogni vero talento.


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