| Considerando l'opera di Gaudì, non posso
fare a meno di pensare che esista un DNA culturale, trasmesso
dai luoghi d'origine ad ognuno di noi, che possiamo anche ignorare,
o addirittura negare, e che pure condiziona in maniera determinante
la nostra vita, le nostre azioni. Non voglio parlare delle opere
di Gaudì, troppo note, ma dell'uomo, del genio isolato
randagio ed eremita, del suo sfrenato arbitrio nel liberare
una fantasia naturalistica e simbolistica al limite dell'allucinazione.
I Gaudì, originari del Camp de Tarragona, erano caldereros,
umili, pragmatici, abituati alla fisicità della materia,
con inusuali capacità creative - dice un popolare aforisma
catalano: "Gent del Camp, gent del llamp, y los de Reus,
un manojo de rayos de Jupiter!"- e Antonio, nato a Reus,
all'ombra di Jupiter Amon, rivendicò sempre le sue
origini familiari e territoriali, attribuendo loro la sua
capacità di una visione degli oggetti plastica e spaziale,
prima che nel piano bidimensionale.
Penso subito a Borromini, alla sua capacità di concepire
per immagini tridimensionali (come altri geni, Einstein, per
esempio, Aalto, Gehry, Eisenman ) Borromini al quale lo avvicina
anche l'esaltazione mistica della sua febbre creativa, la
disperata esigenza religiosa, una fede bisognosa di estasi
e di catarsi, una genialità tenebrosa.
L'isolamento della Spagna, emarginata dal contesto storico-culturale
europeo contemporaneo, lo sottrae ad ogni tentazione razionalistica,
permettendogli di anticipare influssi espressionisti e consolidare
progressivamente il suo linguaggio architettonico in modo
autonomo e personale, dando vita a tortuose, complesse masse
plastiche, anzi elastiche, che esprimono in chiave architettonica
la deformazione attuata sulla figura dagli artisti espressionisti,
i quali, comprimendo l'immagine, vogliono esercitare sulla
forma una "pressione" attraverso cui far sgorgare
il significato interiore della realtà.
Naturalmente, un importante riferimento culturale è,
per Gaudì, il Gotico, per le sue implicazioni mistiche
e l'ascetico verticalismo delle sue strutture, stile che egli
rivisita in termini romantici, attraverso un eclettismo disinibito
ed un decorativismo compiaciuto e narcisistico, facendo dell'arco
parabolico una delle ossessioni delle sue opere.
E si ricorda del Barocco, ovviamente, quello di Borromini,
con il suo decorativismo strutturale, qui contaminato da promiscue
componenti culturali che arrivano da civiltà lontane
nel tempo e nello spazio, echi arcaici, protostorici, Bruno
Zevi dice sumerici.
L'intelligenza ordinatrice che guida la regia del suo operare
lo porta a geniali invenzioni ingegneristiche, come le audaci
forme paraboliche, o l'andamento sghembo delle colonne escoriate,
inclinate secondo la direzione degli sforzi statici, esprimendo
l'attenzione ad una ricerca tesa a raggiungere una sintesi
tra l'aspetto statico-costruttivo e quello estetico-plastico.
Anticipando un filone naturalistico che vedrà in Wright
la sua espressione più nota, alcune opere di Gaudì
sono delle vere "fioriture di pietra" dove la struttura
sembra crescere da sola, come un ramo, come un albero, coperta
di corteccia, di incrostazioni vulcaniche, di increspature
laboriosamente plasmate:"La naturaleza -dice
- es la gran obra del Creador".
Si può intuire quanto gli debba l'informale materico
di Antonio Tapies, per esempio, catalano di Barcelona, che
forse ha un po' del suo stesso DNA e che certamente ha meditato
sulle superfici martoriate di Casa Batllò o Casa Milà,
forse il capolavoro di Gaudì.
Non posso fare a meno di parlare della Sagrada Familia, tempio
espiatorio, l'opera più famosa di Gaudì, che
ne edificò in realtà solo la cripta, l'abside
e la Fachada del Nacimiento, acme della sua vicenda umana
e professionale, nella quale, finalmente, come osserva Carlo
Giulio Argan, si compie il manifestarsi "dell'antica
paura lungamente repressa e finalmente liberata in un'orgia
autopunitiva. E' la tragedia di una fede arcaica in un mondo
moderno".
L'opera, mai finita, opera aperta per la quale lo stesso
architetto ha previsto la necessaria incompiutezza, altare
perpetuo, concepito secondo un complesso programma simbolico-catartico,
talvolta criptico, si sviluppa per settori compiuti nella
verticale, anziché procedere per strati orizzontali
dalla pianta generale verso l'alto, in un trionfo di strutture
arboree, di simboli, di colonne multiple che aboliscono i
contrafforti gotici, in soluzioni statiche geniali ed insolite.
La Sagrada Familia è un'opera incompiuta, volutamente
incompiuta, che trae il suo valore più profondo dall'essere
concepita come una tappa di un processo che non può
essere espresso nella sua interezza perché in continuo
divenire, un processo espiatorio che deriva il suo senso da
un rigorismo religioso che "si deve nutrire di sacrifici".
Il "non-finito", l'incompiuto, mezzo per coinvolgere
il visitatore nel processo di creazione dell'opera, tema insistito,
perseguito, dichiarato, che spinge ad un immaginario "compimento",
è la base su cui costruire un rudere del futuro, nell'infinita
evoluzione di una fede religiosa che continuamente si plasma
e si contempla, è il mezzo per "sollevare un
lembo del grande velo che cela la dinamica essenza del divenire
dietro la statica apparenza dell'essere": una bella
frase di Einstein, tanto più significativa se consideriamo
che anche gli ultimi decenni di studi antropologici delineano
la storia dell'umanità più come un divenire
che come un essere, un processo piuttosto che uno stato, immerso
nell'eterno panta rei eracliteo.
Penso ad un altro grande vecchio e a quel capolavoro di sconvolgente
modernità che è la Pietà Rondanini, penso
che anche lui, fosse campato altri cento anni, non avrebbe
mai finito quella sua opera, Michelangelo, come Gaudì,
esempio sublime di come la sensibilità artistica, nella
vecchiaia, possa essere precorritrice del futuro.
Gombrich condiziona la realtà oggettiva del valore
artistico di un'opera anche al seguito ed al consenso che
essa ha nel tempo, giustificando così la necessità
di una prospettiva storica sufficientemente ampia dalla quale
emettere un giudizio ed implicitamente riconoscendo all'artista
la peculiarità di cogliere, interpretare e coagulare
pulsioni di carattere generale.
Gaudì, un solitario, forse conservatore della tradizione
- dice "volviò a los origines"-
o forse spregiudicato avanguardista, non lascia discepoli,
nessuno raccoglie la sua eredità, tant'è che
il suo tempio è ancora incompiuto (e il mio fervido
augurio è che tale resti). Per la critica, egli rimane
anche oggi un personaggio controverso e discusso: Bruno
Zevi, che io amo molto e che è un poeta della storia
dell'architettura, vede in lui l'impronta del genio, Giedion,
che nega anche l'importanza dell'espressionismo, lo ignora,
e come lui fanno Behrendt e Whittick, altri lo relegano
entro i limiti di un fenomeno circoscritto, nel tempo e
nello spazio, vagamente folkloristico, con atteggiamento
riduzionista davanti all'incomprensibilità misterica
dei suoi spazi architettonici. Mi pare che si possano trovare
buone ragioni in tutte queste posizioni, anche se personalmente
sono incline ad una posizione sostanzialmente funzionalista,
a concepire l'architettura in chiave storica, sociale ed
antropologica, come attività che, a differenza di
qualsiasi altra forma d'arte, deve sempre sottostare all'esigenza
della destinazione d'uso e che, in quanto espressione concreta
della storia dell'umanità, deve raccontare la storia
degli uomini, e non di un uomo solo, per quanto grande,
che esprima se stesso.
In una frase di Van Gogh - "Tutto è allo stesso
tempo realtà e simbolo"- si può forse
rintracciare la chiave di lettura dell'opera di questo genio
dell'impossibile, così ostinato nella ricerca di un
mondo perfetto in cui non è il reale ad essere rappresentato
dal simbolo, ma, al contrario, è il simbolo l'unica
realtà possibile.
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