Tra le opere di Alvar Aalto, la sala finlandese
dell'Esposizione di New York del 1939 è una piccola,
perfetta sintesi di tutti gli elementi espressivi di questo
architetto originale ed innovativo che, in assoluta modestia
ed umana umiltà, ha fatto la sua rivoluzione e cambiato
il corso della storia dell'architettura moderna (assieme a Frank
Lloyd Wright e la sua architettura organica).
La celebre realizzazione della parete lignea del padiglione,
con le sue curve ardite di grandiosa armonia, ha richiesto senz'altro
una straordinaria dose di coraggio, inventiva e indipendenza
intellettuale in un'epoca in cui il razionalismo di Le Corbusier,
pur con tutti i meriti che gli competono, stava stagnando nella
ricerca sterile di regole rigide, di un canone "applicabile
universalmente all'architettura e alla meccanica".
Sottraendosi alla schematica linearità del razionalismo,
Aalto ha reinventato lo spazio architettonico mediante linee
e superfici curve di grande tensione dinamica, progettando
lo spazio vuoto, lo spazio interno compresso, la cavità
dell'edificio, sede e cuore pulsante della sua funzione sociale,
vero tema centrale della sua opera.
Gli altri, fondamentali temi della poetica di Alvar Aalto,
l'uso del legno, la ricerca sulla luce, il rapporto con la
natura, sono fortemente influenzati anche dal fatto che la
geografia dell'arte sia da sempre una variabile importante
della storia dell'arte.
Se confrontiamo, per fare un esempio molto significativo,
le due più importanti civiltà arcaiche, quella
egizia e quella sumerica, si può osservare come l'arte
egizia, composta, lineare, misurata, esprima, sì, lo
spirito di una civiltà priva di tensioni sociali, fortemente
gerarchica, a struttura verticistica e piramidale (è
il caso di dirlo!), fondata su una serie di inderogabili certezze,
ma anche come sia innegabilmente influenzata da un ambiente
naturale piatto, desertico, dove anche l'esondazione del Nilo,
evento naturale benefico, non presenta incertezze e si ripete
con cronometrica periodicità.
La contemporanea civiltà mesopotamica, invece, percorsa
certamente da altre problematiche, ma anche localizzata in
una zona geografica, alla confluenza tra il Tigri e l'Eufrate,
molto turbolenta, sismica, soggetta a grandi sconvolgimenti
naturali, esprime, attraverso la sua arte, un forte desiderio
di drammaticità e tridimensionalità, in termini
fortemente plastici, vigorosi, contrastati.
Voglio dire che una passeggiata in un bosco di betulle non
dà le stesse sensazioni che provoca una passeggiata
lungo le spiagge della Sicilia e che un italiano, ad esempio,
avrebbe fatto molta più fatica a fare ciò che
ha fatto un finlandese anche per questa non trascurabile differenza.
Comunque sia, questa grande parete lignea affascina e coinvolge
proprio per l'uso della linea curva, per il respiro ampio
e pacato dell'ondulazione, per la morbidezza tattile del materiale,
suggerendoci che, talvolta, conoscere può voler dire
ricordare.
Quando abbiamo deciso di abbandonare le caverne ed uscire
alla luce del sole, la prima casa che abbiamo costruito aveva
la pianta a forma di cerchio, come il nido degli uccelli,
come le tane degli animali, come la buca scavata nel terreno
per proteggerci dal vento, come i simboli preistorici che
abbiamo disegnato sulla roccia: la linea curva è il
porto, l'abbraccio, il grembo materno, il recinto, è
protezione, rifugio, sicurezza.
Da lì arriva il rassicurante messaggio che quella parete
curva ci trasmette, dal nostro passato, dal nostro cervello
arcaico sepolto sotto i più recenti strati del nostro
cervello di razionali uomini moderni.
E in certi casi, forse, l'arte compie proprio questo lavoro
di archeologia mentale, dissotterra ricordi sepolti e ce li
restituisce sotto forma di emozioni.
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