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Alvar Aalto
di Vilma Torselli
pubblicato il 2/06/2007
Lo spazio interno compresso, la cavità dell'edificio, sede e cuore pulsante della sua funzione sociale, vero tema centrale nell'opera del più celebre architetto finlandese.
Tra le opere di Alvar Aalto, la sala finlandese dell'Esposizione di New York del 1939 è una piccola, perfetta sintesi di tutti gli elementi espressivi di questo architetto originale ed innovativo che, in assoluta modestia ed umana umiltà, ha fatto la sua rivoluzione e cambiato il corso della storia dell'architettura moderna (assieme a Frank Lloyd Wright e la sua architettura organica).
La celebre realizzazione della parete lignea del padiglione, con le sue curve ardite di grandiosa armonia, ha richiesto senz'altro una straordinaria dose di coraggio, inventiva e indipendenza intellettuale in un'epoca in cui il razionalismo di Le Corbusier, pur con tutti i meriti che gli competono, stava stagnando nella ricerca sterile di regole rigide, di un canone "applicabile universalmente all'architettura e alla meccanica".

Sottraendosi alla schematica linearità del razionalismo, Aalto ha reinventato lo spazio architettonico mediante linee e superfici curve di grande tensione dinamica, progettando lo spazio vuoto, lo spazio interno compresso, la cavità dell'edificio, sede e cuore pulsante della sua funzione sociale, vero tema centrale della sua opera.

Gli altri, fondamentali temi della poetica di Alvar Aalto, l'uso del legno, la ricerca sulla luce, il rapporto con la natura, sono fortemente influenzati anche dal fatto che la geografia dell'arte sia da sempre una variabile importante della storia dell'arte.
Se confrontiamo, per fare un esempio molto significativo, le due più importanti civiltà arcaiche, quella egizia e quella sumerica, si può osservare come l'arte egizia, composta, lineare, misurata, esprima, sì, lo spirito di una civiltà priva di tensioni sociali, fortemente gerarchica, a struttura verticistica e piramidale (è il caso di dirlo!), fondata su una serie di inderogabili certezze, ma anche come sia innegabilmente influenzata da un ambiente naturale piatto, desertico, dove anche l'esondazione del Nilo, evento naturale benefico, non presenta incertezze e si ripete con cronometrica periodicità.
La contemporanea civiltà mesopotamica, invece, percorsa certamente da altre problematiche, ma anche localizzata in una zona geografica, alla confluenza tra il Tigri e l'Eufrate, molto turbolenta, sismica, soggetta a grandi sconvolgimenti naturali, esprime, attraverso la sua arte, un forte desiderio di drammaticità e tridimensionalità, in termini fortemente plastici, vigorosi, contrastati.
Voglio dire che una passeggiata in un bosco di betulle non dà le stesse sensazioni che provoca una passeggiata lungo le spiagge della Sicilia e che un italiano, ad esempio, avrebbe fatto molta più fatica a fare ciò che ha fatto un finlandese anche per questa non trascurabile differenza.

Comunque sia, questa grande parete lignea affascina e coinvolge proprio per l'uso della linea curva, per il respiro ampio e pacato dell'ondulazione, per la morbidezza tattile del materiale, suggerendoci che, talvolta, conoscere può voler dire ricordare.

Quando abbiamo deciso di abbandonare le caverne ed uscire alla luce del sole, la prima casa che abbiamo costruito aveva la pianta a forma di cerchio, come il nido degli uccelli, come le tane degli animali, come la buca scavata nel terreno per proteggerci dal vento, come i simboli preistorici che abbiamo disegnato sulla roccia: la linea curva è il porto, l'abbraccio, il grembo materno, il recinto, è protezione, rifugio, sicurezza.
Da lì arriva il rassicurante messaggio che quella parete curva ci trasmette, dal nostro passato, dal nostro cervello arcaico sepolto sotto i più recenti strati del nostro cervello di razionali uomini moderni.
E in certi casi, forse, l'arte compie proprio questo lavoro di archeologia mentale, dissotterra ricordi sepolti e ce li restituisce sotto forma di emozioni.





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