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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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Alvar Aalto
di Vilma Torselli
pubblicato il 2/06/2007
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Lo spazio interno compresso, la cavità dell'edificio, sede e cuore pulsante della sua funzione sociale, vero tema centrale nell'opera del più celebre architetto finlandese.

Quando nasce Hugo Alvar Henrik Aalto (1898 – 1976) la Finlandia è ancora un granducato russo e bisognerà aspettare la guerra civile del 1917 perché il paese veda riconosciuta la propria indipendenza e consolidi una propria identità culturale, l’autonomia amministrativa e, in campo architettonico, la libertà espressiva che porterà questa piccola nazione a configurare un proprio stile utilizzando innovativi codici linguistici grazie sopratutto all’elaborazione in chiave moderna ed originale che della passata cultura faranno i giovani architetti nati in questo delicato passaggio di secolo.
Lo scorso ottobre 2017 la Finlandia ha celebrato il Centenario dell’Indipendenza ed in questo 2018 celebra i 120 anni dalla nascita di uno dei suoi figli più illustri.
Alvar Aalto (1898 – 1976) ed Eero Saarinen (1910 – 1961) sono i più noti oltre i confini della loro patria, entrambi accomunati nella ricerca di un’architettura a misura d’uomo, lontana dalle istanze teoriche e retoriche del Razionalismo, rispettosa, come scrive Aalto, delle “esigenze sociali, umane, economiche, connesse a problemi psicologici che toccano tanto l'individuo quanto il gruppo [……] tutto ciò è una matassa incredibile, che non si può sbrogliare con alcun metodo razionale e meccanico”.
Per questa via, trovano spazio nell’architettura di Aalto linee ondulate e fluide, composizioni asimmetriche, accurato studio della luce naturale, così importante per il benessere psicofisico dell’essere umano specie in un paese dove l’inverno concede poche ore al giorno di luce solare
Tra le opere di Alvar Aalto, la sala finlandese dell'Esposizione di New York del 1939 è una piccola, perfetta sintesi di tutti gli elementi espressivi di questo architetto originale ed innovativo che, in assoluta modestia ed umana umiltà, ha fatto la sua rivoluzione e cambiato il corso della storia dell'architettura moderna.

La celebre realizzazione della parete lignea del padiglione, con le sue curve ardite di grandiosa armonia, ha richiesto senz'altro una straordinaria dose di coraggio, creatività e indipendenza intellettuale in un'epoca in cui il razionalismo di Le Corbusier stava ristagnando nella ricerca sterile di regole rigide, di un canone "applicabile universalmente all'architettura e alla meccanica".
In effetti, Aalto avrà contatti con l'international Style solo quando la sua attività di designer esigerà l'introduzione di elementi metallici di produzione seriale che, in qualche modo, lo spingeranno a contaminare la linea rigorosamente ecologica dei suoi progetti: tuttavia l'uso del legno di betulla finlandese, di particolare umidità naturale, piegato a vapore fino ad ottenere in un unico pezzo, senza saldature e piegature secche, forme anche complesse resterà comunque e sempre il campo di eccellenza entro il quale si muoverà la sua sperimentazione. Lo stesso filo conduttore ininterrotto e coerente guida la sua progettazione architettonica: sottraendosi alla schematica linearità del razionalismo, Aalto reinventa lo spazio mediante linee e superfici curve di grande tensione dinamica, progettando lo spazio vuoto, lo spazio interno compresso, la cavità dell'edificio, sede e cuore pulsante della sua funzione sociale, vero tema centrale della sua opera.
Tutti i fondamentali temi della poetica di Alvar Aalto, l'uso del legno, la ricerca sulla luce, il rapporto con la natura, sono fortemente influenzati dal semplice fatto che la 'geografia' dell'arte è da sempre una variabile importante della 'storia' dell'arte, come si evince da un confronto tra le due più importanti civiltà arcaiche, quella egizia e quella sumerica.
L'architettura egizia, di composta essenzialità, lineare, misurata, esprime lo spirito di una civiltà in grado di dominare le tensioni sociali, fortemente gerarchica, a struttura verticistica e piramidale (è il caso di dirlo!), fondata su una serie di inderogabili certezze, in ciò innegabilmente influenzata da un ambiente naturale piatto, desertico, dove anche l'esondazione del Nilo non presenta incertezze e si ripete con periodicità tanto cronometrica che sull'evento viene modellato il calendario.
La contemporanea civiltà mesopotamica, invece, percorsa certamente da altre problematiche, ma anche localizzata in una zona geografica, alla confluenza tra il Tigri e l'Eufrate, molto turbolenta, sismica, soggetta a grandi sconvolgimenti naturali, esprime, attraverso la sua architettura, un forte desiderio di drammaticità e tridimensionalità, in termini fortemente plastici, vigorosi, contrastati.

Fortemente legata al territorio ed alle sue caratteristiche fisiche, una natura incontaminata fatta di immensi boschi e gelide acque che conferiscono una sorta di imprinting, di impronta identitaria comune agli appartenenti alla stessa cultura, la Scuola nordica del '900 si mantiene sostanzialmente omogenea nell'approccio alla 'verità' dei materiali ad alla 'sacralità' dello spazio interno, in paesi in cui rivestono grande importanza sia la vicinanza delle fonti di approvvigionamento, i boschi di betulle, sia la progettazione degli ambienti abitati, per lunghi periodi dell'anno rifugio dai rigori climatici, a misura d'uomo, confortevoli, funzionali.
La stessa filosofia ritroviamo in Eero Saarinen, che da Aalto deriva l'accento ambientalista e la fluidità delle linee curve di architetture organiche che sembrano mimare il processo di crescita di un albero, o nel danese Jørn Utzon che dispiega nella baia di Sydney il volo bianco della sua Opera House.

Tutto parte da lì, dal gesto libero e innovativo di Aalto che taglia diagonalmente lo spazio interno della sala, alta 16 metri, con la sua famosa parete ondulata suddivisa in fasce orizzontali, inclinate quasi protettivamente sul visitatore, uno spazio incombente, avvolgente, totalizzante che suggerisce nuove modalità percettive esaltando le potenzialità espressive e costruttive del legno di betulla, duttile e flessibile.
L'uso della linea curva, il respiro ampio e pacato dell'ondulazione, la morbidezza tattile del materiale, la libera disposizione planimetrica: Frank Lloyd Wright ne resterà affascinato, sarà quella la scintilla dalla quale scaturirà la sua architetture organica.

"..... Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata
....." scrive Oscar Niemeyer, suggerendoci che, talvolta, conoscere può voler dire ricordare.

Quando abbiamo deciso di abbandonare le caverne ed uscire alla luce del sole, la prima casa che abbiamo costruito aveva la pianta a forma di cerchio, come il nido degli uccelli, come le tane degli animali, come la buca scavata nel terreno per proteggerci dal vento, come i simboli preistorici che abbiamo disegnato sulla roccia: la linea curva è il porto, l'abbraccio, il grembo materno, il recinto, è protezione, rifugio, sicurezza.

Da lì arriva il rassicurante messaggio che quella parete curva ci trasmette, dal nostro passato, dal nostro cervello arcaico sepolto sotto i più recenti strati del nostro cervello di razionali uomini moderni.
E in certi casi, forse, l'arte compie proprio questo lavoro di archeologia mentale, dissotterra ricordi sepolti e ce li restituisce sotto forma di emozioni.

link:
La linea curva
Retta e curva, una coppia in bilico


* articolo aggiornato il 24/06/2018


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


blog di Efrem Raimondi


blog di Nicola Perchiazzi
 








RIFLETTORI SU...


Ad Reinhardt
"Black Painting No. 34"




"Il nero realizza l'idea di un'arte assolutamente pura e sublime tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi"......continua

 

 
 

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