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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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Libri
L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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A Serra San Quirico (AN), Nuovo Museo di arte contemporanea per celebrare i 20 anni del Premio Ermanno Casoli ed esporre le opere di tutti i vincitori fino ad oggi.

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Pontenure (PC), concorso per un progetto pilota di arredi urbani lungo i cammini storici del tratto piacentino della via Francigena e del Cammino di San Colombano.

Premi
Mies van der Rohe 2019, premio biennale per l'architettura assegnato dalla UE, premiati Lacaton & Vassal architectes, Frédéric Druot Architecture e Christophe Hutin Architecture.

In Italia
Matera, la mostra "Salvador Dalí- La Persistenza degli Opposti", nel Complesso Rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci. Fino al 30 novembre 2019.

All'estero
Parigi, al Musée National Picasso-Paris "Picasso, Obstinément Méditerranéen", il Mediterraneo nella vita e nelle opere di Pablo Picasso. Fino al 6 ottobre 2019.

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Antonio Sant'Elia
di Vilma Torselli
pubblicato il 30/05/2007
"..... Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città. Questo costante rinnovamento dell'ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del Futurismo...." (Antonio Sant'Elia)
La figura di Antonio Sant'Elia (1888-1916) deve probabilmente gran parte del suo carisma a quel tanto di inespresso e di incompiuto, che si intuisce tuttavia denso di pregnanti promesse, presente nella sua opera. La morte precoce ne fa il mito di un rinnovamento annunciato, seppure non realizzato, o per lo meno non da lui, nel quale il primo novecento ha fermamente creduto ed in nome del quale molti hanno indirizzato le proprie aspirazioni, talvolta, come lui, senza poterle sviluppare oltre i limiti temporali di una comune sorte avversa.

L'architettura italiana moderna si sta appena affacciando sulla scena internazionale quando, come Sant'Elia, muoiono prematuramente, poco più che quarantenni, Giuseppe Terragni, massimo rappresentante della nostra fase razionalista, e Giuseppe Pagano, anch'egli razionalista, discusso architetto del Ventennio, e muore a soli 36 anni Edoardo Persico, straordinario rinnovatore della critica d'arte e d'architettura, depauperando drasticamente l'ambiente culturale e troncando sul nascere un dibattito che invece, nel campo dell'arte visiva, darà esiti di ben più incisiva influenza: muore infatti appena trentaquattrenne Umberto Boccioni, anch'egli, come Sant'Elia, redattore di un Manifesto (della scultura futurista), lasciando però una vasta produzione pittorica e scultorea in grado di ridefinire esaustivamente quel concetto di coscienza plastica, com'egli la chiama, che cambierà per sempre il modo di fare arte, e non solo in Italia.

Secondo un'estetica che contamina tutte le espressioni visive, Boccioni dichiara l'intenzione di operare "... facendo vivere la linea muscolare statica nella linea-forza dinamica. In questa linea muscolare predominerà la linea retta, che è la sola corrispondente alla semplicità interna della sintesi che noi contrapponiamo al barocchismo esterno dell'analisi [...] la sua nuda serenità fondamentale sarà il simbolo della severità di acciaio delle linee di macchinario moderno.", una linea retta "viva e palpitante" di "nuda severità " che sotto l'azione di una potente spinta centrifuga si arcua in piatte curve elastiche, tese, nervose e vibranti.
Successivamente lo stesso Boccioni propone in una "costruzione spiralica ", un olio su tela del '14, un'idea architettonica dove l'avvitamento della forma geometrica imprime alla struttura un movimento simbolicamente teso verso il futuro, e sarà questa la versione formale adottata nel suo Manifesto dal giovane Antonio Sant'Elia ("… le linee oblique e quelle ellittiche sono dinamiche.. "), che trasla nell'architettura le forti pulsioni innovative del Futurismo, assieme agli aspetti, se non negativi, certo limitativi di un movimento che brucerà in gran parte, al fuoco di una dirompente passione, i suoi intenti migliori.
Paradossalmente, le conseguenze del Futurismo sono più importanti del movimento stesso, se è vero che "è giusto negli anni in cui il Futurismo si avvia stancamente verso la sua seconda fase che in Europa prende corpo un orientamento diverso in ordine al rapporto arte/tecnologia, un orientamento che si configura, nonostante la contiguità temporale con i manifesti futuristi, un stadio più avanzato del mutamento culturale nella percezione del fatto tecnico, non più assunto come mito o simbolo di un'improbabile riforma estetica, ma come regola universale di ogni possibile produzione artistica." (Alessandro Tempi, "Il discorso tecnologico dell'Arte")

Accade anche per Antonio Sant'Elia: seppure limitatamente teorico e carente di implicazioni attuative, il suo manifesto dell'architettura futurista assume un'importanza eccezionale non tanto per ciò che di concreto causerà nell'immediato quanto per le sue conseguenze storiche, rappresentando una sintesi generale prodigiosamente profetica di quelle che saranno le direttive fondamentali secondo le quali si svilupperà tutta l'architettura moderna seguente.
Bruno Zevi, molto critico nei confronti di Sant'Elia, scrive, nella sua 'Storia dell'architettura moderna", che di lui "all'infuori della romantica immaginazione, nulla rimase nel campo dell'architettura", sintetizzandosi ed esaurendosi tutto il suo apporto nel celebre Manifesto, un testamento in otto punti, otto comandamenti "proclamati", precisi, fermi, categorici come tutte le certezze giovanili, idealistiche ed utopistiche, incontaminate e cristalline.

Ed in effetti, Sant'Elia realizzò poco, e nulla realizzò di somigliante ai suoi straordinari disegni avveniristici, veri e propri capolavori di grafica, più volte ridisegnati, corretti, integrati, in parte riportando su lucido un complesso sistema di stratificazioni e sovrapposizioni, scorci di una metropoli sognata, la Città Nuova, visioni spaziali ed urbanistiche che egli concepiva in toto, alla maniera di Borromini, e rendeva con impeccabile istinto per le proporzioni con la sua matita magica, lui, che con l'espressione scritta e verbale aveva invece frequenti litigi, spesso risolti ricorrendo al colorito dialetto comasco.

L'essenza dell'architettura sta nel confronto con la materia, il suo esito non può essere che cemento, pietra, legno, ferro, vetro, lo spazio racchiuso "protagonista del fatto architettonico" al quale la critica moderna, partendo da Zevi, riconduce l'architettura viene creato e definito da muri solidi, concreti, reali, così che l'esperienza finale, il suo scopo, la funzione, la forma, costituiscono la realtà visibile in cui viviamo.
Anche se andassero perse le tavole di Palladio, o di Borromini, o di Utzon, o di Le Corbusier continueremmo a fruire delle loro opere, a visitare San Carlo alle Quattro Fontane, o l'Opera House di Sydney, la chiesa di Ronchamp, il teatro di Vicenza, patrimonio comune di un'umanità diversa per storia e cultura, ma tuttavia in grado di comprendere quel linguaggio basico di valenza universale che è l'architettura.
Ma quanti ne conoscono le teorie di base, quanti conoscono, hanno letto, leggeranno, il manifesto di Sant'Elia?
Che, indubbiamente, costituisce una sbalorditiva summa della modernità, c'è dentro tutto, il razionalismo dell'Esprit Nouveau e di le Corbusier, lo strutturalismo di Mies van der Rohe ("….l'architettura futurista è l'architettura del calcolo, dell'audacia temeraria e della semplicità; l'architettura del cemento armato, del ferro, del vetro …"), l'architettura organica e l'integrazione ambientale di Wright ("…. per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l'ambiente con l'uomo…."), il decorativismo strutturale di Gaudì ("……la decorazione, come qualche cosa di sovrapposto all'architettura, è un assurdo….."), il dinamismo lineare di Gehry ("…….le linee oblique e quelle ellittiche sono dinamiche, per la loro stessa natura, hanno una potenza emotiva superiore….."), l'ingegnerismo di Calatrava, c'è dentro soprattutto l'avveniristico concetto di uno spazio architettonico che si dilata in quello urbanistico, nelle strade della città, attribuendo un preciso valore progettuale allo spazio aperto.

Ciò che Sant'Elia insegue è un audace sogno di onnipotenza, di fiducia cieca nelle possibilità creative dell'uomo, che possono cambiare il mondo, anzi lo possono rifondare da zero, poiché parole d'ordine della nuova architettura saranno "la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città. Questo costante rinnovamento dell'ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del Futurismo….".
Sant'Elia propone così un deciso, antistorico, anacronistico sradicamento dell'architettura moderna dal suo passato, nell'idea di un'architettura e di una città che mutino con l'uomo e con l'ambiente, con la società e la tecnologia, che si rinnovino ad ogni cambio generazionale, che nascano, crescano e muoiano contemporaneamente all'evolversi della nuova filosofia del movimento, della velocità e della macchina.
La sua proposta progettuale, che resta sulla carta (nonostante l'abbondanza di scritti, manifesti, proclami, il Futurismo non produce infatti una vera e propria architettura futurista), non sfugge tuttavia a connotazioni classicheggianti chiaramente monumentalistiche, matrici di quella che sarà l'estetica restauratrice di un grande filone del nostro razionalismo, il più contestato dalla critica moderna, mentre la stratificazione dei livelli stradali e dei piani funzionali della città futura, ripresi anche da Le Corbusier, tradiscono il legame addirittura con le concezioni leonardesche: non a caso, con implicita contraddizione, Sant'Elia esordisce "Dopo il '700 non è più esistita nessun architettura", riconoscendo per via indiretta l'esistenza di una tradizione di riferimento, seppur lontana.
E' evidente la componente utopistica, l'atteggiamento sostanzialmente ingenuo e sognatore di un pensiero entusiasta che, come tutti i movimenti avanguardisti del '900, affida l'affermazione della modernità alla distruzione della tradizione passata e recente, concetto sul quale Edoardo Persico, con intelligenza premonitrice, cerca di mediare verso posizioni meno radicali.

In questa cruciale presa di posizione sta la debolezza e l'immaturità del discorso di Sant'Elia.
Perché la modernità non nasce nel deserto, nasce dall'implicito confronto con il passato, sulla traccia di un percorso del non-ritorno che non si può né si deve ripercorrere una seconda volta, ma lungo il quale l'architettura resta, a costituire la narrazione della storia di un popolo.
Vi è una inevitabile dinamica tra modernità e tradizione, mediata dal tradimento, due vocaboli che hanno la stessa radice etimologica, il verbo latino 'tradere', che vuol dire consegnare: la modernità necessita del tradimento, dell'abbandono dell'ultima "consegna", necessita della tradizione, quand'anche rifiutata e negata, "tradìta" o meglio "tràdita" e proprio per questo sempre presente, anche nella dialettica più marcatamente oppositiva, con tutto il suo tesoro di conoscenza ed esperienza.

Certo viene da chiedersi se le utopie di Sant'Elia siano state davvero sprazzi visionari irrealizzabili o se non siano state invece splendide verità premature in un mondo che non era pronto ad accoglierle.
L'utopia sta a monte della progettazione, e "la realtà del progetto le subentra grazie alla tecnica, in mancanza della quale, è bene aggiungerlo e sottolinearlo, l'idea di utopia realizzabile non sarebbe neppure nata": a distanza di più di mezzo secolo, lo spirito futurista ricompare nelle parole di Yona Friedman, il visionario autore di "L'Architecture Mobile" e di "La Ville Spatiale", il grande vecchio dell'architettura dell'utopia che ancora vive e lavora nel terzo millennio, che non ha mai smesso di credere nelle "Utopie realizzabili", così le chiama in un suo celebre libro del 1974, possibili e necessarie, perché l'uomo ricordi che non bisogna mai smettere di sognare e di credere che i sogni possano diventare realtà.

Forse questo messaggio è l'eredità più preziosa che il manifesto di Antonio Sant'Elia tramanda alle nuove generazioni, che non si stanchino mai di tentare di costruire una vita migliore.


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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