| Se con la sua indagine intellettuale Le
Corbusier identifica nel cervello l'origine dell'architettura,
che diviene mezzo per dimostrare un assioma, se Wright la
trova nel pulsare degli organi interni dove batte la vita,
tra ragione e sentimento, Mies van der Rohe (Aquisgrana
1886/Chicago 1969) la scopre nella struttura portante, negli
snodi spaziali, nella verità nascosta che con coraggiosa
onestà progettuale mette allo scoperto attraverso
l'involucro trasparente. Pelle di vetro e ossa d'acciaio,
lo spazio ritmato da tersi diaframmi, la materia lucidata
e levigata, sublimata dal gioco di riflessi della luce,
un'architettura fragile come il vetro e forte come il ferro
che per la prima volta si propone orgogliosamente ed umilmente
nella sua nudità.
Arrivato in America dalla nativa Germania, il giovane Mies
è affascinato dai grattacieli in costruzione, scheletri
strutturali che nella loro provvisoria, incompiuta essenzialità
lasciano leggere la genesi mentale del progetto, perché
a lui interessa più il viaggio che l'arrivo, il processo
generativo più che il risultato, il divenire piuttosto
che l'essere (nel '27 scrive a Walter Riezler: "La
forma è effettivamente uno scopo?O non è piuttosto
il risultato di un processo di formazione?Non è il
processo l'essenziale?...."
Pochi e concisi gli scritti, a parte la parentesi didattica
presso la Bauhaus,
dove è docente e poi direttore, lontano dalla foga
didascalica di Le Corbusier, dalla trascinante eloquenza
di Wright, Mies van der Rohe si identifica nell'asciutto
rigorismo morale del "De
Stijl" di Theo van Doesburg, in una cultura ad
impronta razionalista che ricerca soluzioni chiare, precise,
con l'ordine mentale di un nitido indagatore dell'essenza
della realtà nella sua estrema purezza formale: liberata
da ogni preoccupazione descrittiva e narrativa, la sua architettura
sarà il massimo della funzionalità e dell'aderenza
alla destinazione d'uso nell'apparente mancanza di ogni
finalità utilitaristica.
Come il costruttivista El Lisitskij, un'altra forte personalità
con la quale entra in contatto, Mies non vuole progettare
una forma, ma un'idea, la sua architettura è pura astrazione
geometrica, quella stessa che in Mondrian confluirà,
nella sua forma più radicale, in un'astrazione totale
di tipo spiritualista.
Mies ragiona per piani, nella più completa negazione
del volume, la sua è un'architettura bidimensionale
senza pieni, senza peso, fatta di superfici pure senza consistenza,
di piani isolati e nitidi slegati che configurano lo spazio
senza circoscriverlo, lo indirizzano fluidamente, lo guidano
all'esterno attraverso setti murari allungati oltre ogni necessità
distributiva, con il solo scopo di prolungare la visuale ed
andare oltre: si impone un nuovo concetto di orizzonte visibile
nell'abolizione della finestra come definizione di un limitato
campo visivo ("io ho tagliato le aperture nei muri
ovunque mi occorrevano per viste sull'esterno e l'illuminazione
degli spazi"), secondo una concezione di continuità
spaziale della quale, per sua stessa dichiarazione, Mies è
debitore a Frank Lloyd Wright.
Nel 1940 così ricorda l'incontro con le opere di Wright
nella Berlino dei primi del '900: "
.L'opera
del grande maestro presentava un mondo architettonico di insospettata
forza, chiarezza di linguaggio e ricchezza sconcertante di
forme. Qui finalmente trovavamo un artista ispirato alla reale
sorgente dell'architettura che, con vera originalità,
innalzava le sue creazioni alla luce
."
La semplificazione linguistica che Mies mette in atto è
estremamente sofisticata, muove alla ricerca di un essenziale
universale ed indifferenziato che porta necessariamente verso
un risultato di carattere generale che qualcuno potrebbe a
ragione trovare anonimo: Mies va infatti, consapevolmente,
verso l'anonimato, con una radicale riduzione di ogni carattere
e di ogni tipicità, eppure basta uno sguardo per riconoscere
la sua personalissima impronta in un impianto architettonico,
in una quinta di muro, in un incastro di linee.
L'uso del vetro in senso strutturale, a sostituzione delle
divisioni e dei tamponamenti esterni, costituisce una innovazione
assoluta non solo dal punto di vista tecnologico, ma a livello
concettuale, dato che sovverte il tradizionale rapporto pieno-vuoto,
luce-ombra, quella tensione plastica sulla quale si era sempre
retto, prima di Mies, il linguaggio architettonico di tutti
i tempi.
Proprio l'uso del vetro tradisce l'imprinting espressionista
della poetica di Mies van Der Rohe, il vetro è illusione,
astrazione, emozione, fantasia, crea immagini ingannatrici,
genera per riflessione una falsa realtà, rifrange e
moltiplica specularmente la luce emanando leggerezza e spiritualità
("È la luce che dà la sensazione di
spazio [
. Luce e spazio sono inscindibili. Se
si elimina la luce il contenuto emotivo dello spazio scompare
e diventa impossibile coglierlo
..". Siegfried
Giedion), il vetro realizza quella aspirazione alla continuità
ed alla compenetrazione tra interno ed esterno che, originando
da Wright e passando per Mies, è uno degli imput principali
dell'architettura contemporanea.
Gli elementi di arredo creati da Mies sono ancora oggi punti
cardine del design moderno, senza tempo, senza moda,
incorruttibili nella loro intangibile purezza lineare: la
poltrona Barcelona, tutt'ora in produzione, è stata
realizzata nel '29, in controcorrente rispetto ad ogni suggestione
stilistica contemporanea.
In quel design scarno ed elegante, Mies, che non può
prescindere da sé stesso, realizza ancora una volta
il "massimo effetto col minimo spreco dei mezzi",
una colta, severa rivisitazione dell'antico sedile curiale
romano, uno scranno regale di algida austerità per
i reali di Spagna in visita all'Esposizione Internazionale
(Wolf Tegethoff, studioso di Mies van Der Rohe, scriverà
un testo, "La storia di un "trono" : l'archeologia
della poltrona Barcelona" ). Per questa seduta, adattandosi
con grande duttilità alle potenzialità tecnologiche
del materiale, rinunciando all'ortogonalità delle sue
linee progettuali, Mies disegna due linee curve incrociate
e continue di estrema fluidità, espressione non di
rinuncia ad un aprioristico linearismo, ma di elasticità
mentale e libertà creativa. E' la nascita di un nuovo
linguaggio espressivo applicato agli oggetti, studiati e curati
nei minimi particolari con attenzione maniacale, depurati
di ogni superflua aggettivazione, anche loro ridotti a pelle
ed ossa.
Può essere più facile capire che amare Mies
van der Rohe, ma le parole di Giò Ponti ci possono
aiutare :" Amate l'architettura moderna, dividetene
gli ideali e gli sforzi, la volontà di chiarezza, di
ordine, di semplicità, d'onestà, di umanità,
di profezia, di civiltà. Amate l'architettura moderna,
comprendetene la tensione verso una essenzialità, la
tensione verso un connubio di tecnica e di fantasia, comprendetene
i movimenti di cultura, d'arte e sociali ai quali essa partecipa;
comprendetene la passione. Amatela nei grandi maestri d'oggi,
in Le Corbusier, in Mies van der Rohe
."
, in quest'uomo che ha apportato nell'architettura mondiale
innovazioni sconvolgenti, frutto di una creatività
al di fuori di ogni paragone e che ha poi passato la vita
a togliere, semplificare, ridurre (egli dice "less
is more"), discriminando l'essenziale dal superfluo
con inflessibile rigore.
Nel nome di un riduzionismo formale estremo che tuttavia
non mortifica l'intensità espressiva, ma la concentra
in pochi punti fondamentali, fino ad un raffinato minimalismo
in cui risiede l'essenza ultima, e divina, della materia.
link:
Quarant'anni fa moriva Ludwig Mies van der Rohe
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