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Hans Prinzhorn
di Vilma Torselli
pubblicato il 13/05/2007
"La schizofrenia è sicuramente uno dei modi possibili di essere uomini, compatibile con la vita, anche se richiede, in chi ne è affetto, l’incredibile forza di reinventare continuamente il reale per continuare ad esistere in un mondo in cui tali persone percepiscono e soffrono per l’impossibilità di comprendere ed essere compresi...."(Maria Luisa Borgioli)
Hans Prinzhorn (1866–1923) psichiatra psicoterapeuta presso l'Istituto di Psichiatria dell' Università di Heidelberg è una personalità poliedrica con interessi sia scientifici che artistici, ha studiato storia dell’arte, estetica, filosofia, musica e canto, attività umanistiche che coltiva mentre nel 1917 prende una seconda laurea in medicina.
Conciliando questi due filoni di interesse apparentemente distanti, redige un testo oggi divenuto un classico, "L'attività plastica nei malati di mente" ("Bildnerei der Geisteskranken" , Berlino, 1922), in cui analizza e raccoglie le opere prodotte da varie tipologie di malati di mente ospiti in istituti psichiatrici tedeschi, europei e latino-americani: sulla linea comparativa con l'arte primitiva e infantile, Prinzhorn traccia una ragionata relazione tra attività artistica e componente schizofrenica della personalità di alcuni grandi artisti della modernità, in particolare di una decina di “grandi maestri schizofrenici”, tra i quali Van Gogh, Kubin, Ensor, Kokoschka, Nolde.

Anche se l’inizio del ‘900 assiste alla repressione ed alla persecuzione nei confronti dell’arte dei folli, bollata come “degenerata”, che il nazismo metterà al bando come i suoi artefici, l’idea di valutare invece senza pregiudizi l'espressione artistica che nasce dal disagio e dalla sofferenza psichica è comune a molti artisti del ‘900.
Infatti Paul Klee, Kandinskij, Andrè Breton, Max Ernst, Jean Dubuffet, gli espressionisti tedeschi di Der Blaue Reiter, i surrealisti, la Compagnie de l’art brut, non hanno mai avuto esitazioni nel conferire alle opere dei malati di mente il diritto di poter essere considerate prodotti artistici, ma Prinzhorn è il primo che stila uno studio esaustivo e scientifico, per quanto possibile, su un numero statisticamente significativo di soggetti, mettendo insieme una collezione di art des fous di circa 5000 pezzi realizzati da circa 450 autori, materiale che susciterà l'interesse anche di Freud.

Nella sua indagine sul delicato confine tra arte e follia, Prinzhorn scrive fra l’altro: ”Ci troviamo di fronte ad un fatto sorprendente: l'affinità tra il sentimento del mondo schizofrenico e quello che si manifesta nell'arte contemporanea può essere descritto con gli stessi termini...se si osservano attentamente le forme d' espressione del nostro tempo,si riscontra ovunque,nelle arti plastiche come nei vari generi letterari, una serie di tendenze, che troverebbero soddisfazione solo presso un vero schizofrenico(...). Sentiamo ovunque un gusto istintivo per la particolarità che conosciamo bene negli schizofrenici ...."

Il lavoro di Prinzhorn, che lui vivente non fu sufficientemente apprezzato, varca in realtà i limiti sia della psichiatria che dell’estetica, legate lungo tutto il ‘900 da un rapporto ambiguo e controverso, per addivenire ad un vero e proprio rinnovamento dei metodi di approccio al disagio psichico, ipotizzando che possa, secondo le sue teorie, essere efficacemente curato dando libero sfogo all’impulso creativo del malato, a tutti gli effetti considerabile artista, anche se psicotico.
E’ questo il senso dell’arteterapia, dell'arte con finalità terapeutiche e riabilitative.

Prinzhorn è particolarmente interessato all'arte espressionista, nella quale individua la tendenza al gioco, l'elaborazione ornamentale e la capacità di strutturazione ordinata dell'immagine e quindi una marcata espressività: tuttavia si tratta di atteggiamenti che denunciano implicitamente una apertura ed una ricerca di comunicazione con il mondo esterno tali da introdurre una componente di contraddizione nelle sue teorie, poiché la personalità schizofrenica è significativamente diversa e sostanzialmente in-espressiva.
Prinzhorn è il primo ad ammetterlo, scrive infatti:”Lo schizofrenico è invece distaccato dall’umanità e per definizione non può ne vuole ristabilire il contatto con essa….. Percepiamo nei suoi quadri il totale isolamento artistico…..”

La differenza tra l’opera di un artista “sano” e di uno schizofrenico in realtà esiste, ed è individuabile nel fatto che, a differenza del primo che con le sue opere vuole comunicare più o meno consapevolmente un messaggio, l'artista schizofrenico manifesta un sostanziale rifiuto alla comunicazione, frutto di una totale impermeabilità nei confronti del mondo esterno e crea senza scopo né significato, in modo puramente ludico.

Eppure “La schizofrenia è sicuramente uno dei modi possibili di essere uomini, compatibile con la vita, anche se richiede, in chi ne è affetto, l’incredibile forza di reinventare continuamente il reale per continuare ad esistere in un mondo in cui tali persone percepiscono e soffrono per l’impossibilità di comprendere ed essere compresi. Se capissimo la schizofrenia, capiremmo molto di più anche su come siamo fatti noi uomini “normali”, così come l’interpretazione freudiana dei sogni ci ha insegnato tanto di più su come sono gli uomini da svegli: lo studio della schizofrenia può così avere significato antropologico generale ( Balestrieri et al., 1996 ). “ (dalla tesi di laurea di Maria Luisa Borgioli, 2002/03, Università degli Studi di Firenze)

E’ quindi indubbio il valore degli studi di Prinzhorn se non altro per il fatto che egli fu un vero pioniere nella valutazione delle manifestazioni artistiche psicopatologiche in grado di svelare per nuove vie i problemi degli alienati per poterli affrontare, se non risolvere, da un punto di vista assolutamente inedito, considerando la malattia come “uno dei modi possibili di essere uomini” e, perché no? artisti.


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