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Oskar Kokoschka, "La sposa del vento"
di Vilma Torselli
pubblicato il 12/05/2007
Intensa tensione drammatica, sofferto rapporto con una realtà che sfugge, indagata con vibrante tormento ed angosciata curiosità, teatro di una tragedia cosmica che assimila il paesaggio al dramma esistenziale dell'umanità.
"L'esperienza è ciò che da membri di un gregge ci fa veramente uomini. Altrettanto priva è l'esistenza dell'esteta chiuso nella propria torre d'avorio. La sua è un'esistenza inutile e antisociale....." (Oscar Kokoschka)

Oskar Kokoschka (1886-1980) si forma artisticamente nell'ambiente della Secessione viennese nello stesso periodo in cui è presente Gustav Klimt, personaggio di maggior spicco nell'ambito del movimento austriaco, quello in cui la connotazione simbolista della Secessione apparirà in termini più espliciti, che diviene amico e maestro di due allievi d'eccezione quali Egon Schiele, che dipingerà il dissacrante "Cardinale e suora" e appunto Oscar Kokoschka: entrambi sensibili alle tematiche dell' Espressionismo, questi due artisti segnano il passaggio dalla composta sensualità dei dipinti del maestro Gustav Klimt ad un dirompente linguaggio tipicamente espressionista dal cromatismo violento e dalla linea mossa e tormentata, che per i contemporanei contribuirà a designare Schiele come "artista maledetto", di nevrotica tragicità, spregiudicato ed autodistruttivo, e Kokoschka come "artista degenerato". Inviso al regime politico per il suo anticonvenzionalismo e la sua indomabile libertà di pensiero, finirà per connotare la sua opera anche in senso sociale e sarà costretto a rifugiarsi esule in Inghilterra nel '37 (morirà ultranovantenne in Svizzera), scontando con l'allontanamento dalla sua terra la condanna che il nazismo decreta per tutto l'Espressionismo in blocco a causa di quel suo pervasivo sentimento della crisi che mina le presuntuose certezze del regime.

Dice di lui Mario De Micheli:("Le avanguardie artistiche del Novecento") : "..... Per Kokoscka la pittura è costante fervore, è viva esaltazione di tutto l'essere. Ma, ciò che è egualmente importante, è anche espressione di un'idea, di un concetto ......."
Queste premesse, la simbiosi tra passione ed idea, il legame con la poetica espressionista più radicale, sono fondamentali per capire l'opera di Kokoschka, pervasa da una intensa tensione drammatica, in sofferto rapporto con una realtà che gli sfugge e dalla quale non sa prescindere indagata con vibrante tormento, con la stessa angosciata curiosità di Van Gogh, con la creativa furia visionaria di el Greco, artisti studiati ed amati, al di fuori di ogni preoccupazione teorica, liberando senza remore intellettualistiche la sua anima intrisa di espressionismo in dipinti tenebrosi e carichi di pathos.

Esordendo con una pittura di impronta grafica chiara e raffinata che tralascia spazi vuoti nella tela ad alleggerire composizioni irregolari ma equilibrate (é anche abile incisore e realizza nel 1908 incisioni per un libro per bambini dedicandole a Klimt), Kokoscka si muove ben presto verso una pittura più concitata, energica, tesa, efficacemente sintetizzata nel quadro esposto, opera della ormai raggiunta maturità artistica ed umana.
"La sposa del vento" (o anche "La tempesta") del 1914, una delle opere più note dell'artista, è ispirato da Alma Mahler, vedova del musicista Gustav Mahler, donna amata con la quale intrecciò una relazione sentimentale poco felice che ebbe per lui notevole importanza ed indubbiamente influenzò il risultato finale di questo dipinto.
I protagonisti sono una coppia, un uomo ed una donna, come nel celebre "Il bacio" di Klimt o nella versione crudamente caricaturale che ne fa Schiele nel suo "Cardinale e suora" e come nei due casi precedenti si tratta di un'opera all'insegna delle contrapposizioni, percorsa da un teso contrasto che la rende inquietante ed enigmatica, piena di significati simbolici, allegorici e sottilmente allusivi non tutti decifrabili.
Messa da parte l'elegante stilizzazione di Klimt e la sua controllata raffinatezza lineare, Kokoschka costruisce con larghe, nervose pennellate materiche i corpi ed il giaciglio in un turbine avvolgente di segni incurvati con improvvise spigolosità, di forte valenza gestuale, dai colori irreali, a creare un gorgo avvolgente che si estende al paesaggio notturno ed ingloba personaggi ed ambiente nello stesso dramma esistenziale: impossibile non riconoscere Munch e la sua poetica dell'angoscia alla base di questo senso di tragedia cosmica che passa dall'uomo al paesaggio e lo contamina del proprio sentimento interiore, conferendo anche alle cose un'anima fragile e la capacità di soffrire.
Uomo e donna, esseri viventi e natura, quieto senso d'abbandono femminile e pensosa veglia maschile, serena rilassatezza dei corpi e nevrotica inquietudine psicologica sono le antitesi su cui si articola il dipinto, metafora delle antinomie su cui si fonda la realtà, indagata, frugata, spremuta nel suo significato più intimo eppure sfuggente ed inconoscibile nella sua essenza più misteriosa, in quella dimensione inviolabile in cui si celano i fantasmi della mente ed in cui si consuma il dramma universale dell'uomo, di tutti gli uomini.

link:
Adolph Loos

* articolo aggiornato il 8/04/2013


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