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Architettura e consenso
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/04/2009
Carattere sociale della creatività, mezzo per soddisfare bisogni condivisi. E' proprio così?

“ ….gli studi condotti su individui giudicati particolarmente creativi in campo artistico, scientifico, matematico e letterario indicano che i soggetti creativi tendono a riportare un punteggio elevato nei test di intelligenza generale. Però, quando tali misure di intelligenza sono poste in relazione con indici di creatività basati sul giudizio di terzi o in base ai risultati conseguiti (numero di opere, premi ricevuti, e cosÌ via), intelligenza e creatività si dimostrano scarsamente correlate tra loro.
In un famoso studio condotto su un nutrito gruppo di architetti, si osservò per esempio che l'interocampione mostrava nei test di intelligenza punteggi superiori a quelli misurati nella popolazione generale, ma quando gli architetti, giudicati come più creativi dai colleghi, venivano confrontati con il resto del campione, architetti creativi e architetti per cosÌ dire più normali non mostravano differenze significative nei punteggi riportati nei test di intelligenza. D'altra parte, i soggetti giudicati creativi erano anche giudicati come più intelligenti dalla media dei loro pari.
Ciò può dipendere dal carattere fortemente sociale della creatività. Per essa occorre anche il riscontro della valutazione collettiva. Essere creativi implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente a un bisogno condiviso e che ottenga . pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioè, deve poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo è espresso come innovativo realmente utile. Il successo creativo, pertanto, richiede qualità sociali tali da permettere l'affermazione proprìa. e dei propri prodotti, e tali capacità sociali possono facilitare un giudizio positivo sull'insieme delle caratteristiche possedute dal soggetto creativo……
“ (‘Come nascono le idee’, Edoardo Boncinelli, Edizioni Laterza, 2008 – pag.107)

La lunga citazione, a firma di Edoardo Boncinelli, figura di eccellenza assoluta nel campo della Biologia Genetica e della Biologia Molecolare, mi pare estremamente interessante sia perché si parla specificatamente di ‘architetti’, sia perché pone l’accento sulla ‘qualità sociale’ che si accompagna alla creatività e che definisce l’atto creativo degno di riconoscimento come prodromo di un prodotto socialmente utile. Il che sembrerebbe particolarmente pertinente all’architettura, in quanto attività creativa accompagnata da un ruolo civico e da una indiscutibile valenza etica.

In sintesi, per usare parole di Antonio Preti e Paola Miotto, che hanno studiato anche il rapporto tra creativtà e psicopatologia, “CREARE significa produrre qualcosa di "originario" che abbia un suo potenziale di fruibilità, riconoscibile per consenso da parte della comunità. Il prodotto creativo è quindi caratterizzato da tre elementi: Novità, Fruibilità, Consenso”.

Se si giudica secondo questi parametri, bisogna dire che la storia dell’architettura passata è piena di creativi ‘incompleti’ e forse per questo incompresi (caso emblematico Francesco Borromini, o anche Gaudì, geniali e innovativi in assenza di consensi allargati) e che pure la storia contemporanea pullula di portatori di consensi altrettanto incompleti, gratificati, nella migliore delle ipotesi, da plauso e consenso della critica per opere che non sono né comprese né condivise dalla comunità in cui si collocano, di alcune delle quali non si sentiva affatto il bisogno mentre per altre ci sono stati clamorosi ed inascoltati rifiuti.
E’ il caso delle numerose archistar, collocabili in una posizione intermedia che vede a monte una innegabile capacità creativa (a volte addirittura in eccesso!) e a valle una risonante affermazione sociale, sia per attributi specificatamente professionali che altri squisitamente personali, mancando il passaggio intermedio che dovrebbe mediare i due estremi e che il professor Boncinelli identifica nella rispondenza "a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso".

Accade la stessa cosa per l’opera d’arte, per la quale Gombrich condiziona l'oggettività del valore anche al seguito ed al consenso che essa ha nel tempo da parte della comunità, il che rende utili e necessari i movimenti e le correnti artistiche che ne discendono poiché, per citare ancora Antonio Preti, “l'innovazione si perde con la scomparsa del suo creatore, quando non sia stata trasmessa a degli ‘allievi’ o almeno degli imitatori. Non sappiamo chi sia stato il primo a cuocere del tritato di grano misto ad acqua, ma il pane che mangiamo tutti i giorni discende dagli esperimenti di un ‘cuoco’ particolarmente dotato”.
Il fatto che l'invenzione sia stata insegnata ed imitata ci permette ancora oggi di godere del pane.

Contrariamente a questa logica deduzione, Frank O. Gehry, nota archistar, e non solo lui, ha in più occasioni dichiarato la sua opposizione al concetto di 'schools', e non si può fare a meno di pensare che se Frank L. Wright, o gli architetti della Bauhaus l’avessero pensata così oggi il mondo abitato sarebbe decisamente più brutto.

Considerazioni parallele si possono fare per l’arte visiva, che ha raggiunto oggi un livello di ‘impopolarità’ da minimo storico: non si può dire che New Neurotic Realism o Bad Painting o Arte Underground, piuttosto che Chris Ofili o Joseph Beuys o Damien Hirst o i molti artisti concettuali dell’odierno panorama mondiale siano in grado di coagulare un comune consenso, vasto e condiviso, ma è indubbio che siano premiati dal successo, inteso soprattutto come visibilità nei settori specifici e ritorno economico.

Si potrebbe quindi concludere che oggi, perché un creativo e il suo prodotto si affermino, non è più necessario che si procurino un “pubblico consenso” né che posseggano particolari “capacità sociali”, la maggior parte dell’architettura e dell’arte moderna più celebrata è infatti estranea ed incompresa per il grande pubblico e per la comunità in cui si esprime.
Ciò può significare che la critica, la pubblicità, i media, il mercato hanno sostituito il giudizio della comunità, mettendo in dubbio la dimensione collettiva della creatività e che campagne divulgative, investimenti finanziari, marketing pilotano oggi ogni valutazione sia sulla innovatività che sull'utilità di opere che sempre più necessitano di interpretazione e di mediazione per arrivare alla loro (presunta) utenza, manipolando il “carattere eminentemente collettivo e sociale” del prodotto creato.

link:
Ethical Architecture
Che mondo sarebbe senza architettura?

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Commenti, integrazioni ed ampliamenti sui temi introdotti dall'articolo si trovano nel post 'Architettura del consenso' del blog di Pietro Pagliardini :
"L’interpretazione che Boncinelli fornisce della creatività in relazione al consenso sociale si presta, come accade spesso in questo campo, alla doppia, possibile interpretazione.
Al soldato che doveva partire per la guerra e domandava trepidante se sarebbe tornato vivo, la Sibilla rispondeva “Ibis, redibis non morieris in bello” lasciando a lui l’interpretazione nel mettere la sospensione prima o dopo la negazione, con ciò assicurandosi un sicuro successo.....
. " continua >>>>

Frank L. Wright nel suo studio
(immagine-copertina tratta da Antithesi)




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