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Bad Painting
di Vilma Torselli
pubblicato il 4/04/2007
Una pittura apparentemente mal eseguita, provocatoriamente volgare, ferocemente ironica, che vuol ridicolizzare l'accademismo della pittura ufficiale e l'eccesso di intellettualismo del concettualismo degli anni '70.
L'espressione Bad Painting è stata coniata come titolo di una mostra di pittura organizzata da Neil Jenney nel febbraio del '78 al New Museum di New York, in seguito divenuta il nome di una corrente artistica inglese, sostanzialmente figurativa, inquadrabile nel filone della Young British Art assieme a tanti altri movimenti anglosassoni affini e contemporanei sponsorizzati per lo più da Charles Saatchi, guru della pubblicità e del mercato dell'arte contemporanea.

Difficile distinguere a volte il confine tra queste trasgressive correnti più o meno culturali ed il kitsch o addirittura il trash, visto che la voglia di scandalizzare e provocare corre spesso il rischio di essere fine a sé stessa, estranea a qualsiasi strutturata intenzionalità vagamente artistica (si pensi ad esempio a Chris Ofili, uno dei maggiori rappresentanti della Bad Painting, che nel '97 presenta alla mostra "Sensation" quadri polimaterici realizzati con l'impiego di sterco di elefante).
Nonostante ci siano precedenti anche illustri (Mirò, che tuttavia non scomodò gli elefanti), non appare giustificato, nemmeno dal punto di vista strettamente esecutivo, l'utilizzo di una siffatta materia prima (visto che attualmente esiste una gran varietà di prodotti sintetici che possono asetticamente dare gli stessi risultati), se non in chiave fortemente dissacratoria, volutamente e forzatamente scandalistica: impossibile che non venga in mente la provocatoria "Merda d'artista" di Piero Manzoni, dove tuttavia il "messaggio" aveva un contenuto, nel senso più letterale del termine, ed un aspetto esteriore decisamente più concettuale.

Si evince comunque da questa ed altre esibizioni che l'intenzione della Bad Painting (oltre che pittura, anche arte sonora e visiva), o "dumb art", è quella di ridicolizzare con ironica trasgressività sia l'accademismo della pittura ufficiale che la spirituale immaterialità del concettualismo degli anni '70 ed il suo eccesso di intellettualismo, provocando e deridendo il comune senso del bello con immagini gratuitamente sgradevoli e banali, sciatto susseguirsi di ostentate volgarità di una pittura veloce volutamente degradata, non priva tuttavia di suggestione ed intrigante potere evocativo.

Dalla libertà di associazione di fonti storiche classiche o popolari, di segni arcaici, etnici o fantasiosamente inventati, dalla contaminazione di linguaggi e culture, deriva infatti una pittura dall'impronta espressionista talvolta di innegabile fascino, apparentemente improvvisata o addirittura mal eseguita, di voluta grossolanità stilistica, rabbiosa come si conviene ad una "pittura cattiva", con una carica di inquietante emotività che la rende particolarmente espressiva della realtà moderna, delle sue quotidiane contraddizioni e dissonanze, della continua mutevolezza di una società di cui la Bad Painting scatta una impietosa istantanea.

Altri nomi di questa corrente sono Chantal Joffe, Mark Kostabi, pittore e musicista e Martin Maloney, che per la sua posizione di critico e curatore d'arte, oltre che pittore, ne diviene il teorico.


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