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Che mondo sarebbe senza architettura?
di Vilma Torselli
pubblicato il 6/03/2008
La storia dell'architettura è giunta al capolinea, ora comincia la storia degli architetti.
"Storia" è una parola greca, "historìa", che vuol dire "rendiconto", all'inizio. E poi diventa una parola che esprime l'idea di un corso degli eventi, che ci abbraccia tutti insieme. Questa idea di storia, che è greca, originariamente occidentale, oggi si trova al cospetto di un mondo globalizzato, in cui l'Occidente ha a che fare con le altre civiltà. Molti mettono in dubbio che si dia quindi una unica storia, che la storia sia unitaria e che la storia possa inglobare insieme tutte le civiltà. Si pongono degli interrogativi molto seri sul concetto stesso, sull'idea stessa di storia……”(“Che cos'è la storia?", Giacomo Marramao, professore di Filosofia politica, Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali dell'Università di Roma Tre).
Ciò che va quindi messo in crisi oggi, nell’epoca della globalizzazione, pare non sia “come” ma “se” si debba o possa fare storia, almeno nella comune accezione del termine: il concetto che la storia sia l’organico racconto, in chiave evoluzionistica, di come le cose siano cambiate nel corso del tempo è del tutto discutibile, legato com’è alla nostra umana necessità di dare giudizi, che potrebbe portare a conclusioni viziate.
Siamo noi – dice Lucien Fèvre - che, nel bisogno di “organizzazione del passato”, diamo un ordine, che continuamente viene rivisto, ad una catena di fatti apparentemente senza significato”: ed in tal caso, la concatenazione “storica” degli eventi dipenderebbe dall’arbitrario lavoro dello “storico”, un ansioso insicuro alla ricerca di una consolatoria giustificazione che gli permetta di dare un senso al passato, nella recondita speranza di trarne rassicuranti suggerimenti comportamentali per il futuro.
Lo storico, per definizione, è quindi portato al pensiero progettuale, mentre la visione globalistica passa attraverso la destrutturazione, filosoficamente intesa, che è l’antitesi della progettualità. Essere in grado di leggere un testo (o un evento o un’architettura o un piano urbanistico) senza interporre un'interpretazione soggettiva rappresenta non solo “la forma ultima di esperienza interiore", stando a Nietzsche, ma anche la certezza di non dare ad un racconto un senso che non ha e di non leggere un consequenziale rincorrersi di cause ed effetti che possono non esserci.
E’ un atteggiamento difficile, per l’occidente, sospinto incessantemente da un bisogno di ricostruzione storica del passato secondo un concetto evoluzionistico che gli appartiene, ma è ciò che dovremo fare se vogliamo che i nostri discorsi sulla globalizzazione e sulla storia globale abbiano un senso.
Dobbiamo porci il dubbio, insomma, che evoluzione e cambiamento siano due concetti generati dalla metafisica occidentale basata sull'opposizione dualistica del “è o non è” (essere/divenire, vero/falso, bene/male, in questo caso immobilismo/mutamento ecc.), che inducono a leggere gli avvenimenti come racconto del passato nel quale cercare processi e cause, con la pretesa di attuarne un tentativo di comprensione e spiegazione logiche e consequenziali.
La storia, insomma, potrebbe essere costituita semplicemente da un insieme cronologico di eventi susseguentisi nel tempo e tutto ciò contribuirebbe ad aprire impensate possibilità di integrazione tra tutte le possibili ‘storie’ che nell’odierna società globalizzata si intersecano e si mischiano, mettendo d’accordo sotto l’ala generalista dell’antropologia culturale civiltà diverse e fino ad oggi contrapposte, se non conflittuali.

Fra tutte le discipline esercitate dall’uomo, l’architettura è forse quella nella quale meglio si può leggere una possibile esistenza senza ‘storia’, perché l’architettura, sasso, pietra, cemento, legno, concreta e pesante, semplicemente ‘è’.
Inamovibile e duratura, l’architettura è testimone delle singolarità e delle peculiarità del genere umano, è così che ancora oggi, ad esempio, a distanza di millenni, la diversità di stile tra un tempio dorico ed uno ionico ci racconta la differente visione del mondo di due etnie, l’una pragmatica e l’altra sottilmente intellettuale, mentre una tipologia tipica di circoscritte zone geografiche, come per esempio il “broletto” nelle città del norditalia, testimonia con la sua sola presenza un’esperienza sociale e politica unica e specifica .
Senza che le si chieda niente, l'architettura ci parla, a volte urla, a volte sussurra, brulica di messaggi e di indizi, ci fornisce una miriade di informazioni su vari livelli di interpretazione, che vanno da indicazioni puramente funzionali (una porta indica la presenza un ingresso, una scala quella di un piano superiore ecc.) a messaggi squisitamente intellettuali, concettuali e simbolici, basti pensare al significato della curva barocca o della prospettiva rettilinea rinascimentale.
E’ un linguaggio che ha anche precise sintassi, gli ordini e gli stili, ma che spesso si prende clamorose licenze poetiche e inventa, improvvisa, reinterpreta e rinnova.

Le città italiane sono esempi perfetti di spazio astorico, dove convivono a continuo confronto antichità e contemporaneità in un comune contesto dove ogni architettura è un fatto creativo a sé, dotata di un suo spazio-tempo che ne costituisce parte integrante.
Concetto che si è rinsaldato dopo l’avventura avanguardista, quando l’idea di un’arte ed un’architettura che discendano consequenzialmente dal loro passato è stata sostituita dalla concezione del presente come un divenire dinamico, senza riferimenti nel pregresso e senza orientamenti per il futuro se non verso un cambiamento, senza pretese di continuità e di correlazione.
Questa idea astorica e atemporale dell’architettura è stata integralmente recepita ed enfatizzata dall’architettura moderna, per la quale il divenire storico ha perso ogni significatività a beneficio di una ricorrente autoreferenzialità che la porta a collocare in sé il senso, il modo e il tempo della propria esistenza, a stabilire da sola le regole, a conservare, contraddire, scegliere, scartare, intepretare.
Oggi le cattedrali del terzo millennio non sorgono nel deserto, ma nelle aree metropolitane delle moderne città, in America come in Europa come in Asia, appannaggio di pochi arcinoti architetti che paiono del tutto indifferenti alla necessità di diversificare i loro progetti in base alla specificità dei luoghi e che spesso compiono clamorosi plagi di sé stessi passando da un museo alla cantina di un’azienda vinicola senza cambiare sostanzialmente una virgola.
Dietro il compiacente paravento di un internazionalismo stilistico che nasconde disinteresse e qualunquismo culturale, nasce così l’architettura-jolly, che va bene dappertutto, scaturente dalla creatività libera di progettisti senza frontiere.
Come nell’arte contemporanea, da Warhol in poi, la firma legittima l’opera della quale costituisce l’attributo più importante e significativo: accade così che pochi si chiedano che c’entra il Guggenheim Di Bilbao con Bilbao e molti invece si chiedano chi ha progettato il Guggenheim di Bilbao, che pochi si chiedano che c’entra il Nunotani Building con Tokyo, molti chi sia Peter Eisenman:
Cacciata dalla porta, la storia rientra dalla finestra: finita la storia dell’architettura, pare iniziata la storia degli architetti.
Che, però, è tutta un’altra storia……
Su questo nuovo corso scrive, con la tagliente ed intelligente ironia che lo caratterizza, Ugo Rosa su Arch’it, “Gli architetti e la storia”:
L'architetto infatti è, a mio avviso, geneticamente allergico alla luce, abbisogna del buio come il vampiro, e di pendere periodicamente a testa in giù in abbandono [ ……….] La ragione per cui Adolf Loos si fece sordo fu questa: non poteva più tollerare la petulante e ciarliera coscienza di sé degli architetti, l'ego storico (prima ancora che storicista), la rogna contro cui l'architetto moderno deve da sempre combattere: questa vigile, azzimata, coscienza di sé che produce cose marce dalle fondamenta, questo classificarsi come "autore" già prima di nascere, questo mettere il timbro d'autenticità agli scarabocchi per poi mostrarli senza ritegno ad ogni allocco che sembri disponibile a bersela [……]. E più la storia si occupa di lui, dell'autore, più l'architettura diventa trasparente e scompare: abbiamo così una caterva di geni dell'architettura e non abbiamo più l'architettura, che s'è rintanata nelle forre […….]
Sento dire che nelle Americhe c'è qualche spiritoso che vuole far sparire la storia dalle facoltà di architettura, ma nessuno di questi cervelli è sfiorato dall'idea che ci sarebbe, in primis, da far sparire l'architetto dalla storia […..]
”.
Sante parole!
Ridateci l’architettura, con la sua storia, le sue radici, il suo passato bello o brutto che sia, per poterla guardare, abitare, vivere, amare, per scovarci dentro l'eredità dei nostri padri e per poterci chiedere, con un brivido di sgomento: che mondo sarebbe senza architettura?



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