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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: L'automobile, mito futurista.
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Clyfford Still, "Untitled"
di Vilma Torselli
pubblicato il 23/05/2007
"Era un cammino che si doveva percorrere, diritti e soli ..... a pervenite alfine all'aria pura per soffermarsi al limite d'una pianura alta e senza limiti....... L'immaginazione, liberata dalle catene della paura e della legge, diventava allora tutt'uno con la visione. E l'atto, intrinseco ed assoluto, era il suo significato, e il portatore della sua passione." (Clyfford Still)
Clyfford Still (1904-1980) espressionista astratto, interessato al filone di ricerca ad impronta spiritualista che darà vita alla 'Scuola del Pacifico', membro del gruppo fondatore della scuola newyorkese 'Subject of the Artist', elabora un linguaggio che risente dell'impostazione intellettualistica e quasi ascetica di alcuni colleghi quali Rothko, Gorky, Motherwell, Francis, con vaghi riflessi romantici derivati probabilmente dall'influenza della pittura di un suo contemporaneo, Augustus Vincent Tack ( (1870 -1949), almeno se vogliamo accreditare l'analisi che Robert Rosenblum, Curatore del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, compie sul linguaggio di Still.

Del resto, come tutte le definizioni di correnti artistiche , il termine "espressionismo astratto" è significativo soprattutto dal punto di vista storico, individuando un gruppo di pittori per lo più operanti a New York intorno agli anni '50, ma ha valore del tutto generico circa le caratteristiche specifiche sia concettuali che tecniche utilizzate dai vari membri del gruppo. E' così che, nell'espressionismo americano, accanto al violento gestualismo di Pollock o di De Kooning, troviamo Color-Field-Painters quali Barnett Newman, Mark Rothko e, appunto, Clyfford Still, per i quali l'impeto espressionista si stempera in un linguaggio di maggior controllo con sfumature quietamente intimiste.

Personaggio talvolta scomodo, noto per il suo spirito polemico e caustico, Still è conscio sia della necessità e dell'inevitabilità di una radicale rifondazione del fare arte, sia della sostanziale incomunicabilità tra le nuove espressioni artistiche informali e gestuali e la società americana contemporanea che, fondamentalmente, non è in grado di accoglierle e capirle: è lui che, in una lettera a Gordono Smith, nel gennaio del '59, scrive "Era un cammino che si doveva percorrere, diritti e soli ..... a pervenire alfine all'aria pura per soffermarsi al limite d'una pianura alta e senza limiti....... L'immaginazione, liberata dalle catene della paura e della legge, diventava allora tutt'uno con la visione. E l'atto, intrinseco ed assoluto, era il suo significato, e il portatore della sua passione."
Still concepisce l'arte come esaltazione, come mezzo per attingere al sublime universale, non importa quale sia il prezzo che l'artista deve pagare, l'incomprensione, la solitudine, la sofferenza. La sua risposta, la soluzione che egli propone per affrontare il problema dell'isolamento dell'artista rispetto alla vita, si concretizza in grandi tele astratte, delle quali questo "Untitled", 1951-2, un olio su tela di 113 3/8 x 156 inches è esempio tipico.
Attraverso una gestualità trattenuta e razionalmente controllata, Still realizza forme ad andamento verticalizzante, simili a fiamme stilizzate, che Lawrence Alloway definisce "come il codice a colori di una mappa", talvolta meno consistenti per l'uso della velatura cromatica ad effetto nuvola, con più o meno evidenti richiami simbolici, a cercare nell'osservatore una contenuta risposta empatica.
Per sottolineare una dichiarata presa di distanza da ogni eccesso emotivo, Still non dà mai un titolo ai suoi dipinti, poichè con una qualsiasi attribuzione egli teme che “si confonderebbe lo spettatore e si delimiterebbero le sensazioni e le implicazioni latenti nell’opera”.

La produzione di Still è caratterizzata da una evidente ripetitività, frutto di una certa componente ossessiva, che la rende per certi versi monotona, lasciando all'accattivante decorativismo formale delle macchie cromatiche dai bordi dentellati più importanza di quanta probabilmente l'autore stesso non volesse attribuire loro, a scapito della tensione emozionale.


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