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Frank Auerbach, "Testa di Julia II"
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/05/2007
Un'immagine irriconoscibile che l'osservatore deve faticosamente recuperare con l'attento impegno interpretativo di un complicato intrico di linee, ricerca di una realtà ossessiva ed irraggiungibile che è impossibile possedere totalmente.
Frank Auerbach (1931) riassume in una sostanziale mancanza di idealizzazione ed in una visione complessivamente tetra la sua matrice neoespressionista ed una propensione psicologica ad una introspezione cupa, rafforzata dalle sue personali vicende umane e dalla tragica privazione della famiglia ebrea sterminata dalle leggi razziste.

Allievo del vorticista David Bomberg, personalità complessa e sofferta che forse trasmise ai suoi allievi parte delle sue problematiche interiori (tant'è che anche in Leon Kossof, egli pure suo allievo, si riscontrano caratteristiche indicative) Auerbach, in un'intervista rilasciata a John Tusa che lo interroga sull'influenza e l'insegnamento che Bomberg gli ha trasmesso dichiara di essere stato affascinato dalla sua personalità congenitamente ribelle, dalla sua intelligenza profonda, dal suo innato senso plastico, di averne appreso il senso dell'arte, la capacità di condurre la ricerca formale ed i mezzi espressivi sempre più in profondità, perché una figura può sempre essere ridisegnata, ripresa e riesplorata.
E quando l'intervistatore suggerisce:"Seeking the spirit in the mass", I think is a Bomberg phrase", Auerbach risponde:" It certainly is, yes."

Dichiarando che Bomberg non cercò mai di convertirlo al Vorticismo, del maestro Auerbach assimila la tendenza verso una identificazione totale con il soggetto rappresentato, in una sorta di compenetrazione fisica che lo porta a scalfire ed abradere la tela, a scavarne la superficie sulla quale l'immagine viene ripetutamente graffiata e tormentata da un sistematico lavoro distruttivo, da un laborioso processo trasformativo che più volte rimodella la forma nel tentativo di mutarla in altro, di trasfigurarla in arte.

Il risultato finale, come in questa "Testa di Julia II" del 1990, acrilico su tavola di 55.9x43.2 cm., è un'immagine irriconoscibile che l'osservatore deve faticosamente recuperare entro l'intrico imbrogliato delle linee, con attento impegno interpretativo, se vuol riconoscere, se vuol capire la ricerca di una realtà ossessiva impossibile da possedere totalmente, destinata a restare inevitabilmente irragiungibile, fuori portata, oltre ogni limite estremo.

Come Kossof e soprattutto come Lucian Freud, tenendo presente una innegabile derivazione dalla fisicità nevrotica del figurativismo di Bacon, Auerbach costruisce una figura dotata di una sua matericità intrinseca, non immagine di un soggetto, ma essa stessa soggetto, materializzazione di un'immagine che nella realtà non esiste, che è essa stessa l'unica realtà, che non rappresenta altro da sè.
A questa immagine Auerbach conferisce vita autonoma attraverso successive fasi di costruzione e decostruzione, lasciando tracce evidenti e vistose del suo laborioso intervento e della fatica della creazione nella materia pittorica, densa, spessa e tormentata in profondità da una elaborazione segnica insistita ed in un certo senso metodica nonostante il linguaggio caotico.

Emerge infatti nel disfacimento della forma una intenzionalità precisa e sistematica che contrasta con il disordine espressionista del risultato, lontano tuttavia dal compiacimento stilistico di Bacon e dalla calcolata stesura delle pennellate di Freud, con qualche richiamo a Georg Baselitz, precorritore della corrente neo-espressionista, per quanto riguarda una organizzazione tecnica del segno potente e marcato, della forma materica e del cromatismo deciso entro i limiti di una composizione libera ma non casuale, dove la figurazione, seppure faticosamente conservata, resta un preciso e rigoroso tema conduttore.


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