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Arte concettuale ed arte digitale
di Vilma Torselli
pubblicato il 7/04/2007
L'arte digitale come percorso cognitivo e culturale secondo il nuovo sistema di pensiero dell’uomo moderno.
Le opere virtuali esistono in potenza ed hanno la teorica possibilità di concretizzarsi in una rappresentazione per immagini, pur non corrispondendo a oggetti reali, ma basati sulla simulazione del reale mediato da mezzi elettronici.
Prodotto di una sofisticata tecnologia che sta gradatamente infiltrandosi non solo nella vita pratica ma anche nelle modalità percettive dei nostri cervelli, la creazione artistica digitale, frutto dell’ibridazione uomo-macchina, deve essere fruita mettendo in atto percorsi cognitivi che, seppur nuovi nell’analisi estetica, sono tuttavia quelli che governano il nuovo sistema di pensiero che l’uomo di oggi utilizza nell’analisi del mondo e che lo metteranno in grado di recepire correttamente la progressiva integrazione della tecnologia nell’opera d’arte: non mezzo per stupire con “effetti speciali”, come è accaduto in molta “arte” digitale degli anni ’80 e ’90, ma mezzo per favorire l’instaurarsi di nuovi processi comunicativi e culturali.

Pur tenendo presente che tutta la storia dell'arte dell'ultimo secolo fino agli anni ‘70, è marcatamente dominata dall'avvento delle tecnologie, è anche vero che la premessa a quanto sta oggi accadendo ha le sue radici concettuali in un’idea di arte che sfugge ad una oggettualità reale e statica, che richiede una partecipazione dell’osservatore per essere compresa, che identifica il processo artistico nella decontestualizzazione dell’oggetto anestetico convertito in arte dall’opera demiurgica dell’artista, concetti presenti in parecchi movimenti del secolo scorso a partire dalle avanguardie storiche del primo novecento.
Se vogliamo individuare uno svolgimento temporale, si può osservare che nel Dadaismo la poetica della casualità obbliga l’osservatore ad una rilettura dell’oggetto comune, sacralizzato dall’intervento dell’artista e sottratto alla banalità del quotidiano trasformato in “altro”, analogamente a quanto accade nella Pop Art e nell’europeo Nouveau Réalisme, mentre nella successiva action painting il fruitore è chiamato addirittura ad interpretare il gesto dell’artista, nell’assoluta indifferenza al prodotto finale, irrilevante nella sua compiutezza, nel suo “essere”, significativo solo nel suo “divenire”: infine negli anni ’60 manifestazioni come l’arte comportamentale o Happening, la Body Art, la Land Art, finiscono per assottigliare ulteriormente il contenuto dell’opera d’arte fino ad eliminarlo del tutto, virtualizzandolo, per “un’arte che riesce a fare a meno delle opere d’arte” (Francesco Morante).

Questo percorso progressivamente dematerializza l’opera d’arte spostandone il significato verso una sempre più radicale concettualizzazione, fino a renderla transitoria, temporanea ed effimera, un evento, “qualcosa che accade”, di cui non resterà che una traccia documentale (sotto forma di film, video, foto ecc…), un residuo “virtuale” da attivare all’occorrenza per riprodurre “l’immagine” dell’opera, che nella realtà non esiste più.
Le opere che ne derivano non hanno, o non hanno più, una esistenza oggettuale, non possono essere esposte nei luoghi solitamente deputati (gallerie, musei), non possono essere commercializzate se non nella loro riproduzione tecnica, non si possono conservare se non come traccia tecnologicamente costruita, non possono essere esclusivamente possedute perché immateriali o inesistenti: tutto ciò che esse “non sono” è comune con l’opera d’arte digitale.

Appare oggi evidente come il fenomeno che complessivamente va sotto il nome di arte concettuale, rimasto sostanzialmente estraneo alla realtà socio-culturale del suo tempo, avesse in sé significative anticipazioni del digitale, inteso come linguaggio anoggettuale, come flusso comunicativo, come evento collettivo che ha bisogno di essere compreso e fruito per esistere.

Alle soglie di una mutazione culturale che sta cybernetizzando (mi si perdoni il brutto neologismo) l’intelligenza collettiva, ciò che va tenuto presente è che l’arte digitale, prima che una interazione tra uomo e macchina, è un’interazione tra uomo e uomo attraverso la macchina, come dovremo imparare a capire guardando con “nuovi occhi” le tecnologie che stanno invasivamente impadronendosi delle nostre vite in tutti i campi, per trasformarle in strumento di conoscenza e sfruttarne al meglio l’enorme potenziale comunicativo.




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