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Architettura, nuvole e cavalli
di Vilma Torselli
pubblicato il 29/12/2015

"Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura." (Adolf Loos, “Parole nel vuoto”, 1921)

Massimiliano Fuksas, Roma, Nuovo Centro Congressi, la 'Nuvola'

Tra le grandi opere che da non-finite stanno diventando finite in un paese in cui il non-finito non è soltanto un modo di dire, ma una vera e propria tematica culturale, oltre al recente completamento trionfalmente annunciato della Variante di valico tra Emilia e Toscana, in ballo dal 1985, va a buon diritto annoverata la ‘Nuvola di Fuksas’, iniziata nel 1998 e realizzata ad oggi per circa  l’85% dei lavori con un costo complessivo di  235 milioni di euro dei 276 stanziati per il completamento dell’opera. 
La quale, già da non-finita, è nel mirino della Corte dei Conti nonché della Procura di Roma, destinataria di un dettagliato esposto da parte del Codacons, avendo collezionato questa realizzazione una incredibile serie di criticità, dai costi lievitati, ai tempi di realizzazione sforati, i ritardi, le varianti impreviste, gli appalti anomali, gli abnormi costi energetici di gestione e tanto altro.

Incurante di queste umane, trascurabili quisquilie, in un periodo in cui la stragrande maggioranza degli italiani non sa neppure come si scrive il numero corrispondente ai 276 milioni infilati nel buco nero di un’opera quantomeno discutibile, svetta la figura dell’archistar Massimiliano Fuksas, creatore di tanto splendore, prolifica mente di tanta originalità creativa, che ora, inaspettatamente, mostra pure una certa ingratitudine verso il munifico committente, uno Stato (nella fattispecie il Ministero dell’Economia e delle Finanze) il quale, detenendo il 90% della proprietà (il restante 10% va al Comune di Roma), ha contribuito per egual proporzione al saldo della sua stratosferica parcella, pare di 20 milioni di euro.
Infatti, ora che siamo arrivati alla resa dei conti, la Nuvola c’è, il monumento all’ego spropositato dell’archistar pure, le difficoltà di gestione e le inefficienze funzionali ormai palesi, ecco che lui già prende le distanze dagli eventi futuri e si defila dall’eventuale fallimento a cui pare destinata, così teme, la sua creatura.
Lo Stato non sa cosa farci [….. ] stanno ultimando il pavimento. Ora dovranno capire come gestirlo, e come utilizzarlo, ed è questo il dramma" dichiara all’Italia intera in una trasmissione televisiva (“Agorà”, settembre 2015) come a dire: "se non funzionerà, la colpa non è mia".

Ma come? dov’è finito il ruolo civico dell’architettura? Il suo valore etico? La sua funzione sociale? Il dovere morale dell’architetto?
E noi che abbiamo sempre creduto che quello che gli architetti costruiscono fosse destinato a perdurare nella storia futura disegnando il mondo per i nostri successori, che l’architettura, come i diamanti della De Beers, “è per sempre”, che non sono ammessi pentimenti, non esiste il colpo di pennello riparatore, la cancellatura correttiva…..
Sempre Fuksas dichiara "Non esiste un'architettura bella, o una brutta, una commerciale piuttosto che d'autore. Esiste soltanto un'architettura in grado di dare delle risposte o di non darle": ed ora, il sospetto da lui stesso avanzato che la sua Nuvola risposte possa non darne per qualsivoglia motivo, non rappresenta un fallimento soprattutto progettuale di cui sentirsi responsabile?
Per non farsi mancare nulla, ragionando di grandi opere e non-luoghi dice: “….ogni cosa dura il tempo che dura. Perché auspicare che un'architettura si conservi per l'eternità?”.
Così si interroga l’archistar  ("Più emozioni in periferia", intervista di Leonardo Servadio, 'L'Avvenire on line', 02.02.05) e con ciò copre tutta la gamma delle possibili affermazioni e contro-affermazioni.
Be’, mi viene da dire, magari non per l’eternità, ma almeno per un bel po’ di tempo, assolvendo al meglio le funzioni che la comunità si aspetta espleti una struttura che ha assorbito 276 milioni di euro pubblici!

Frank O. Gehry, Berlino, DZ Bank

Del resto in un’intervista rilasciata nel gennaio 2014, ad Antonio Gnoli per ‘la Repubblica’, tutte le possibili scappatoie erano già delineate.
Alla domanda “Cos'è per lei l'architettura?”, Fuksas risponde:
"Non lo so, ogni volta mi trovo a dire una cosa differente. Però non può essere solo una struttura che funziona. Deve dare un'emozione. Essere il risultato di una passione".
E certo, non può essere solo la soddisfazione di funzioni e bisogni, deve dare un’emozione, ma possibilmente non solo al suo progettista e possibilmente coniugata con efficienza e utilità.

Ma da questa dichiarazione sorge un dubbio, forse lo stesso che attanaglia Franco La Cecla quando, nel 2008, in epoca nella quale già numerose archistar imperversano sulla scena mondiale, scrive “Contro l’Architettura”, ironica e un po’ amara provocazione nei confronti dell’architettura contemporanea, ostaggio di pochi egocentrici protagonisti in un gioco autoreferenziale incentrato sulla creatività del singolo e sulla pretesa ‘artisticità’  di prodotti che tutto giustificano, sottraendo l’architetto ad ogni obbligo morale nei confronti della società.
Si chiede La Cecla: “E se gli architetti non fossero altro che artisti? Perchè imputare loro una responsabilità che non hanno? In fin dei conti, come sostiene Massimiliano Fuksas in una intervista a "La Repubblica" (del 22 gennaio 2008), il problema è politico [……..] Gli architetti si occupano di ben altre cose, di abbellimento formale, di decoro, di cose carine insomma. In un modo o nell'altro questo è l'alibi costante degli ultimi vent'anni.“

Assecondando la provocazione di La Cecla viene da domandarsi, cosa che probabilmente Fuksas non fa: ma la ‘politica’ non riguarda la ‘polis’? 
E la polis, quando il concetto si sposta dal piano teorico, legislativo, normativo, ideologico e, appunto, politico a quello pratico, funzionale e materiale, sul territorio, non è fatta di architetture?
Sempre nella stessa intervista alla domanda:
Come vive i suoi privilegi? È ricco, famoso e per giunta di sinistra.” risponde: "Frank Gerhy una volta mi disse: fai tutto quello che devi, e se hai successo non te ne vergognare. L'importante è che non venga dalle cattive azioni".
Tanto vaga quanto ruffiana la dizione ‘cattive azioni’: quando un architetto fa ‘cattive azioni’?  non le fa, forse, quando le sue architetture non danno risposte? quando non sa interpretare le esigenze che giustificano la sua stessa progettazione (oltre che la sua stessa esistenza)? quando spreca danaro pubblico? quando opera al di fuori di ogni condivisione con il mondo in cui lascia il suo incomprensibile segno?
L’accostamento a Gehry è comunque pertinente, se, tra tutte le stranezze da lui generate, viene in mente il suo progetto per la sede centrale della DZ Bank di Berlino, dove la sala conferenze, contenuta entro un colossale e inquietante volume scultoreo, viene ormai correntemente chiamata, per il suo aspetto zoomorfo, la ‘testa di cavallo’, con tanto di muso, occhi e narici.
Il fatto che l’autore stesso ironizzi su questa sala conferenze confessando che si tratta di una struttura elaborata per un altro progetto e riciclata per quel concorso per questioni di  scadenza del tempo di consegna, autodenuncia una sconcertante elasticità deontologica che lascia interdetti. Così come scandalizza un Fuksas che denuncia il ‘dramma’ della gestione di ciò che ha progettato, dispiacendosi pure perché il committente non sa cosa farsene.

E così, tra sale conferenze che sembrano teste di cavallo e centri congressi che sembrano nuvole (con più di una forzatura data la incongrua pesantezza del groviglio ferroso del peso di 17.000 tonnellate), aperti a qualunque lettura nel nome di una libertà linguistica che più che artisticizzante è disneyzzante (il neologismo è di La Cecla),  spunta pungente la nostalgia di quando, davanti all’architettura, bastava guardare per comprendere il senso del luogo, la relazione tra la funzione e la forma, tra il pensiero individuale e la cultura collettiva.

Fin quando la città e le pratiche messe in atto per comprenderla e trasformarla - è sempre La Cecla a scriverlo  - non rinunceranno alla carica del colpo di genio riformatore di cui l’architettura sembra oggi la rappresentante più alla moda, fin quando non riprenderanno innanzitutto narrazione, racconto della costellazione profonda e densa, della orizzontalità e verticalità esistenziali di cui le città sono fatte saranno soltanto esercizi inutili”. (Franco La Cecla, idem)

Inutili come la Nuvola di Fuksas, senza la speranza che possa dissolversi.

Ma ogni nuvola ha il suo cielo.

continua >>>>

NB:
Il 29 ottobre 2016 il Centro Congressi progettato dall'architetto Fuksas è stato ufficialmente consegnato alla città con una festa di inaugurazione movimentata da fischi, proteste, polemiche e scontri politici.
Leggi il commento di Alessandro Tempi >>>>>

Ultimi aggiornamenti (maggio 2017) sulla nuvola della vergogna su
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link:
Ethical Architecture
Architettura e consenso
Poetica dell'appallottolamento
L'Architettura nell'epoca della sua trasformazione artistica
Architettura d'autore
L'Architettura, una promessa di eternità
Che mondo sarebbe senza architettura?

Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Italia e relativi commenti


DE ARCHITECTURA
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