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L'Architettura, una promessa di eternità
di Vilma Torselli
pubblicato il 18/05/2008
"Nulla si edifica sulla roccia, tutto sulla sabbia, ma è nostro dovere edificare sulla sabbia come se fosse roccia" (Jorge Luis Borges)

Forse mai come oggi arte visiva ed architettura, due discipline che da sempre si confrontano, si respingono e si attraggono, cercano di ricomporsi come le due metà di un discorso interrotto.

Scrive Angela Vettese: “Separate alla nascita, arte visiva e architettura sono gemelle per molti versi identiche. Il loro seme comune è progettare un pensiero visualizzato, anche se la realizzazione si prevede in calcestruzzo, in mosaico o attraverso un poster.

Più che mai significativo di questa rinnovata aspirazione all’osmosi è il fenomeno della Public Art, nato negli anni ’60 e promosso dalle pubbliche amministrazioni specie anglosassoni (based community projects) con intenti di riqualificazione del territorio, di riassetto urbanistico di aree degradate, di urban design, ripreso con più ampio significato negli anni ’90 e centrato sul concetto di site specific, contesto entro il quale l'opera d’arte viene collocata in stretto rapporto con la specificità del luogo, secondo la più rigorosa pertinenza dell'una rispetto all'altro.
Alla base della Public Art sta il concetto di arte come forma comunicativa (si parla anche di social art o community art), specchio della molteplicità delle relazioni collettive, strumento di incentivazione e mediazione della genesi di aggregazione comunitaria, in grado di svolgere un ruolo attivo nelle dinamiche culturali e sociali del luogo in cui si colloca, arte che di quel luogo deve preservare la specificità, la storia, la memoria, il significato conferitogli dalla gente che lo frequenta, i contenuti simbolici o psicologici: sotto questo punto di vista, la Public Art si identifica come efficace mezzo per una riqualificazione non solo del territorio ma anche della vita relazionale della collettività che lo abita.

E’ evidente come le finalità di questa moderna espressione d’arte visiva siano sovrapponibili a quelle dell’architettura moderna, come non mai attenta alle relazioni con il contesto ambientale e sociale, che proprio grazie al confronto con la Public Art ha messo in atto negli ultimi tempi graduali e significative modificazioni nell’approccio alla progettazione, sempre più spesso transdisciplinare ed ibrida, sempre meno stabile e definita sia nelle forma che nelle funzioni: Koolhaas, Gehry, Hadid, Herzog & de Meuron, Eisenman e tanti altri sono l’esempio di come l’architettura abbia abbandonato ogni rivendicazione di specificità culturale e disciplinare per aspirare, come l’arte visiva, ad una libertà espressiva che le permetta di evadere dai dogmi del funzionalismo e produrre forme (non importa se statue o architetture) nello spazio dell’uomo.
Grazie a questa mediazione, l’architettura diviene così la cartina al tornasole, in tempo reale, di una società culturalmente e socialmente diversificata dove il divenire spinge inesorabilmente ogni forma espressiva verso il provvisorio, in un continuo superamento di sé, e dove per la prima volta si configura l’idea che per architettura si intenda non solo il costruito e l’abitato, ma anche il temporaneo, il precario, l’instabile, l’effimero.

Nella consapevolezza che oggi più che mai il cambiamento è l’essenza delle umane cose e condizione necessaria per l’evoluzione e il progresso, l’architettura si adegua, lasciandosi contaminare dalla frammentazione del sapere e dalla generalizzazione dei caratteri che distinguono la cultura moderna. Il che destabilizza l’opinione radicata che l’architettura sia fatta per durare ed affrontare i secoli, cosa che di fatto fino ad oggi è accaduta, introducendo l’innovativo concetto che anch’essa debba avere invece un ciclo vitale, decada e si consumi.
….ogni cosa dura il tempo che dura. Perché auspicare che un'architettura si conservi per l'eternità?”, così si interroga Massimiliano Fuksas ("Più emozioni in periferia", intervista di Leonardo Servadio, 'L'Avvenire on line', 02.02.05), ragionando di grandi opere e non luoghi, e probabilmente è quello che ci dobbiamo augurare guardando tanti prodotti contemporanei, compresi alcuni suoi.
Ciò perché parlare del presente, evadendo ogni ipotesi sul futuro, è un modo per tacitare le coscienze ed esorcizzare le paure dell’uomo moderno, preoccupato e spaventato da ciò che verrà.
Scrive sul tema Marc Augé: “L’architettura contemporanea non mira all’eternità ma al presente: un presente, tuttavia, insuperabile. Essa non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un presente “sostituibile” all’infinito…..
Per la verità l’idea non è poi così nuova, ci aveva già provato il Futurismo, con Antonio Sant’Elia che declama: “Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città “, sarà per questo che il Futurismo non ha prodotto una vera e propria architettura futurista, sarà perché l’architettura resiste all’usura del tempo e non è così semplice ricominciare da zero edificando su una tabula rasa.
L'architettura di oggi, poi, può accadere che resista più di un colonnato romano, poiché la tecnologia moderna, la vasta gamma di nuovi materiali e le nuove tecniche costruttive altamente specialistiche ed estremamente affidabili, sono (loro sì!) fatte per durare nei secoli.
Quindi mentre la funzione dell’architettura appare strettamente legata ad esigenze contingenti in veloce mutamento, rapidamente destinate all’obsolescenza per generare vuoti simulacri, cenotafi di culture annacquate dall’omologazione e dal qualunquismo, la sua sostanza materiale, invece, sembra votata all’eternità, grazie all’impiego di prodotti di longevità potenziale senza precedenti.

Viene in mente Borges, che ammonisce: "Nulla si edifica sulla roccia, tutto sulla sabbia, ma è nostro dovere edificare sulla sabbia come se fosse roccia", è questo l’ineluttabile destino dell’uomo, specie se fa l’architetto, ed è inevitabile che ogni esperienza lasci, anche senza averne l’intenzione, un’eredità duratura.
"L'effimero è eterno", dice Daniel Spoerri fornendo la chiave di lettura dei suoi tableaux-pièges, e se sono consegnate all'eternità le sue tavole imbandite degli avanzi marciti di un’interminabile ultima cena, figuriamoci l’architettura, di indeperibile pietra, legno, cemento, acciaio, titanio ecc. .

E’ innegabile l’impossibilità dell’arte e dell’architettura moderne, espressione di una società instabile, non deterministica, fluidamente dinamica, di definirsi in termini oggettivi e codificabili, tuttavia il loro carattere di work in progress non ne decreta necessariamente la caducità, anzi ci sono ottime probabilità che proprio loro restino per una ragionevole ‘eternità’ come la più significativa testimonianza del nostro tempo.
Perché, al di là delle prese di posizione di progettisti innovatori che cercano in una dichiarata provvisorietà il lasciapassare per una produzione generica e 'fantasiosa' dove la libertà espressiva confina con il disprezzo o l’ignoranza di una precedente cultura millenaria, l’architettura resterà, quella di Palladio e di Borromini, che ha già sfidato i secoli, come quella di Fuksas e di Piano, recente proliferazione di un instabile presente: è infatti fortemente improbabile che, se fra pochi decenni sarà, come è possibile, largamente superata la produzione di queste ultime due archistar, i nostri nipoti ci mettano una bomba e la facciano sparire dalla faccia della terra.

O no?

 
 
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