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Arte e droga
di Vilma Torselli
pubblicato il 24/04/2007
La droga come mezzo per allentare i freni inibitori e liberare la creatività dalle pastoie del razionalismo: è forse per questo che nel mondo dell'arte la cultura della droga ha avuto molti profeti, molti teorici e molti praticanti.
Senza cadere necessariamente nel mito dell'artista maledetto e nello stereotipo del "genio e sregolatezza", è luogo comune che il binomio droga-creatività ricorra spesso ed abbia un ruolo di una certa rilevanza nella produzione artistica di ogni tipo, arte visiva, musica, letteratura e che gli artisti non abbiano particolari preclusioni mentali o aprioristici tabù sull'uso né di droghe leggere, come l'alcol, né di veri e propri stupefacenti.
Edgard Degas
"L'assenzio", 1865
Ovviamente ciò non significa necessariamente che ne consumino, ma è certo che in molte epoche alcune categorie di artisti hanno fatto ampio uso di droghe: per esempio, la marijuana era molto diffusa nella Lousiana e in particolare nella New Orleans degli anni '20, quando nei circoli e nei ghetti della gente di colore stava nascendo il jazz, ma hanno fatto uso di cannabis, traendone impulso ispirativo per le loro opere, anche personaggi colti e famosi come Charles Baudelaire, Theophile Gautier, artista poliedrico e visionario cui Baudelaire dedicò "Les Fleur du mal", il pittore Fernand Boissard ed anche Kant e Balzac (Gautier ha lasciato un lucido racconto della sua esperienza sotto l'effetto della droga).

L'assunzione di una droga come l'LSD, per fare un altro esempio, ha in genere la prerogativa di potenziare le capacità percettive del soggetto, amplificando le sensazioni, permettendogli di compiere esperienze interiori più profonde di quelle normali e facendogli quindi acquisire delle "conoscenze", seppure anomale ed innaturali, che arricchiranno le sue capacità espressive, confluendo nel prodotto artistico.
"Ma - dice Fausto Petrella, psichiatria all'Università di Pavia e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana - l'attività artistica poi richiede un momento di formalizzazione. Quindi, se uno è confuso, più che porcherie non riesce a fare, dal punto di vista strettamente artistico. Non è che la confusione sia un buon sistema. Quindi bisogna che l'io che dipinge guardi, con tutta la sua capacità costruttiva, all'esperienza fatta ........ La creatività implica un certo grado di lucidità dell'io. Qualcuno ha parlato di un io regredito, cioè di una regressione a servizio dell'io. Cioè occorre che l'io sia in grado di maneggiare la sua regressione. Se ne è sommerso, ovviamente non riesce a produrre gran che."
Infatti anche Theophile Gautier, come pure Baudelaire, circa la propria personale esperienza esprimono perplessità verso l'utilizzo di droghe per potenziare le capacità creative, a favore di una cretività autonoma e cosciente.

Alla fine dell' '800, la droga di più largo consumo, che costituisce un alone di perdizione suggestivo ed affascinate per ogni artista che voglia essere tale, è l'assenzio, commercializzato con la marca di 'Pernod', molto diffuso ed abusato a cui si fanno risalire molti decessi soprattutto in Francia.
E' la droga dei bohemiens, a basso costo, di facile reperibilità, lo status simbol dell'artista romantico ed incompreso dalla società, trasgressivo ed oppositivo verso i valori borghesi, è la droga di Degas, di Manet, che dipingono celebri quadri dedicati ai bevitori d'assenzio, come faranno anche Toulouse Lautrec, Van Gogh, Picasso, Gauguin, è la droga di moda che diventa una vera e propria piaga sociale non solo circoscritta all'ambiente artistico.
Cosicché, nel 1915, l'allarme pubblico per non meglio precisati 'deliri allucinogeni' imputabili alla bevanda induce il governo a promulgare una legge che rende illegale l'uso e la produzione dell'assenzio.

All'interno del mondo dell'arte la cultura della droga ha avuto molti profeti, molti teorici, e molti praticanti: muore di droga Amedeo Modigliani, già minato dall'alcol e dalla tisi, come altri artisti della Scuola di Parigi, circolano droghe tra gli artisti della beat generation, che si riconosce in droga, alcool, sesso, musica jazz, per la quale l’uso dell’alcool e della droga permette esperienze di coscienza vicine al buddismo zen, tra gli artisti dell'Espressionismo astratto, tra quelli dell'America degli anni '60, pervasa dalla filosofia hippy dei figli dei fiori ma anche dalla marijuana e dagli allucinogeni, tra gli aderenti all'Arte Psichedelica che non hanno remore nell'ammettere uso di droga, nell'entourage della Factory di Andy Warhol , dove muore di droga a 27 anni Jean Michel Basquiat, e muore di droga Frank O'Hara, uno dei primi fan di Jackson Pollock, curatore artistico al Museum of Mordern Art, compagno del pittore Larry Rivers.
Oggi Damien Hirst, uno tra i più trasgressivi artisti moderni, si racconta senza pudori, parlando anche del suo rapporto con la droga in un "Manuale per giovani artisti" ("L’arte raccontata da Damien Hirst", di Damien Hirst e Gordon Burn).

Da tutto ciò si può rilevare come la droga, nel campo dell'arte, venga impiegata per simulare artificialmente alcune forme di malattia mentale (per esempio la schizofrenia), permettendo, attraverso l'allentamento dei freni inibitori, di giungere ad attuare legami e correlazioni libere ed illogiche tra idee anche assai lontane tra loro, rafforzando quindi la capacità creativa ed immaginifica dell'artista che così perviene al pensiero "allusivo", inteso come capacità di unire in un unico concetto contenuti distanti ed inconciliabili per qualsiasi individuo "normale", superando per questa via le contraddizioni rilevabili dal pensiero razionale.


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