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Roberto Crippa, " Dramma di una palizzata"
di Vilma Torselli
pubblicato il 21/05/2007

Plasticità scultorea, sicuro senso pittorico e controllo formale, memoria estetica e poesia interiore della materia colte e rivelate da un artista capace di metterla in rapporto empatico con la condizione umana.

Roberto Crippa (1921- 1972) è un artista dalla formazione complessa, aperto alla cultura internazionale, di matrice astratto-informale con influssi gestuali.
Sensibile al linguaggio post-cubista e poi alle teorie del M.A.C., Crippa scopre l'action painting di Jackson Pollock alle Biennali di Venezia del '48 e del '50, restandone affascinato e contaminato, facendo confluire in seguito queste esperienze nell'adesione allo Spazialismo di Fontana, con il quale firma il terzo manifesto spazialista del 1950, 'Proposta di un regolamento'.

Il periodo che segue, quello delle spirali, propone un concetto spaziale in cui il movimento orbitale della linea, il "moto spaziale" impresso dall'andamento dinamico del segno percorre in tutte le sue possibili estensioni lo spazio della tela, che la libertà gestuale della mano proietta oltre i limiti del quadro stesso a suggerire una ideale continuazione dell'opera in uno spazio mentale extra-fisico.

I contatti con l'ambiente newyorkese degli anni '50, che annovera la presenza di Max Ernst, Roberto Matta, Brauner, Tanguy ed altri surrealisti, mentre sollecitano un necessario rinnovamento linguistico, più aderente ad una visione in un certo senso concreta e mimetica della realtà, al tempo stesso spingono l'opera di Crippa verso una più decisa matericità, verso una figurazione primordiale, espressione di una forza vitale potente e istintiva (è questo il periodo dei totem), che si vuole sottrarre al controllo razionale ed ai condizionamenti della civiltà.

Questo per sommi capi il percorso di "liberazione" lungo il quale, alla fine degli anni '50, Roberto Crippa abbandona la costrizione del segno e trasfoma radicalmente la sua tecnica esecutiva, alla quale non basta più l'olio o l'acrilico, alla ricerca di un contatto più diretto e fisico con la materia, sostituendo la rappresentazione dell'oggetto con l'oggetto stesso in collages polimaterici di forte valenza plastica.
Materiali inconsueti nell'arte ma presenti nella vita, catrame, cortecce, sugheri, tela, carta, assemblati con colle e chiodi si compongono, tutt'altro che casualmente, in armoniosi accostamenti di calibrato e sommesso cromatismo, strutture in rilievo solidamente costruite ed attentamente coordinate entro la superficie del quadro in un impianto di rigore quasi architettonico.

Come si rileva in questo "Dramma di una palizzata" del 1961, un sughero, collage su legno di 134 x134 cm (Galleria Silvano Lodi jr.) che ha come soggetto una palizzata di legname di recupero in assemblage provvisorio di precaria stabilità, nella sostanziale plasticità scultorea dell'insieme non viene mai meno un sicuro senso pittorico, un controllo formale che asseconda, senza farsene condizionare, le naturali caratteristiche della materia, portandone alla luce le intrinseche proprietà primordiali, l'interiore poesia, una sorta di memoria estetica che l'artista sa cogliere e rivelare, mettendo le sue invenzioni linguistiche in rapporto empatico con la condizione umana.

Solo gli artisti, infatti, come Crippa, ma anche Burri o Tapies o Morlotti, sanno capire il valore poetico della materia, sanno leggere il travagliato vissuto, il senso di sfacelo e di degradazione dei relitti e degli scarti del nostro tempo che tutto consuma, "Materie laide, se si vuole, ma riscattate dalla fantasia, così come la fantasia riscatta il colore chimico dei tubetti e raggiunge sempre per merito suo, la sfera della poesia." (Marco Valsecchi su Roberto Crippa, novembre/dicembre 1971)


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