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Maurice de Vlaminck, "Raccoglitrici di patate"
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/05/2007
Una semplicità stilistica che adombra la genuinità incoercibile delle pulsioni e degli istinti interiori.
Maurice de Vlaminck (1876-1958) è un personaggio di straordinaria coerenza per la veemenza istintiva e la forza espressiva del suo carattere, sia dal punto di vista umano che artistico. La sua pittura è, come lui, vitale, vibrante, aggressiva e libera (era autodidatta), la pittura di un ribelle che esplode in incontrollate pennellate dall'acceso cromatismo, nel getto impulsivo del colore puro premuto direttamente dal tubetto, nelle linee vorticose, nelle composizioni semplificate sotto l'urgenza di un'emozione che non lascia tempi per mediare né per ordinare un linguaggio espressionista travolgente e drammatico come nessun altro tra i pittori francesi di questo periodo riesce ad articolare.

Amico di Matisse e Derain, con i quali definisce la triade più significativa del movimento fauve, de Vlaminck si distacca sia dall'intellettualistica elaborazione del primo che dai ripensamenti manieristici del secondo per riconoscere nella tormentata pittura di Vincent Van Gogh la sua origine spirituale, lo stesso interiore travaglio psicologico, la stessa anarchica voglia di trasgressione alle regole, lo stesso senso di disperata solitudine che spinge verso soluzioni estreme.

In questo "Raccoglitrici di patate" del 1905-7, olio su tela, 46 x 53.3 cm, c'è, infatti, più di un ricordo di Van Gogh (riecheggiato anche nel titolo), nelle pennellate larghe di colore spesso e grumoso, nell'andamento curvilineo e spezzettato del tratto, nella profusione dei gialli scaldati da brevi e sparsi tocchi rossi ed innaturali macchie azzurre di derivazione pointilliste, nell'enfatizzata mancanza di impianto prospettico, un espediente che rende la scena drammaticamente instabile e richiama alla memoria l'interno della camera da letto di Van Gogh ad Arles: nel ricordo del padre dell'Espressionismo e delle origini fiamminghe della sua famiglia, de Vlaminck compie così la definitiva emancipazione da ogni regola percettiva e da ogni costruzione naturalistica dell'immagine e dello spazio.
Il tema del dipinto è puro pretesto per dare forma concreta all'emozione interiore, ai violenti moti dell'animo espressi dal contrastante andamento lineare delle pennellate materiche che definiscono due tessiture contrarie, una curvilinea ed una rettilinea, senza reciproca relazione: è un confronto teso che l'artista vuol mettere in risalto senza cercare alcun effetto di armonica ricomposizione, la massa di linee gialle sulla sinistra è un'esplosione cromatica vorticosa che sfugge ad ogni controllo compositivo, è pura passione, è l'irruzione dell'inconscio in una scena agreste che non ha nulla di sereno, pur nella semplicità di un linguaggio quasi ingenuo nella sua voluta elementarità.

L'immediato rimando al "Seminatore al tramonto" di Van Gogh, dove un sole incombente accende di viola una distesa di campi arati e la figura umana in controluce appare sinistramente nera, sottolinea al confronto la maggior semplicità stilistica di de Vlaminck , che adombra in realtà la genuinità delle pulsioni istintive primordiali, semplici, sì, ma forti di una forza indomabile ed irrazionale che tutto travolge, la ragione, l'intelletto, le regole della buona pittura, il conformismo, per dare spazio allo spirito d'avventura dell'Espressionismo e spingere la pittura che verrà su nuove e sconosciute strade.


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