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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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Attività artistica e malattia mentale
di Vilma Torselli
pubblicato il 19/04/2007
La capacità creativa come devianza dalla "normalità", alla stregua della malattia psicopatologica.
"Non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia."
(Francesco Petrarca)







La relazione tra l'attività artistica, in quanto espressione del potenziale creativo di un individuo, e la follia intesa come malattia mentale e disagio psichico, è un rapporto che da sempre affascina l'uomo e che ha trovato risposte diverse nei diversi periodi storici e nelle diverse culture: dibattuto a livello filosofico nell'antica grecia, rimosso dalla tradizione conservatrice medioevale, riformulato in epoca rinascimentale ed assimilato al concetto di originalità accessibile attraverso la "malinconia" (sindrome depressiva e psicosi maniaco-depressiva), rivalutato nel Romanticismo nell'inscindibile binomio, fuoco creativo-folle sregolatezza, per giungere alla posizione positivista di Cesare Lombroso, fondatore della criminologia come scienza, che stabilisce come la genialità, la follia, la criminalità siano tutte devianze da una preconcetta normalità.

Lombroso formulò l'ipotesi di una ereditarietà familiare sia del potenziale creativo che della tendenza ad alcune malattie mentali, ipotesi che parve confermata da una vastissima ricerca condotta in Germania e che mise effettivamente in luce una significativa relazione tra le attività più creative, si potrebbero dire specificatamente artistiche, ed il rischio sia di malattie mentali che di tendenza suicida, questa ultima quasi sempre collegata alle prime: ciò parve confermato anche dagli studi condotti dal sociologo americano Steven Stack, che rilevò come i suicidi siano molto più frequenti, statisticamente, fra gli artisti (morirono suicidi, ad esempio, Bernard Buffet, e Vincent Van Gogh, più volte ricoverato in manicomio, Ernst Kirchner, Mark Rothko).

Negli anni seguenti alle formulazioni di Lombroso, si svilupparono studi e teorie volti a dimostrare l'esistenza di un fattore a base biologica, e quindi trasmissibile per via ereditaria, in grado di favorire lo sviluppo di associazioni mentali inusuali ed originali, tipiche di vivaci processi creativi artistici, ma anche l'instaurarsi di malattie della sfera psichica e mentale, sembrando questo processo in qualche modo legato all'attività dopaminica.
L'ipotesi venne confermata a seguito degli studi di eminenti psichiatri di tutto il mondo, quali Nancy Andreasen, che rilevò una elevata presenza di disturbi dell'umore tra gli scrittori, e Joseph Schildkraut, che, come anche Arnold Ludwig e Felix Post, compì specifici studi sui pittori dell'Espressionismo astratto americano rilevando gli stessi problemi: al di là di ogni statistica, e' comunque un dato di fatto la follia di Vincent Van Gogh, di Antonio Ligabue, di Edvard Munch, così come non ci sono dubbi sulla genialità artistica del loro operare.

In particolare per questi tre artisti, per i quali la malattia mentale si è manifestata anche come disaddattamento socio-relazionale, come incapacità comunicativa tra sè stessi ed il resto del mondo, tra il proprio mondo interiore e la realtà esterna, si può dire che la loro attività artistica, la possibilità di creare opere d'arte abbia in qualche modo ripristinato la capacità comunicativa attraverso l'espressione, in forma pittorica, della dimensione simbolica dei loro vissuti interiori e, forse, attraverso l'espressione di conflitti inconsci irrisolti, esternati e sublimati nell'oggetto artistico (si vedano al proposito le teorie di Otto Rank).
A questo proposito mi piace ricordare una suggestiva analogia proposta dagli psicologi esperti di art therapy Antonio Preti e Paola Miotto, che fa riferimento al mito del "simbolo", etimologicamente derivato dal greco "simballein" (riunire), costituito da una tavoletta incisa con un cartiglio: la tavoletta veniva spezzata in due parti e ciascun amico di una coppia ne conservava una metà, affinchè, in un lontano futuro, dopo aver seguito ciascuno le proprie esperienze, gli amici potessero ritrovarsi, ricomporre il cartiglio e riconoscersi come metà di una stessa interezza.
In fondo l'arte, che si esprime per metafore, può essere anche "simbolo", mezzo ed occasione di ricongiungimento fra le parti frammentate di uno stesso Io, che attraverso l'espressione artistica ricompone il suo simbolo e ritrova se stesso.

Alcuni studiosi sostengono che la malattia mentale sia in grado di favorire la creatività osservando come, in taluni casi, produca associazioni di idee inusuali e fuori da ogni parametro di razionalità, permettendo all'artista di portare alla luce immagini del tutto originali altrimenti non concepibili, frutto di processi mentali anomali che si manifestano anche grazie all'allentamento dei freni inibitori indotti dalla malattia mentale stessa (effetto che viene a volte ricercato consapevolmente dall'artista con l'assunzione di droghe o allucinogeni).
La disinibizione permette infatti di attuare legami e correlazioni tra idee anche lontane tra loro, rafforzando quindi la capacità creativa ed immaginifica del soggetto, stati mentali fuori dalla cosiddetta "norma" possono associare elementi che "normalmente" vengono tenuti separati e creare collegamenti secondo legami anomali che, proprio perchè tali, risultano innovativi ed originali: queste condizioni si verificano più facilmente negli individui schizofrenici, per usare un termine ormai comune per una delle più diffuse psicopatologie, inventato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler.

A seguito di ulteriori indagini ed osservazioni, sulla base dell'approccio di Bleuler, si può giungere alla conclusione che effettivamente negli individui creativi esiste un modello di pensiero di tipo schizofrenico, senza tuttavia le manifestazioni di angoscia e dissociazione tipiche della malattia, come confermato dagli studi di Albert Rothenberg che identificò in tali individui la tendenza al pensiero "allusivo", inteso come capacità di unire in un unico concetto contenuti distanti per qualsiasi individuo "normale", senza essere disturbati dalle contraddizioni.

In un'intervista del novembre 2002, Semir Zeki, teorico della Neuroestetica, alla domanda: "Il cervello degli artisti è morfologicamente diverso da quello dei non artisti?" risponde:
"Su questo aspetto solo una ricca aneddotica ci fa pensare che sì, ci siano delle differenze. Per esempio, l'area specializzata nel colore sembra essere molto più grande in un certo tipo di artisti, mentre quella adibita al movimento è più grande negli artisti cinetici.Ma sono solo delle ipotesi".

* articolo aggiornato il 5/02/2013


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