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Antonio Ligabue, "Guerriero e leone"
di Vilma Torselli
pubblicato il 11/05/2007
Genialità e follia nella pittura selvaggia ed aggressiva di una variante padana dell'espressionismo di Van Gogh.
La pittura di Antonio Ligabue (1889-1965) è percorsa dal filo rosso della pazzia che ha costantemente segnato la sua vita tormentata e propone ancora una volta in modo perentorio una vecchia domanda che non ha mai avuto risposte definitive: qual è, in realtà, il limite che divide la genialità dalla follia? come possono coesistere due condizioni apparentemente conflittuali?

Sbrigativamente e riduttivamente, da molti l'arte di Ligabue è stata definita naïf per il suo spirito visionario e bucolico, per il ricorso ad una simbologia popolare folcloristica, per i richiami al mondo della natura e della realtà contadina, per i colori brillanti, materici, densi e vivaci, spesso chiamando a confronto l'opera di Henri Rousseau, uno dei maestri della scuola naïf francese.

In realtà la pittura di Ligabue, che ci propone una visione del mondo vista attraverso la lente deformante della psicosi, è selvaggia, aggressiva, violenta, istintiva e patologica, espressa con una tecnica rozza, seppure dal tratto preciso e nervoso, spesso ricalcato e sovrascritto, talvolta finemente calligrafico, infantilmente figurativa, piena di immagini cruente e brutali di animali feroci: tigri, giaguari, leopardi, come in questo "Guerriero e leone", un olio su tela, spalancano le fauci minacciose in ambienti selvatici, abitanti di mondi fantastici e spaventosi, metafore della paura e del dolore interiore, in un delirio creativo che sconfina nell'incubo.
I suoi numerosi autoritratti, mezzo introspettivo al quale anche Van Gogh ricorse numerose volte, di grande intensità quasi ipnotica, trasmettono all'osservatore il senso dell'intima verità delle cose, in una pittura che qualcuno ha definito “realismo magico”, istintiva, permeata del senso della natura e con essa in relazione empatica.

Genio folle, incompreso, emarginato dalla società, una personalità borderline di difficile classificazione psichiatrica, forse psicotico, forse nevrotico, il personaggio Ligabue oscura talvolta l'artista, inducendo il ricorso ad una colorita aneddottica prima che ad una critica profonda ed accurata di un linguaggio non facile, seppure di minuziosa descrittività.

La composizione del dipinto è sempre dominata dalla centralità della figura principale, ben distinguibile pur nell'intrico di una giungla fitta di vegetali e di nascosti pericoli, come si vede nell'opera proposta, in un insieme unitario che non viene disperso dal groviglio dei segni, dalla complessità dei tracciati disordinati e spezzettati, e conserva una precisa definizione dei volumi delle figure, deformate alla maniera espressionista dalla pressione del segno sul supporto, il che accade soprattutto nei disegni a matita (venne più volte paragonato a Van Gogh, di cui pare quasi una variante "padana", come dice Vittorio Sgarbi).

Non casualmente Ligabue fu anche scultore, a ribadire la sua sensibilità eminentemente plastica, trasferita nel disegno e nella pittura con la stessa forza che esercitava sulla materia, l'argilla delle rive del Po, quando modellava le sue sculture, tozzi animali di sorprendente verismo, nei quali gli accenti espressionisti paiono attenuarsi.

Concepiti nella disorganizzazione mentale di un artista fortemente disturbato, i dipinti hanno tuttavia la strutturazione definita e solida di una narrazione popolare raccontata attraverso simboli ingenui, frutto della creatività spontanea di un talento naturale che asseconda il suo impulso senza impedimenti razionali.

La vena vivacemente cromatica dei Fauves, la violenza di linguaggio dell'Espressionismo, la rude efficacia del primitivismo, un acceso naturalismo visionario confluiscono nella pittura di un artista che rincorre l'immagine dell'inconscio per riconoscersi, per raccontarsi, con rabbia, con angoscia, con dolore, eco di una voce che dallo smarrimento della follia si insinua nelle pieghe delle nostre certezze di "normali" per metterle in dubbio, squarciando il velo della ragione attraverso il quale siamo abituati a guardare il nostro mondo.

link:
Arte, creatività, follia

* articolo aggiornato il 19/05/2013



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