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Pittura e fotografia, un confronto infinito
di Gianmarco Chieregato e Vilma Torselli
pubblicato il 31/10/2006
"Fu attraverso il confronto con la fotografia che l'arte andò via via distaccandosi, per differenziarsi, dal concetto classico della mimesi, e si costituì in proprio una morfologia e un lessico senza radici naturalistiche. Ma la divisione di campo non durò, la fotografia invase anche quel dominio: si presentò come operazione più mentale che tecnica, potenzialmente creativa come e più dell'arte". (C. G. Argan, 1989)







Diamo oggi per scontato, grazie all'azione profondamente innovativa operata sul linguaggio visivo dalle avanguardie artistiche del '900, il concetto che la fotografia non debba necessariamente essere fedele trascrizione del reale e che, come tutte le forme d'arte visiva, copra un ruolo essenzialmente interpretativo ed esprima, in un suo modo unico e diverso per ciascuno, una visione del mondo, quella del fotografo che realizza la foto, con la possibilità di una più o meno marcata soggettivazione del risultato alla stregua di quanto accade in pittura.
Proprio dalle differenze con il reale, derivate da una scelta personale anche nell'utilizzo delle opzioni offerte dalla tecnologia, una foto trae il suo significato e la sua specificità, mentre si configura come un valore aggiunto, ma non il più importante, il fatto che la rappresentazione fotografica sia l'immagine più vicina al reale che conosciamo e addirittura possa perfezionare ed integrare la nostra capacità di vedere il mondo che ci circonda, rendendo visibili fenomeni oggettivi che in condizioni normali sfuggono alla percezione della vista e del suo strumento ottico naturale, l'occhio umano.
Lungo il corso del '900 il confine tra pittura e fotografia si è fatto talmente labile che viene da chiedersi se il "realismo", nell'accezione più comune del termine, competa più alla fotografia o alla pittura, stante le numerose sperimentazioni, in campo pittorico, di stampo eminentemente fotografico, come testimoniano molti movimenti europei ed americani quali l'impressionismo, il realismo, l'iperrealismo, il postmoderno, e stante il parallelo dilagare, in campo fotografico, delle tecniche e delle elaborazioni digitali asservite ad esiti eminentemente grafici e pittorici (pittorialismo in senso lato).
Il fatto che pittura e fotografia costituiscano oggi un complesso inestricabile legato da un saldo rapporto osmotico non impedisce tuttavia il protrarsi di un reciproco confronto vivacemente dialettico, al quale hanno apportato prezioso contributo le riflessioni teoriche di artisti, fotografi, esperti ed intellettuali quali Rosalind Krauss, Henry Van Lier, Philippe Dubois, Ando Gilardi, Franco Vaccari e molti altri, aprendo innumerevoli canali di comunicazione tra due discipline che hanno, indubbiamente, larga base comune.

E' possibile rintracciarla, per fare un esempio curioso, nell'accostamento tra due immagini realizzate da Gianmarco Chieregato, fotografo italiano tra i più noti, e due opere d'arte visiva moderna, una di Lucio Fontana, una di Franz Kline, dove risalta l'evidente, seppur involontaria, analogia nella scelta della soluzione segnica adottata dagli autori, con risultati puramente percettivi assai simili, in grado di coinvolgere la base biologica dell'esperienza ottica e le varie aree del cervello rispondenti a elementi visivi elementari quali colore, forma e linea.

Specie nel confronto tra il ritratto fotografico (di una nota attrice dello schermo italiana) ed il quadro di Kline, emerge, come osserva Gianmarco Chieregato, una comune "ordinata casualità" nella disposizione di un insieme di larghe linee nere contrastate dallo sfondo bianco, che definiscono inequivocabilmente il 'verso' dell'insieme e guidano alla lettura dell'opera secondo un preciso intento compositivo, nel primo caso ovviamente obbligato dal carattere strettamente iconografico dell'immagine, nel secondo caso orientato da una direzionalità univocamente definita dal 'gesto nero' di un action painter che si sottrae allo sconfinamento nell'all-over per infondere nei suoi dipinti astratti una indirizzata tensione dinamica.
Da un punto di vista puramente visivo, le due immagini convergono verso la stessa soluzione spaziale, in una composizione piramidale e verticalistica di decise linee nere in marcato contrasto con lo sfondo, siano esse le braccia alzate verso l'alto nell'immagine fotografica, enfatizzate dalle ampie maniche dell'abito scuro, siano le dense e vigorose spatolate nella tela di Kline: in entrambi i casi pare valere un'affermazione dello stesso Kline, "dipingo un'organizzazione che diventa un quadro", perché proprio l'organizzazione del segno in un insieme gerarchicamente ordinato seppure apparentemente casuale, per ritornare sull'osservazione di Chieregato, sembra essere il tema conduttore in entrambi i casi.

Con un approccio senza mediazioni, libero da blocchi culturali, è quindi possibile 'dare un senso' all'immagine fotografica, anziché goderla in modo passivo ed inconsapevole nella sua più semplice decifrazione linguistica, accostandola ed assoggettandola alle stesse forme di fruizione della pittura, e non già del pittorialismo: attraverso l'analisi ed il confronto secondo il comune denominatore di un linguaggio di grado zero, formato da pochi elementi fondamentali, sottratto alla forte instabilità culturale dei codici visivi, drasticamente semplificato nella complessità dei riferimenti, si può desumere una comune, indiscutibile seppur minimalistica base espressiva tra due forme di comunicazione visiva tradizionalmente dicotomiche, da sempre in confronto conflittuale.

http://www.gmchieregato.com

© Gianmarco Chieregato
 
 
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