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Viaggiando
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/07/2014

"Non esiste quello che vedete, esiste quello che fotografate."
(Franco Fontana)

© Copyright Gianmarco Chieregato, 2014

Gianmarco Chieregato scatta col cellulare questa foto di viaggio senza soggetto né progetto, la foto di un non-luogo dell’anonimato stradale, un ambiente disertato da ogni presenza umana, un cartello indicatore sullo sfondo di un cielo provvisorio prossimo al temporale, macchie di colori primari forti, saturi, giallo, rosso, blu, oltre al bianco e al nero.
Foto di transito, di solitudine, di assenza, foto senza indirizzo, i non-luoghi sono ovunque, non hanno collocazione, non hanno limiti, non hanno senso, non si possono narrare, anche se si possono fotografare.
Ma le due quinte colorate ai lati dell’immagine creano e definiscono lo spazio di un ‘racconto’ limitandone i confini, cosicché, seppure vari oggetti inanimati coabitino lo stesso spazio in modo incongruo e casuale, l’insieme confluisce in un discorso unitario e convergente verso una lettura finale coerente che concilia informazione e sublimazione, realtà e simbolo, memoria e invenzione.

La percezione del colore appartiene a dinamiche emozionali profonde e diverse a seconda della fisiologia e del personale vissuto culturale, oltre che psicologico, basate su una componente inconscia e soggettiva della quale il colore rappresenta la chiave d'accesso.
In architettura si parla di clima cromatico, in neurobiologia di memoria cromatica, entrambi atti creativi che assecondano la capacità immaginativa conservando  e riattivando attraverso il colore modelli ed informazioni utili alla sopravvivenza e all’evoluzione.
Viviamo infatti in “un universo che di per se stesso non è colorato ed inoltre è silente, inodoro ed insipido” scrive Paolo Manzelli, all’interno del quale “il colore è di fatto una un’invenzione sensoriale del cervello” che ci aiuta a sopravvivere e ad orientarci in un ambiente dove il colore non è solo un aspetto della visione, è anche mediatore nella percezione delle dimensioni, della temperatura, del tempo della realtà, oltre ad essere un potente indizio per archiviare e recuperare i ricordi, costituendo una sorta di tag o keyword.
Come si vede, la percezione unitaria di un’immagine è fatta di molti tasselli convergenti nella lettura finale dove l’informazione diventa messaggio, conoscenza ed emozione, e anche se non sappiamo dire perché i colori di quell'immagine ci colpiscono particolarmente, sappiamo dire come.

L’effetto viene prima della causa, che talvolta resta sconosciuta a noi stessi.

Nell’arte visiva il colore ha sempre avuto un valore simbolico e psicologico, fortemente rivalutato dai movimenti avanguardisti del ‘900: la Scuola di Barbizon, il movimento fauve, Matisse, Derain, de Vlaminck, Braque, Marquet, Dufy, Manguin, Puy, Van Dongen, Rouault, enfatizzano l'aspetto cromatico della pittura sostituendo alla definizione della forma la stesura diretta del colore, autonomamente significante al di fuori di ogni pretesa naturalistica, Kandinsky teorizza l’importanza del colore nella definizione dei contenuti spirituali dell’opera, Mondrian esprime in piatte campiture di colori primari la purezza e l’essenzialità del suo astrattismo geometrico.

La fotografia ha attraversato un lungo periodo di  assenza del colore, per ovvi motivi tecnici, ed ha a lungo perseverato in una sorta di  negazione del colore per una serie di fattori culturali, sociali, storici, delegando il contenuto realistico delle immagini al b/n, ritenendo questa visione più coerente con l’idea astratta del reale che ci siamo costruita escludendo ogni referenza ai suoi colori.
In realtà, il bianco e nero è un inganno dei sensi, una interpretazione del mondo arbitraria inizialmente incoraggiata da un  pregiudizio culturale alimentato dalla oggettiva scarsità qualitativa delle pellicole a colori. Ci vorrà una mostra di William Eggleston al MoMA di New York nel 1976 per introdurre nel salotto buono la fotografia a colori legittimandone la presenza nel mondo dell'arte.

Oggi Franco Fontana, fotografo modenese classe 1933, in un’intervista dichiara: “Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori […….] Il mio colore non è un'aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell'evoluzione della fotografia.”

Memore dell’iperrealismo metafisico di Edward Hopper, Fontana fissa in colori squillanti e puliti le sue visioni paesaggistiche “con l’aiuto del colore - come lui stesso dichiara -  […..] ma il colore è anche sensazione fisiologica, interpretazione psicologica emozionale, ed è per questo fondamentale soprattutto nella fotografia.”

Bè, se lo dice lui……
link:
Bianco e nero, la realtà della finzione
Test di Luscher e psicologia del colore

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