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James Rosenquist, "Nomad"
di Vilma Torselli
pubblicato il 19/05/2007, aggiornato il 4/04/2017
Inserti di immagini diverse non relazionabili e prive di nesso logico in dipinti senza punto focale su scale dimensionali incongrue, per una personale interpretazione del pop americano.
James Rosenquist (1933-2017), scomparso a New York all'età di 83 anni, fu uno dei padri storici della Pop Art, anche lui, come Warhol, Oldenburg, Johns, con alle spalle studi di disegno all’Art Student’s League di New York e poi una lunga esperienza nel campo della pubblicità e dell'illustrazione commerciale. La sua prima opera importante è infatti un grande cartellone pubblicitario alto 2 metri, raffigurante due bimbi che bevono Coca Cola.
Il suo primo dipinto realizzato invece in studio per fini specificatamente artistici, "Zone", del 1960, anticipa quello che sarà poi il suo inconfondibile stile ad inserti di immagini diverse e in genere difficilmente relazionabili, dettagli di oggetti o di automobili, di volti più o meno noti, di prodotti da supermercato, combinati sulla tela che risulta fittamente ricoperta da porzioni di immagini di quelli che sembrano tanti cartelloni pubblicitari sovrapposti, dove l'uso casuale di un effetto fuorifuoco di alcune sequenze accentua il senso di irrealtà.
Sarà il turbolento clima politico dei primi anni '60 a spostare la sua attenzione verso temi più impegnati, la storia contemporanea, la società americana, la guerra del Vietnam, il consumismo, i media, senza tuttavia mai tradire la cifra stilistica che lo caratterizzerà sino alla fine del suo iter artistico.

Edonisticamente vivace, policroma, piena di forme, colori, spunti tematici, la pittura di Rosenquist non ha un punto focale attorno al quale svilupparsi, un elemento prevalente che ne determini l'andamento compositivo, è una pittura totalizzante sulla quale l'occhio si muove indifferentamente in tutte le direzioni, seguendo una traccia che può cambiare molte volte il suo punto di partenza: così avviene nel quadro presentato, "Nomad", 1963, olio su tela, plastica, legno di 141x90 cm, dal titolo estremamente indicativo, dove 'nomade' è anche l'osservatore, spinto a 'viaggiare' tra i segni alla ricerca, talvolta difficoltosa, di significati.
Infatti non tutti gli oggetti sono identificabili, proposti in dettagi esasperati nella prospettiva, costruiti secondo scale dimensionali diverse tra loro, alcuni sproporzionatamente grandi, altri rimpiccioliti in un curioso effetto di allontanamento, a scindere le normali relazioni tra le proporzioni e produrre un senso di spaesamento.
Il dipinto, con l'enorme lampadina, il campo d'erba, gli spaghetti di sfondo, la ballerina, gli archi colorati del logo di una nota marca di detersivo, il tavolo da picnic, risulta essere un agglomerato di oggetti disparati che non hanno alcun nesso l'uno con l'altro, ritratto simbolico di una società dei consumi che tutto mischia ed omologa, ciò che maggiormente intriga è il surreale gioco degli accostamenti, lo scorrere dell'occhio da un oggetto all'altro senza la garanzia di poter cogliere nell'insieme un senso compiuto.
Questa caratteristica fa di Rosenquist un artista pop molto originale, che elabora secondo una sua personale ottica percettiva l'oggetto di consumo, conferendo un preciso valore aggiunto all'opera di decontestualizzazione attuata dagli altri pop-artisti proprio "entrando" nel quadro in modo assai più soggettivo.

Egli dichiara, in una lunga intervista rilasciata a Jeanne Siegel nel 1972, di essere interessato soprattutto al colore ed alla linea, l'oggetto è per lui secondario, semplice mezzo per un'indagine squisitamente formale, pretesto e non fine dell'opera, è per questo che un grande pomodoro, così dichiara, al di là del suo significato reale, può essere il mezzo più idoneo per esprimere il colore rosso: Rosenquist fornisce in tal modo la giusta chiave di lettura del suo stile così frammentario, nel quale ogni frammento esprime in sè un'esigenza precisa e compiuta, nel più completo disinteresse per la logica assemblativa della composizione generale.
La sua attenzione si centra preferibilmente su alcuni temi ricorrenti, presenti anche in questo quadro, le auto, parti del corpo (soprattutto le mani), il cibo, è sempre lui a dichiararlo, per l'importante significato simbolico che attribuisce a questi temi: le mani sono infatti il simbolo dell'offerta, le auto della libertà (sono le auto che gli hanno permesso di percorrere il Midwest nella sua vita nomade), mentre il cibo è, per eccellenza, simbolo della vita, in senso sia metaforico che reale, raffigurato tante volte ed in molti modi durante la sua attività di esecutore di cartelloni pubblicitari.

Con scelta mirata, Rosenquist opta per esprimersi attraverso oggetti banali e ben riconoscibili dalla gente comune con l'intento di comunicare attraverso di essi un messaggio che non possa essere frainteso, e questa elaborazione concettuale non tanto degli oggetti quanto delle loro interelazioni, o non-interelazioni, rende la sua pittura profondamente diversa da quella fredda ed impersonale di tanti altri artisti pop.

link:
Arte e pubblicità
L'illustrazione

* articolo aggiornato il 4/04/2017


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