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Mono-Ha
di Vilma Torselli
pubblicato il 29/03/2007
"La scuola delle cose", un'arte che elabora un linguaggio che si esprime attraverso gli oggetti, le loro interelazioni e quelle con l'uomo e lo spazio.
Il termine Mono-Ha significa, in giapponese, "scuola delle cose" ed è stato coniato da un gruppo di artisti, U Fan Lee, terico della corrente, Kishio Suga, Katsuro Yoshida, Susumu Koshimizu, Nobuo Sekine, Katsuhiko Narita, tutti nati in Giappone negli anni '40 e attivi verso la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 70, che volevano sintetizzare così il loro modo di procedere artistico, centrato sull'utilizzo di materiali semplici, sia naturali che manufatti prodotti dall'uomo, nel loro stato di fatto.

Alberi, pietre, terra, legnami, minerali e carboni, oppure corde, travi, manufatti in calcestruzzo, carta, vetro, sono la base da cui Mono-Ha deriva le sue creazioni, tutti elementi non convenzionali per la tradizionale cultura artistica, che viene così messa (per l'ennesima volta!) in discussione, mentre il concetto stesso di arte viene riconsiderato dalle sue fondamenta, soprattutto per ciò che riguarda la relazione tra il mondo dell'uomo e quello della materia.

Mono-Ha si ripropone di elaborare un linguaggio artistico che si esprima attraverso le cose, grezze o semilavorate, senza la preoccupazione di creare prodotti artistici ed artificiali, considerando gli oggetti non secondo il significato loro attribuito dall'uomo, ma secondo quello che rivestono a seconda delle situazioni.

A differenza della Minimal Art, Mono-Ha, che con Gutai rappresenta l'espressione più avanzata dell'arte moderna giapponese del dopoguerra, non mira tanto a dimostrare che nell'essenzialità dell'esistente, nelle cose comuni, appunto, è già implicita ogni forma d'arte, quanto a ricercare le relazioni tra le cose stesse, tra esse e lo spazio, tra esse e l'uomo.
"In verità il lavoro del pittore, invece di dare pace alla mente e serenità alla gente, è tutto volto ad esplorare in che misura lo sguardo della gente possa essere distolto dalle cose che essi hanno sempre creduto essere la realtà", così dichiara Lee Ufan, che secondo il più puro spirito Mono-Ha definisce il concetto di un'arte che sia mezzo per rivelare la realtà e formulare un libero giudizio sul mondo che ci circonda.

Si tratta quindi di un'arte che accade, un'arte ambientale, un'arte concettuale, un'arte che contiene molti spunti presenti anche nella cultura occidentale, non solo nel minimalismo ma anche nell'Arte Concreta, nella Land Art, nell'Anti-Form, nell'installazione e nell'happening, nella performance, nell'Arte Cinetica, differenziandosi tuttavia per un'attenzione puntata non tanto sull'oggetto, come fa invece l'occidente, quanto sulla sua esistenza, in una tesa dialettica tra l'oggetto e la sua immagine, tra il risultato ed il processo esecutivo dell'opera.

A parte alcune esposizioni in Francia, in Italia e negli Stati Uniti, le mostre di Mono-Ha (la prima è del 1969) sono piuttosto rare, poichè spesso le opere sono site-specific e quindi non trasportabili, o addirittura temporanee ed effimere, a durata molto limitata.

 
 
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