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Gio. Batta Piranesi
di Vilma Torselli
pubblicato il 2/06/2007
L'interprete di un periodo di transizione dal tardo barocco al neoclassicismo del quale coglie sfumature e passaggi sottili ed inquietanti, echi romantici, anticipazioni espressioniste con un'inquietudine esistenziale nella quale è riposta la sua sorprendente modernità.
Piranesi fu fantastico inventore di architetture straordinarie, potenti, originali, creatore di interni grandiosi e complessi, di ambientazioni fantastiche e suggestive ma non fu certamente architetto.
Perché per essere architetto non basta inventare lo spazio, progettarlo, rappresentarlo, bisogna non mancare l'appuntamento finale che ogni architetto attende e teme con l'opera compiuta, con la verifica della coerenza tra ciò che è stato pensato e ciò che è stato realizzato, con se stesso, in definitiva, e con il timore di scoprire di aver fallito.
Forse Piranesi ha vissuto la mancanza di questa esperienza come una tragedia, lui che, giovane incisore a Roma, si firmava "Gio. Batta Piranesi architetto veneziano", con l'intenzione di affermare più incisivamente la sua identità di uomo ed artista attraverso due parole superflue e al tempo stesso precise sulla sua attività e la sua origine, forse denunciando in tal modo la volontà o il timore di essere altro.
Certamente Piranesi esprime meglio di qualunque contemporaneo il suo tempo e le contraddizioni di un periodo di transizione dal tardo barocco al neoclassicismo del quale egli coglie sfumature e passaggi sottili ed inquietanti, mescolati ad echi romantici, ad anticipazioni espressioniste e ad un'inquietudine esistenziale nella quale è riposta la sua sorprendente modernità.

Piranesi fu acuto critico, studioso, teorico dell'architettura, celebre la sua infuocata e quasi maniacale difesa della matrice etrusca e non greca dell'arte romana, l'intuizione di un tema "funzionale" nell'architettura romana, la ricerca di canoni architettonici depurati dall'eccesso di decorativismo, la passione per le rovine di Roma, nell'ambito di una poetica neoclassica e sepolcrale che ritroviamo in molte forme d'arte del periodo preromantico e romantico (in letteratura, si pensi a Foscolo e a Pindemonte o a Edward Young e Thomas Gray).
Certamente, grazie anche alla frequentazione del Tiepolo, la sua interpretazione del tema delle rovine è del tutto originale, lontana dalla nobile contemplazione classicista, per la complessità e l'ambiguità della costruzione scenica, l'uso di prospettive innaturalmente dilatate, il trattamento dei piani dell'immagine che anticipano, talvolta, addirittura la ricerca pre-cubista ( per esempio di Cezanne) o anche certi atteggiamenti del Surrealismo: siamo di fronte ad una rappresentazione "en plain air", dove comunque, cedendo a qualche tentazione psicoanalitica, si intuisce che il fine ultimo è la discesa in un interno segreto, alla ricerca dei fantasmi che si annidano in quelle rovine, alla ricerca di sé stesso, del "profondo specchio cupo" che riflette la sua parte oscura.
Piranesi giunge così alle Carceri., luogo dell'anima, labirinti mentali nei quali l'artista si addentra a più riprese, affondando ed intricando i segni, scavando le lastre con violenza liberatoria, accentuando i nuclei d'ombra, sprofondando nella materia, drammatizzando ed incupendo la composizione, risucchiato ogni volta più in profondità da quegli antri notturni .
In Piranesi lo spazio cavo è inequivocabile metafora dell'interiorità psicologica, chiaro il significato "viscerale" ed emotivo di rappresentazioni come quelle delle Carceri, strutture architettoniche potenti, frutto di un prorompente processo organico autogenerante, claustrofobiche eppure dilatate e illimitate, mosse da uno slancio verso l'alto in un crescendo di ritmica barocca, ambigue dimore di esseri umani sperduti, di oniriche creature di pietra, percorse da scale senza sbocco, attraversate da epigrafi ed iscrizioni, agglomerato di elementi disparati assemblati in un surreale processo di accumulo.
Eppure Piranesi, barocco, convulso e talvolta eccessivo, ha nascoste e sorprendenti analogie con Maurits Cornelis Escher, apparentemente il più lontano da lui nel consesso dei grandi grafici della storia dell'arte.
Ecco, forse Escher potrebbe essere un Piranesi , trapiantato nel '900, sdraiatosi sul lettino del dottor Freud per qualche annetto di sedute di analisi.

Geniale inventore di mondi impossibili, di grafiche raffinatissime, dove la divisione dei piani ed il gioco dei rimandi sottintendono una cultura visiva sottile, matematica, geometrica e filosofica, in analogia con le teorie di Roger Penrose ed i suoi puzzles matematici, o con il relativismo einsteiniano, Escher ha realizzato tra l'altro un gruppo di opere che, seppure senza apparente legame logico o stilistico, riportano prepotentemente alla memoria le Carceri.
Si tratta di una notissima serie di rappresentazioni di interni vasti, articolati, animati da moti ascensionali, da scale a saliscendi, da strutture imprevedibili e complesse, da ieratiche figure, dove l'illusione ottica, l'inganno dei sensi collocano l'osservatore in un mondo onirico e fantastico quanto quello di Piranesi, percorso, però, da una controllata armonia interiore che trasmette l'idea di un ordine mentale perfetto ed assoluto.

Forse la mancanza di un simile lucido e pacato dominio intellettuale sulla materia impedisce a Piranesi di essere architetto, perché in architettura, alla fine, bisogna sempre fare i conti con il reale, essere consapevoli che è necessario dominarlo, e, nel migliore dei modi possibili, conciliare un'idea con la sua realizzazione concreta, sottostando alla tirannide della forza di gravità.
La delirante creatività di Piranesi, la sua visione allucinata e trasgressiva, il suo senso grandioso della messa in scena, lo collocano invece in un mondo illusorio ed allusivo dove lo spirito è libero dalla rappresentazione, dove l'oggettività coincide con il "sapere di sé", dove la libertà è assoluta, non vuole regole, si realizza nel disattenderle: lì, in quel mondo, Piranesi fu architetto geniale, visionario, straordinario e…..mancato.





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