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Wols, "Il fantasma azzurro"
di Vilma Torselli
pubblicato il 12/05/2007
"Vedere è chiudere gli occhi", alla ricerca del senso di ciò che è latente ed impercettibile, che non si confronta con nulla di già esistente e che è forse la più autentica delle realtà, quella dello spirito.
Capostipite dell'Art Informel, come venne definita da Michel Tapié, o Art Autre, con significato più allargato includente anche l'Art Brut, Wols (Otto Wolfgang Schultze, 1913-1951), un emigrato tedesco vagabondo e alcolizzato dalla vita drammatica e tormentata, è il primo artista europeo che si pone il problema che l'arte possa esprimersi in schemi e strutture avulse da ogni preoccupazione di significazione. In realtà la prima mostra di Wols alla galleria Drouin nel dicembre del '45, una serie di piccoli acquerelli con numerosi riferimenti allo stile di Klee, passa quasi inosservata, ma quando egli si cimenterà nell'olio su tela, la sua pittura assumerà i caratteri di una sconvolgente rivelazione e la sua successiva personale del '47 sarà un vero trionfo.

Come tanti intellettuali dell'epoca pervaso da un sentimento di profonda sfiducia nei valori della razionalità, precipitato nel drammatico vuoto di certezze lasciato dagli orrori del secondo conflitto mondiale, filosoficamente vicino all'esistenzialismo di Jean Paul Sartre, Wols traduce l'impulso psichico in segno, senza mediazione razionale e senza il filtro elaborativo della memoria, realizzando complesse matasse grafiche, segni filiformi intercalati da chiazze materiche, su sfondi tormentati dalla tessitura rugosa e granulosa, come nel quadro presentato. Lo stesso Sartre riconosce nell'opera di Wols una sincerità di linguaggio che sublima le sue allucinazioni astratte in altrettanti tentativi di indagine psicologica, con l'invito a guardare dentro l'abisso immaginativo di uno "sperimentatore che ha capito di far necessariamente parte dell'esperimento" (così definisce questo artista il padre dell'esistenzialismo).

Informale (o tachista) nella distruzione della forma e nel rifiuto di ogni atteggiamento costruttivo, portando agli esiti più radicali la poetica dell'Astrattismo, Wols è tuttavia alla ricerca di una nuova formatività, di nuove valenze segniche nelle quali esprimere il nascosto processo di crescita in chiave organica di una nuova forma che origina nel remoto sottosuolo terrestre e nella profonda complessità dello spirito: distruttore della forma convenzionale, Wols inventa una forma che è in sé significativa, e non significante di altro, identificata nel segno, il quale cessa di essere linea, colore o disegno per divenire oggetto-soggetto autosufficiente dell'opera, pregno delle possibilità espressive di un'arte ancora da inventare (un altro filone dell'informale assegnerà alla materia l'identificazione con l'opera d'arte, come accade in Fautrier).
Comunicando con sensibile coerenza l'interiorità dell'artista, dopo l'esperienza del campo di concentramento il segno diventerà più graffiante e convulso, intrappolato in confusi grovigli di linee pietrificati, come in "Gennaio", metafora del gelo dell'inverno e della desolazione dell'animo.

In questo "Il fantasma azzurro", del 1951, olio su tela, 73 x 92 cm, della Collezione Jucker, Milano, una delle ultime opere di Wols che morirà prematuramente nell'anno della realizzazione, il rapporto con con il segno e con il colore, talvolta spremuto direttamente dal tubetto, è di una autenticità assoluta: prodotto del fare e non del pensare, l'opera si definisce nel momento stesso in cui si realizza, manca ogni volontà compositiva, ogni organizzazione calligrafica, eppure si ha la sensazione di trovarci davanti a quella che Gillo Dorfles definisce "arte rabdomantica", che ubbidisce ad un suo segreto cifrario e ci racconta di universi sconosciuti nei quali Wols penetra per successive stratificazioni dei suoi scarabocchi così misteriosi ed evocativi.

E' così che il segno precede, anziché seguire, significati sfuggenti ed allusivi, sospesi tra l'immaginario dell'inesistente ed il simbolico di realtà possibili, in un'arte che, come dice ancora Jean Paul Sartre, sottolineandone l'origine inconscia, si lascia avvenire.

Wols diceva: "Vedere è chiudere gli occhi", sintetizzando così la sua ricerca del senso di ciò che è latente ed impercettibile, che non si confronta con nulla di già esistente e che è forse la più autentica delle realtà, quella dello spirito.

*articolo aggiornato il 5/04/2012

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