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Vincent Van Gogh, "I mangiatori di patate"
di Vilma Torselli
pubblicato il 1/05/2007
"Per quello che riguarda il mio lavoro, penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate, fatto a Nuenen rimane “après tout” il migliore di tutta la mia produzione".(Vincent Van Gogh)

Come accade non infrequentemente, Van Gogh (1853-1890) ha realizzato più versioni di questo dipinto (due disegni, una litografia, un carboncino e tre quadri), impiegando diversi mesi, a conferma sia della sua predilezione per questo tema, sia della componente ossessiva del suo operare, radicata in una sensibilità esasperata e complicata da importanti disturbi psicologici che tuttavia non hanno mai ostacolato la capacità di organizzare la propria creatività in un linguaggio espressivo coerente con sé stesso e consapevole di sé.

La scena che egli riprenderà più volte, della quale la versione "ufficiale", un olio su tela, 82 x 114 cm datato 1885 è oggi conservata ad Amsterdam, al Rijksmuseum Vincent Van Gogh, è ambientata in un interno ispirato alla pittura fiamminga del '600, dove una livida luce radente piove fioca sulle figure da una lanterna appesa, una luce direzionale che ha la funzione di costruire volumetricamente le forme, immerse in un effetto atmosferico polveroso ed avvolgente.
La solennità del rito ed il religioso raccoglimento attorno al misero tavolo contrastano con la frugalità del pasto, patate raccolte in un grande piatto comune, e della bevanda, forse caffè, che una donna versa con attenzione servendosi di povere suppellettili. L'azione si svolge in un ambiente angusto, misero e disadorno, dove nella penombra si intravvedono appena pochi semplici oggetti d'uso comune, il tutto definito ed amalgamato da toni cromatici cupi e freddi, nella scala dei bruni e dei grigi, con tocchi di verde-azzurro sulle superfici su cui batte la luce diretta: unica concessione ad effetto, il controluce applicato alla figura della bimba in primo piano che, allineata con la sorgente luminosa, definisce l'asse mediano verticale della composizione.
Le mani dei personaggi, i cinque componenti della la famiglia de Groot, assuefatte al duro lavoro rurale, sono grandi e sgraziate, gli sguardi inquieti, i volti irregolari, colti di scorcio, resi con pennellate mosse e tratti tormentati chiaramente espressionisti, animati da un marcato gioco chiaroscurale che accende l'espressività delle fisionomie di un tocco quasi grottesco, drammatica rappresentazione di un campione di umanità umile ma dignitosa, per la quale la squallida povertà delle condizioni di vita è la norma, subita quindi con pacata rassegnazione.

Un altro quadro disperato, dove la fatica di vivere, che Van Gogh riversa sui soggetti pescandola dal fondo del proprio animo, non urla, non si ribella, ma soccombe quietamente e con rassegnazione alle durezze della vita, con la quale o si viene a patti o si muore (Van Gogh scieglierà per sè la seconda via).
In una delle molte lettere al fratello Theo (la n. 404 del nutrito epistolario) nell'aprile 1885 egli scrive: "Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente che alla luce di una lampada mangia servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove poi le patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto far pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili".

Un dipinto in cui Van Gogh, soddisfatto del risultato, si identifica appieno, tanto che se ne priva e lo lascia in consegna a Anton Kerssmakers, pittore dilettante, per non cedere alla tentazione di ritoccarlo, progettandone l'esposizione a Parigi, prevedendone la presentazione, la cornice, la tappezzeria di sfondo, un progetto che, come tanti altri della sua vita, non si avvererà mai.
Un dipinto in cui Van Gogh denuncia scopertamente la sua commossa partecipazione, la sua adesione empatica al dolore degli umili, di un'umanità abbruttita dalla fatica con la quale strappa alla terra un misero sostentamento: lavoro, fatica, sofferenza, stenti e povertà sono i temi che vi si intrecciano, sui quali Vincent posa uno sguardo indagatore, disperato ed amorevole, animato da una indomita tensione morale della quale egli stesso è consapevole, tanto da affermare: "Per quello che riguarda il mio lavoro, penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate, fatto a Nuenen rimane “après tout” il migliore di tutta la mia produzione".

link:
Vincent Van Gogh, "Autoritratto"
Vincent van Gogh, "Caffè di notte"
Vincent Van Gogh, "Campo di grano con corvi"
Vincent Van Gogh, "La camera da letto di Arles"
Vincent Van Gogh e Antonin Artaud, l'incontro di due follie

* articolo aggiornato il 5/02/2013


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