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Robert Indiana, "The American Dream"
di Vilma Torselli
pubblicato il 29/04/2007
*
Lo spirito autenticamente pop di un artista che vuol fare della vita ordinaria qualcosa che abbia dignità d'arte.

Nel movimento Pop americano si individuano alcune figure di grande carisma, come Andy Warhol e Jim Dine, e molte figure minori, non meno interessanti, anche se offuscate dalla risonanza dei due capostipiti: tra queste ci sono James Rosenquist e soprattutto Robert Indiana (1928-2018), per il quale la Pop Art è una forma di "istant art" che coglie momenti della vita di tutti i giorni nel suo divenire.

Il 20 maggio 2018, nella sua isola privata di Vinalhaven al largo delle coste del Maine, Robert Indiana se ne è andato per sempre.
Al secolo Robert Clark, Indiana aveva assunto un nome d'arte che ricordasse il nome dello stato americano in cui era nato, da cui era stato sradicato fin da piccolo per diventare nomade al seguito di due avventurosi ed irrequieti genitori.

Questo "The American Dream" del 1961 è uno dei più celebri tra i suoi quadri, realizzato in più versioni, ed è tratto, come molte sue altre immagini, dalle macchine dei flipper, il che renderebbe a prima vista possibile leggere un atteggiamento ironico dell'artista nei confronti della realtà contemporanea, del "sogno americano" proposto in ogni forma di comunicazione, dalla pubblicità agli oggetti d'uso comune.
Se non fosse che l'artista stesso smentisce questa interpretazione, definendo il sogno americano "ottimistico, generoso e ingenuo", con benevolenza e partecipazione, in una interpretazione sostanzialmete positiva e quasi celebrativa di tutto un mondo visivo di marchi pubblicitari, insegne, manifesti e cartelloni interpretati in chiave simbolica vagamente inquietante, con uno stile formalmente ricercato ad effetto poptical e precisionista.

Il significato grafico, ma anche quello letterale, di numeri e scritte alfabetiche, sempre desunti da cartelloni pubblicitari o segnaletici, è una delle tematiche più esplorate da Robert Indiana, che ne deriva una propria lingua in grado di trasmettere pensieri ed informazioni personali: le scritte ci raccontano delle strade che ha percorso nella sua vita on the road dietro al vagabondare dei genitori, di ciò che è avvenuto lungo il tragitto, le fermate per il lavoro della madre cameriera, i viaggi con il padre camionista (dal colore del suo camion ha preso ispirazione per i colori di molte sue opere).
Inaugurando un filone del tutto personale ed originale, altre opere, grandi scritte che vogliono semplicemente suggerire azioni quotidiane, come "EAT" o "LOVE", sono diventate icone del periodo a cavallo tra gli anni '50/'60: creata per la stampa su cartoline di auguri per il MoMa, riprodotta nel 1973 su un francobollo celebrativo da otto centesimi emesso dal servizio postale degli USA, materializzata in una nota serie di oggettistica e bigiotteria, la parola LOVE è diventata un simbolo universale di pace e di amore in tutto il mondo, nelle strade, nei musei, negli spazi pubblici da New York a Taipei.

Indiana definisce il Pop "la morte della rispettabilità presuntuosa e della nozione preconcetta, dura a morire, di cosa sia l'arte....", opponendosi programmaticamente al concetto che l'arte, per essere tale, debba essere difficile, un discorso, questo, comprensibile e gradito alla società di massa in cui viene formulato, tuttavia non sempre le opere di Indiana riescono a superare lo spoglio squallore del soggetto rappresentato o ad uscire dal decorativismo freddo e schematico del lettering.

'Il sogno americano' e 'Love' sono i temi più ricorrenti e più noti della produzione di Robert Indiana, quelli che ne hanno fatto un simbolo artistico ed umano, indiscusso interprete di una cultura dei buoni sentimenti veicolata dal messaggio di libertà della hippie generation.
Ma talvolta accade che il tema e l'immagine superino il contenuto simbolico dell'opera a vantaggio di quello limitatamente iconografico, nel qual caso si rileva la mancanza di una qualsiasi interpretazione personale e di un'elaborazione in qualche modo artistica del soggetto, con cadute di stile che differenziano Robert Indiana, per esempio, da Roy Lichtenstein, così come lo allontanano dalla levigata eleganza di Ed Ruscha, dalla monumentalità di Rosenquist, dall'abilità tecnica di Larry Rivers, dall'ironia di Andy Warhol.

Fatte salve queste riserve, non si può tuttavia non riconoscere in lui il più genuino spirito pop inteso come interesse per il banale, attaccamento al quotidiano, rifiuto dei sistemi chiusi, apertura alla fruizione delle masse, con l'intenzione, non sempre raggiunta, di fare della vita ordinaria qualcosa che abbia dignità d'arte.

link:
Arte, numeri, lettere

* articolo aggiornato il 20/05/2018


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