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Roy Lichtenstein, "Whaam!"
di Vilma Torselli
pubblicato il 3/05/2007
La cultura popolare del fumetto riveduta e corretta nelle immagini ironiche e paradossali di un artista sottilmente raffinato.
".... la Pop Art è stata un grande tentativo di organizzare una visione nuova della realtà e non soltanto un movimento artistico come tanti altri". (Roy Lichtenstein)

Roy Lichtenstein (1923-1997) rappresenta la faccia sofisticata della Pop Art, un movimento al quale si avvicina per spirito di contestazione, con un approccio "...anti-contempaltivo, anti-sfumature, .....anti-qualità pittorica, anti-zen....anti tutte quelle idee brillanti dei movimenti precedenti che ognuno conosce perfettamente", perchè lui è "contro", semplicemente.

Il suo stile si connota nei termini che ci sono familiari e che lo contraddistinguono in modo peculiare verso gli anni '60, quando egli comincia a riferirsi come fonte pressochè unica delle sue creazioni al mondo dei fumetti, utilizzandone le immagini ingrandite e dilatate ad esprimere, con gli stessi mezzi della grafica pubblicitaria, la banalizzazione operata dall'informazione di massa sulla realtà: lo stesso tema propone anche nell'artificioso ingrandimento, a mezzo di un proiettore, di opere del passato, cubiste, futuriste espressioniste, Picasso, Mondrian, Cezanne, rivisitate e restituite graficamente con una puntinatura tipografica ad effetto pointillisme, ponendo l'osservatore davanti alla necessità di valutare la propria reazione a fronte di una rappresentazione radicalmente mutata nel suo codice convenzionale.

Il materiale utilizzato da Lichtenstein deriva dalla cultura popolare, della quale è l'espressione più elementare ed immediata, ma egli ne seleziona e ne utilizza gli elementi con raffinata e sottile attenzione, tanto da operare una sostanziale revisione delle fonti di ispirazione per un esito del tutto diverso: egli stesso dice "spesso questa differenza non è grande, ma resta essenziale".

Pur volendo esprimere la banalizzazione, Lichtenstein non è mai banale e, pur nell'ambito della Pop Art, non ha nulla dell'artista autenticamente popolare: grazie all'ironia lucida e intelligente di un linguaggio marcatamente personale che lo differenzia da tutti gli altri artisti pop, lontano dalla spersonalizzata ripetitività di Andy Warhol, le sue opere hanno spesso una aulicità, una solennità che lo avvicinano alla monumentalità classica di un Seurat, di un Poussin, denunciando un'intenzione sempre rigorosamente tesa ad un risultato estetico, con un interesse costante per il contenuto artistico, in rapporto quasi ossessivo con le sue stesse teorie su e per l'arte.

Le sue idee sulla genesi artistica e sulle tecniche esecutive furono infatti precise e puntuali come teoremi matematici, applicate ad un sistema di lavoro molto sofisticato e minuzioso che partiva dallo studio al microscopio dell'immagine di una comic strip, poi ingrandita e riportata sulla tela con un procedimento grafico integrato, successivamente, dal lavoro pittorico vero e proprio, una elaborata esecuzione da specialista.

La contaminazione tra la cultura popolare espressa dal fumetto e l'atteggiamento pittorico di un intellettuale colto e raffinato confluiscono in composizioni spesso di grandi dimensioni, realizzate con i mezzi formali tipici del fumetto e delle tecniche tipografiche ad esso connesse, come ben si evidenzia in questo grande dittico su tela del 1963, "Whaam!", 172 x 269 cm : il contorno nero e ben definito, il colore disomogeneo, come nella stampa di scadente qualità per la presenza di una grossolana puntinatura ottenuta con la sovrapposizione di un retino metallico con fori appositi, l'uso di combinazioni di colori primari come nelle edizioni economiche, secondo la tecnica di lavorazione "Ben Day", sono tutti mezzi che definiscono immagini solari, chiaramente descrittive, ironiche, gioiosamente colorate, lontane dalle angosce esistenziali di tanti movimenti precedenti, espressive di un mondo nuovo, spensieratamente consumistico ed entusiasticamente moderno.

E' probabilmente la necessità di indagine su un mondo interiore che, verso gli anni '70, spingerà Lichtenstein a cimentarsi in una serie d’immagini basate esclusivamente sullo specchio, inseguendo con nuove tecniche e nuovi materiali il riflesso di sè, in seguito contaminando varie tecniche fra loro (le serie 'Brushstroke' e 'Mirror'), tecniche pittoriche e tecniche di riproduzione meccanica, per dimostrare ancora una volta che, in arte, nulla si può dare per scontato, che ogni immagine può essere reinventata e che nessun modo è migliore di un altro per guardarla o capirla, così come non ci sono regole per ciò che riguarda l'ispirazione dell'artista.

Come Lichtenstein diceva,"ciò che caratterizza la Pop Art è inanzitutto l'uso che fa di ciò che viene disprezzato", non ha alcuna importanza il contenuto del messaggio proposto, importa solo come esso viene trasmesso, ogni cosa può divenire arte, anche l'immagine di un "fumetto", quando, estrapolata dal suo contesto, diventa unica ed autonoma, oggetto estetico di cui il pubblico è destinatario e consumatore finale.



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