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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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Parigi, al Musée National Picasso-Paris "Picasso, Obstinément Méditerranéen", il Mediterraneo nella vita e nelle opere di Pablo Picasso. Fino al 6 ottobre 2019.

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Dennis Oppenheim, "Reading Position for a Second Degree Burn"
di Vilma Torselli
pubblicato il 25/05/2007

"..........ogni opera di Dennis Oppenheim non cessa di restituirmi il peso della realtà sino a provocare un senso di disagio, come è accaduto ogniqualvolta il reale e l'arte si son trovate gomito a gomito." (Enrico Mascelloni)
Dennis Oppenheim (1938-2011) è un artista non propriamente da "galleria", sia per il suo chiaro atteggiamento di rifiuto verso le attività preorganizzate, sia per il particolare tipo di opere che produce, opere di Land Art e di Body Art, due correnti degli anni '60 delle quali fu fondatore e carismatico rappresentante.
Per questo motivo la produzione di questo artista consta soprattutto di tracce documentali, immagini, video e filmati delle sue performances (il nucleo di materiale filmico di Oppenheim è conservato al Whitney Museum di New York).

Un artista non dei più facili, non accattivante, non gradevole, spiazzante per il suo gusto per l'ironia sovversiva, per la sua aggressività (e autoaggressività), per la sua visione sarcastica della realtà, il tutto espresso in un linguaggio duro, diretto, accuminato, privo di qualsiasi intenzionalità estetica.

Dennis Oppenheim, body-artist, fornisce anche un eccellente esempio di process art, perchè spesso la sua preoccupazione principale pare quella di esplicitare non solo l'opera, ma anche il suo processo formativo, dalla progettazione alla realizzazione: celebre esempio questo suo "Reading Position for a Second Degree Burn", che documenta come l'artista si sia provocato una scottatura solare, proteggendo solo parte della pelle con un libro dal titolo rivelatore, "Tattica".

Egli stesso dichiara di essere arrivato alla Body Art partendo dalla Land Art, ambito nel quale si è applicato a partire dal 1967, anno in cui realizza il suo primo “Earthwork” (buco nel terreno), fino ai primi anni ’70, eseguendo una serie d’interventi sul paesaggio naturale senza alterarlo permanentemente, ma con un evidente carattere di transitorietà: infatti i materiali naturali impiegati, degradabili nel tempo, hanno poi restituito i luoghi così come erano allo stato originario.

Negli anni Ottanta Oppenheim ha realizzato enormi installazioni che rappresentano oggetti immaginari e distorti, macchine dotate di luci e di suoni, impegnandosi recentemente a realizzare installazioni per spazi pubblici, virando la sua ricerca verso la Public art.

Dennis Oppenheim definisce l'interesse per il corpo, derivato dalle sue esperienze di land-artist, come un processo sempre più "intimo", su scala sempre più ridotta, che origina la sua partenza dai grandi "corpi" della terra, snodandosi in un processo introspettivo che lo porta ad esplorare, anche con tecniche autolesive, i limiti estremi delle possibilità di stimolo e di manipolazione del corpo umano.

Dai segni macroscopici sull’ambiente naturale (tracce sui prati, solchi giganteschi su campi innevati), come atti simbolici di riappropriazione della natura da parte dell'uomo, all'azione dell'uomo sull'uomo stesso, alla scoperta dei limiti delle sue possibilità di reazione ai mutamenti imposti dall'esterno, come simbolica riappropriazione della propria identità fisica e spirituale: sembra essere questo il senso delle sperimentazioni di Oppenheim, o forse è il senso che vogliamo dare loro per trovarvi una ragione credibile che le integri ad una cultura visiva contemporanea spesso incomprensibile ed estranea a noi stessi.


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