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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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Ad Reinhardt, "Black Painting No. 34"
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/05/2007
"Il nero realizza l'idea di un'arte assolutamente pura e "sublime" tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi". (Ad Reinhardt)
"Art as art", frase emblematica per capire l'opera di Ad Reinhardt (1913-1967), personalità complessa ed introversa difficilmente collocabile in una corrente.
In polemica con l'Espressionismo astratto, Reinhardt persegue un ideale di chiarezza espressiva e precisione segnica, di assolutezza ed essenzialità in un linguaggio che diviene sempre più rigoroso e minimalista, radicale e riduttivo, ripiegato sull'analisi di sé stesso, una sostanziale astrazione geometrica tra Mondrian e Albers, nell'idea che l'Astrattismo sia giunto al capolinea delle sue sperimentazioni e che la pittura si debba annullare per rinascere.

Negli anni '40, Reinhardt si avvicina alla Scuola di New York, conosce Newmann, Still e Rothko e ne subisce in qualche misura l'influenza realizzando grandi tele all-over, tuttavia, pur affascinato dalla filosofia zen, dalla spiritualià di Rothko, dalla concettualità di Newman, con grande indipendenza intellettuale intraprende una via personale che attua una estrema semplificazione del gesto e che fa presagire quale sarà lo sviluppo finale della sua pittura, campiture rigorose, geometrie severe, assolutismo riduttivo della forma.
Ed infatti, la conclusione a cui perviene Ad Reinhardt è sintetizzata in quelli che egli stesso ha chiamato dipinti definitivi, come quello presentato, tutti neri o sfondi neri con segni neri sovrapposti appena visibili, che egli ripeterà in molte versioni con una certa ossessività fino alla fine della vita, dove il monocromo esprime la volontaria, totale rinuncia al segno per una pittura basica, di "grado zero", dove la semplificazione arriva all'annullamento, dove anche il colore è abolito per non fornire tracce o connotazioni formali, risolvendo così definitivamente il conflitto tra immagine ed astrazione, tra opera e idea, tra visibile ed invisibile, tra tangibile ed intangibile.

Vicino alla Color-Field Painting, come Mark Rothko, in un'idea di arte erede dell'Espressionismo astratto, ma austera ed impersonale, controllata ed intellettualistica, dalle superfici di colore piatto e bidimensionale a larghe stesure, vicino alla Post Painterly Abstraction, come Josef Albers, una corrente che cerca di portare alle conseguenze estreme il discorso astrattista, fino a renderne impossibili ulteriori sviluppi, Reinhardt dichiara:"Dipingere e ridipingere la stessa cosa ancora e dinuovo, ripetere e raffinare ancora e ancora l'unica forma uniforme......" (Ad Reinhardt, "Art as art", 1962), sintetizzando così il procedere del suo fare artistico.

Fuori di dubbio, Reinhardt è il principale anticipatore della Minimal Art e del Concettualismo proprio per quel coerente processo di riduzione e sottrazione di tutto ciò che convenzionalmente costituisce un quadro, che conduce oltre il limite della percettibilità e della comprensione fino a giungere alle soglie della scomparsa totale: l'immersione nel nero assoluto è una necessaria catarsi per addivenire alla ridefinizione del concetto stesso di arte, al di là delle sue implicazioni narrative, spettacolari, estetiche, tecniche, perché "..... L'unica cosa da dire sull'arte è che è una cosa sola. L'arte è arte-in-quanto-arte e ogni altra cosa è qualunque altra cosa." (Ad Reinhardt, "Art as art", 1962)

"Black Painting No. 34", 1964, un olio su tela oggi alla National Gallery of Art, Washington, è una pittura estrema, dove "Il nero realizza l'idea di un'arte assolutamente pura e "sublime" tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi", perché il nero non lascia spazio ad interpretazioni, ad ambiguità, è neutro nell'assorbire e nel rimandare, non è forma, non è colore, non è passione, è il vuoto, fisico e logico, matematico, è lo zero, un concetto ed un numero che la filosofia classica rifiutò a lungo e che rappresenta invece "la nuova dimensione legata al ‘vuoto quantico’ ed alla ‘negatività’, elementi che sono alla base della grande ‘frattura’ delle arti, propria della seconda metà del XX secolo." (Enrico Pedrini)

link:
La pittura è metastorica?


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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RIFLETTORI SU...

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"La Galleria di Milano"


 
 

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